La poesia visiva di Elena Marini nella voce della critica

a cura della REDAZIONE

La ‘poesia visiva in progress’ di Elena Marini ha come suo pregio fondamentale la sintesi e l’essenzialità. Non è narrativa ma cinematografica: non per niente i suoi collages sono degli ‘SPOT’. Ogni suo lavoro è un fotogramma di un film in continua costruzione: un film che non avrà mai una fine, un film che ha la stessa lunghezza temporale della vita dell’autrice. Le immagini (trovate e recuperate) sono decisamente autoreferenziali come la secchezza dei testi che le accompagnano o le integrano: non c’è una virgola in più, non c’è una parola in più di quanto è necessario che ci sia. Opere secche, taglienti, che non ammettono ripensamenti. I collages della Marini provano che la ‘poesia visiva’ non è ancora morta e defunta, come spesso dicono i corvi dell’arte, quelli sempre pronti ad inneggiare a qualsiasi ‘connerie’ nuovista che appare a cicli temporali quinquennali sulle pagine patinate delle riviste d’arte alla moda. La poesia resiste e non si fa cancellare: cadranno le mura di Tebe ma rimarranno ‘ad aeternum’ le opere di quei poeti che non si saranno fatti integrare dalle mode effimere del mercato.

(Sarenco)

Poesia visiva-volontà autonoma

Possedere il doppio in tempi classicheggianti era l’assurdo pensiero cosmogonico dell’essere perfetti, l’unità non è altro che l’equilibrio armonico tra essere e forma, pensiero e azione, causa ed effetto, luce ed ombra… soggetto-oggetto, sembrerebbe superfluo o fuori luogo dire che Platone nel Simposio scrive della punizione divina di separare gli uomini in due…? Non è così che si dà inizio allo spettacolo dei sessi, del potere, delle cose, dell’educazione e della morale religiosa o semplicemente quella civilizzatrice?

Un poema hindu dice:

“Ora nudi, ora folli, ora stolti, tali appaiono in terra gli uomini liberi!”

O…i poeti visivi! Uomini e donne dalle taglienti parole rivestite dal sex-appeal delle immagini strappate dal teatro visivo di buffe marionette che confondono il vero ed il falso, il bello ed il brutto, l’osceno e il fantomatico perbenismo di classe; figure appartenenti alla società avanzata, quella contemporanea che va in onda ogni giorno alla stessa ora, con l’incessante domanda e offerta di merci che seducono la nostra volontà di potenza offendendo la nostra libertà.

L’arte di Elena Marini è composizione visiva, paragonabile ad un testo musicale dodecafonico, immagini e parole sono in relazione senza che il loro rapporto sia in alcun modo riferibile ad una parola o immagine fondamentale, proprio come l’intento faustiano di abolire la natura esistente (di addestramento) e sostituirla con una fatta da colui o colei che pone resistenza e mette in relazione l’arte di comporre e la vita, fuggendo dal banale. Il perturbante nei suoi lavori nasce ponendo il dubbio nel fruitore di realtà che si sovrappongono da un interno (essere) ed un esterno (forma) esplodendo nel primitivo ricordo di essere stati pre-educati, pre-assoggettati ed ex possidenti di volontà.

Siamo uomini dei simulacri, esseri illusi di volontà autonoma, siamo vittime e carnefici, costruttori di non-io, non-tu e non-es; l’arte può ristabilire il disordine, la poesia visiva della Marini apre le ferite di chi è cosciente del palcoscenico costruito dalle dittature, dalle istituzioni, dalle prigioni controllate dalle immagini seducenti di merci desideranti che rendono la natura umana labile, convenzionale e priva di senso creativo.

Il doppio che va… doppelgänger è il bisogno costante di fare critica, di dire chi siamo, di interrogare l’inconscio mentre si guarda la forma plasmata dell’io, l’arte e la filosofia riescono a strappare l’uomo dal quotidiano e dal processo di reificazione, la poesia visiva duella in ogni secolo tra eros e thanatos.

(Simona Zamparelli)

L’artista indaga da sempre lo stretto e controverso rapporto fra parola-immagine, essere-apparire, interno-esterno, individuo-società.
La notevole forza espressiva delle immagini, riadattate e accostate a frasi giustapposte in collages di immediato effetto, è una costante denuncia, schietta, radicale e tagliente, di una società percepita dall’artista come ipocrita, mistica e pornografica, che abusa del proprio potere per indurre all’omologazione e al consumo coatto. Nell’artista vita e opera coincidono, con grande coraggio e fermezza d’ intenti, in continuità con quella poesia visiva legata ad una visione estetica politicamente scorretta e sovversiva.

(Giulia Ponziani, Art Director Studio 38 Contemporary Art Gallery, Pistoia)

LA VOCE DELL’ IMMAGINE – LA POESIA VISIVA DI ELENA MARINI

“L’arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo.”
Vladimir Vladimirovič Majakovskij.
Sarenco in un’intervista, riprendendo Gianni Bertini, afferma che “La Poesia Visiva è la poesia dei vivi.”
Uscendo dal foglio, la parola perde il suo senso per acquisirne un altro: una metamorfosi, una concretizzazione del concetto o al contrario la sua astrazione.
Il genere risale alle Neoavanguardie, siamo intorno agli anni ’60 e Ugo Carrega – tra i primi studiosi di questo fenomeno artistico – sintetizza bene di cosa si tratta in un suo saggio[1]:
« Accettata linguisticamente la metafora per cui significante e significato sono le due facce di una stessa moneta, proviamo a lanciare per aria la nostra moneta: le probabilità di estrarre significante o significato sono uguali; ma quante sono le probabilità che la moneta rimanga ritta di taglio?»
In questo modo significato e significante finiscono per fondersi tanto che il segno iconico e quello scrittorio arrivano a possedere una stessa finalità tecnica.
Semplicemente: la poesia visiva è la sintesi tra la parola poetica e la forza iconica delle immagini: sono inscindibili, senza l’una l’altra non esiste o nel caso in cui dovesse esistere non sarebbe definibile arte.
Tra gli artisti contemporanei senza ombra di dubbio spicca Elena Marini (Pistoia,19 luglio 1975) con le sue opere di poesia visiva, che prendono il nome di SPOT.
La gallerista Giulia Ponziani, spiega in maniera esauriente il percorso creativo dell’artista: “La notevole forza espressiva delle immagini, riadattate e accostate a frasi giustapposte in collages di immediato effetto, è una costante denuncia, schietta, radicale e tagliente, di una società percepita dall’artista come ipocrita, mistica e pornografica, che abusa del proprio potere per indurre all’omologazione e al consumo coatto.”
Questi SPOT rappresentano la mercificazione della morale, dei sentimenti in un’era dove tutto si può vendere e comprare.
E allora, come si deve procedere?
Bisogna esporre in maniera diretta le contraddizioni, le volgarità, il marciume che è insito nella società dinnanzi agli occhi delle persone, che preferiscono in genere ignorare, ma che rimangono comunque basite, percosse nel profondo, davanti a questo degrado mostrato spudoratamente e coraggiosamente, ancor più se viene elevato a concetto artistico.
Gli SPOT dunque appaiono quasi come delle veritiere pubblicità della realtà, delle radiografie della società, espressione cara all’artista, che cercano di scuotere le coscienze, da tempo assopite o in stato di prognosi riservata, sotto i ruderi dell’indifferenza o della servitù volontaria.
A sostegno di questa tesi non va trascurato il materiale di cui sono composti gli stessi SPOT: dei ritagli pubblicitari.
È evidente che la Marini si cimenta e si diletta a raccogliere le informazioni scaricateci quotidianamente addosso dai media e a rispedirle al mittente, in un détournement debordiano, spogliandole di ogni sfarzo e di ogni falsità.
Il messaggio è nudo e crudo, autentico, ci assale e ci lascia stravolti, consegnandoci alla nostra solitudine, mettendoci in condizione di interrogarci sul mondo che ci circonda ed incoraggiandoci alla ricerca di un senso non contaminato dalle scorie della vita moderna.
È uno scaltro riciclo dell’immagine, un qualcosa di sommessamente cupo che ci viene proposto: spesso non riusciamo nemmeno a vedere in questa oscurità. Pare opportuno, in questo caso, riproporre ciò che dice Sarenco riguardo all’opera di questa artista.
I collages della Marini provano che la ‘poesia visiva’ non è ancora morta e defunta, come spesso dicono i corvi dell’arte, quelli sempre pronti ad inneggiare a qualsiasi ‘connerie’ nuovista che appare a cicli temporali quinquennali sulle pagine patinate delle riviste d’arte alla moda. La poesia resiste e non si fa cancellare: cadranno le mura di Tebe ma rimarranno ‘ad aeternum’’ le opere di quei poeti che non si saranno fatti integrare dalle mode effimere del mercato.”
Per quanto riguarda la poesia visiva, lo stesso Sarenco rispose, molti anni fa, in un’ intervista rilasciata a Vincenzo Merola, così:
Con la nascita delle avanguardie storiche, l’esplodere delle guerre, la poesia perde definitivamente il suo atteggiamento consolatorio. Come dice Majakovskij: “Io lancio il mio verso come una parola d’ordine e di lotta”. La poesia passa dalla rassegnazione alla lotta, dalla reazione alla rivoluzione. La Poesia Visiva è un avvenimento rivoluzionario, sia per quanto riguarda la “polis” che per quanto riguarda il “liber”. Non rispetta più codici e regole; da una parte è un movimento aristocratico (soprattutto per quanto riguarda la comprensione da parte del pubblico), dall’altra è un movimento rivoluzionario in quanto non accetta più i dati di fatto. È volgare, aggressiva, ironica, dolce, tenera, furba come la volpe Renart. È soprattutto ladra: si impossessa di tutto senza chiedere permesso alla SIAE o alla storia dell’arte, è anarchica e rifiuta la burocrazia e gli agenti delle tasse.” [2]
Elena si schiera dalla parte di quei poeti visivi che potremmo definire “puri”, quelli che ritengono che arte e vita siano la stessa cosa, per i quali nessun compromesso sarà mai possibile con la servitù volontaria dei comuni rapporti di lavoro: lei non accetterebbe mai di avere un padrone, di occuparsi di arte quando le viene concesso il permesso per farlo, perché è cosciente che la sua lotta poetica non è un passatempo ma è la sua vita, accettando in piena coscienza i rischi di questa presa di posizione estrema.
Lei è il suo lavoro.
L’ artista pone sotto la sua spada di Damocle sia coloro che producono una morte della coscienza – ovvero tutti i sistemi comunemente accettati – sia coloro che subiscono la morte della coscienza, in quanto nemmeno si rendono conto del fatto che stanno perdendo la loro umanità, diventando dei burattini che fanno il gioco del burattinaio. Tutti sono vittime, tutti sono carnefici e nessuno si salva: quello che il poeta visivo (perché vuole farsi chiamare così, rifiutando il termine “poetessa”, ritenendolo gregario e fondamentalmente degradante) vuole creare è un sabotaggio atto a svegliare gli animi assopiti, con tutti i mezzi, leciti e illeciti, anche rischiando di scioccare l’osservatore, con il solo scopo di produrre una nuova consapevolezza, una nuova coscienza, in parole povere, sussurrando all’orecchio della gente una semplice e scomoda verità: “State morendo dentro e non ve ne rendete conto”.
Ecco cosa sembrano dire le opere, ecco cosa nascondono dietro la loro ferocia e la loro aggressività iconica: il suo è uno scopo nobile che non va sottovalutato, trattandosi di una poesia visiva che con il suo martello tenta di scolpire il mondo o che, quantomeno, ha il desiderio di mettere dei sassolini nell’ingranaggio: lotta, ruggisce, magari con cinismo, con ironia ma con una forza nuova in grado di opporre opposizione.
Questo, secondo Elena Marini, è il dovere di un poeta.
Mi torna in mente una delle citazioni di Hegel, a cui sono particolarmente legato: “La poesia del cuore contro la prosa del mondo”. Per Hegel non c’è scampo: vince il mondo. Per Joyce vince l’esilio. Che sia vero? Meglio sperare che non sia proprio così.

(Eugenio Kaen, per Caleidoscopioartistico.wordpress.com)
[1] V. Accame, U. Carrega. V. Ferrari, C. D’Ottavi, L. Landi, R. Mignani, M. Oberto, A. Oberto, Fra significante e significato (Manifesto della Nuova Scrittura), con un testo di R. Barilli, Mercato del Sale – Collegio Cairoli, Milano – Pavia 1975
[2] Vincenzo Merola, Tre domande a Sarenco.

Apogeo letterale di una semplice espressione d’essere ciò che si è: musica polifonica che fa sentire all’ orecchio sordo e dilata un iride stuprato dalla infamia bruttezza.
Elena, tu sei poesia patho/s/logica e a noi meri lettori non resta che vederti viaggiare in quello spazio pregno di passione visiva.
(Simona Zamparelli)

Elena Marini, unica voce della nuova generazione di poeti visivi in grado di guardare la realtà in faccia, di vederne gli aspetti più deprecabili, sviscerarli e sbatterceli davanti agli occhi. Non è clemente Elena Marini, sa dove colpire e sa che l’ironia è un’arma efficace per risvegliare in noi un po’ di capacità critica, affinché ci riappropriamo delle nostre identità. Questo è il potere della poesia visiva, questo è il fine ultimo della lotta poetica.
(Giulia Ponziani, Art Director Studio 38 Contemporary Art Gallery)

Che cos’è la poesia visiva?
La scrittura è la forma di comunicazione più impegnativa di qualunque promessa fatta, si scrive per dare forma alle verità, che non danzano nella forma creativa delle parole, ma nella testa di chi guarda.
Le immagini diventano attori di un cinematografo di tutti i tempi, quelli vissuti, quelli morti, quelli indecenti, quelli sporchi, “ore puttane” o “secondi da chierichetti impauriti”.
L’ arte lotta per le interrogazioni mancate, la poesia visiva brucia le menzogne e fa cantare i secoli! La storia si scrive e la vita è la poesia che vuole essere guardata!
Ed io ho provato piacere di essere nella pagina accanto al pensiero di un poeta visivo, quello dell’immortalità, il guerriero della visione attiva che porta il nome di Sarenco.
E questo solo grazie a “doppelgänger” di Elena Marini.
(Simona Zamparelli)

L’artista, che da sempre indaga lo stretto e controverso rapporto fra parola-immagine, essere-apparire, interno-esterno, individuo-società, sceglie per la sua prima personale il termine tedesco “doppelgänger” che esprime una dualità insita nell’uomo, presentando i suoi SPOT, opere di poesia visiva, realizzati fra il 2015 e il 2016.
La notevole forza espressiva delle immagini, riadattate e accostate a frasi giustapposte in collages di immediato effetto, è una costante denuncia, schietta, radicale e tagliente, di una società percepita dall’artista come ipocrita, mistica e pornografica, che abusa del proprio potere per indurre all’omologazione e al consumo coatto. Nell’artista vita e opera coincidono, con grande coraggio e fermezza d’ intenti, in continuità con quella poesia visiva legata ad una visione estetica politicamente scorretta e sovversiva.

(Giulia Ponziani, Art Director Studio 38 Contemporary Art Gallery)

BIOGRAFIA

Nata a Pistoia il 19 luglio 1975, Elena Marini è artista, poeta visivo, costantemente impegnata in una forma di guerriglia creativa e resistenza poetica, compagna d’ arte e di vita del poeta visivo Sarenco. Note sono le sue collaborazioni con i seguenti artisti: Sarenco, Eugenio Miccini, Vanessa Beecroft, Tom Sachs, Jean-François Bauret, Daniel Druet, Uwe Ommer, Daniel Nguyen e Peter Suschitzky. I suoi SPOT non sono altro che delle diapositive, una radiografia della società, in un processo continuo di svelamento per mostrare l’assurdo e l’osceno. Quello che non si può dire, quello che non si vuole vedere.

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