“Dei poeti e della poesia”, un estratto da “Con la pupilla di Sirio”, scritti critici di Guido Turco

Paul Celan

Di GUIDO TURCO

Dei poeti e della poesia come cose terrene

I.

Leggendo di poesia e dei suoi aspetti tecnici e formali ci si imbatte in riflessioni sul cosiddetto “compito del poeta”. Una sciocchezza sesquipedale quella che dice di questo compito, che presuppone e impone che ci sia, retaggio ideologico di una concezione castale della poesia. La poesia non rilascia patenti per alcuna investitura, non essendo altro che un particolare strumento per combattere la solitudine. Un poeta non è colui al quale è assegnato un mandato ieratico e dottorale, egli non sa meglio o più distintamente del filisteo intessere rapporti con gli aspetti più sottili del farsi e del darsi sublunare. Un poeta sta a guardare, e risolve questa coazione prestando una lingua al Mondo.

II.

Le regole formali della poesia lavorano al servizio del suono, a sua volta regolazione delle qualità verbali con cui si veicola il senso e di conseguenza il sentimento del lettore. Il tasso di comunicazione della poesia è dunque deciso dal suono di un senso, dalla comprensione che risulta dalla particolare declinazione che ogni lettura produce. Per questa ragione il significato della poesia è de facto inesauribile.

III.

Se non cambia la vita, la pratica della poesia non è tale, non vale niente. Ciò detto, l’alto grado di identificazione con il pensiero che richiede l’attività poetica è una pratica che va compensata con drenaggi a base d’ironia che sappiano ricondurre il poeta alla realtà, ad un tessuto di rapporti dove l’Io sia parte e non tutto. Pena il nascere di personalità deviate, di vati che si fanno duci, di cantori ispirati da qualche mania e sedicenti possessori di chiavi universali di interpretazione.

Fondazione del linguaggio poetico

I.

Della poesia è costitutiva l’interruzione, tanto nell’apparenza (il verso, l’a capo) quanto nel tipo di rapporto che essa intrattiene con l’accadere quotidiano (anche il più volenteroso dei lettori non può leggere che poche poesie al giorno).  Si dà il fatto che lo stesso poeta viva nell’interruzione, travolto e assolto nel suo compito dall’ironia di una lingua il cui territorio di effabilità è proporzionale all’impossibilità di darsi come oggettiva testimonianza.

II.

Il secondo tono

Rivesti le cavità della parola

con pelli di pantera,

 

dilatale, pelame così o colà,

significato così o colà,

 

da’ loro atrî, ventricoli, valvole

e recessi selvatici, parietali,

 

e tendi l’orecchio al loro secondo

e di volta in volta secondo

tono.

Questa poesia senza titolo è la decima della quarta sezione della raccolta Fadensonnen del poeta Paul Celan, pubblicata in Germania nel 1968. A quel tempo Celan ha quarantotto anni, è un poeta maturo, un dettato e uno stile dolenti ed affilati, un’aderenza alla propria destinalità che lo riconosce inesausto frequentatore di distanze dove spira un’aria rara e finissima. È un poeta che cammina in testa, non ti prende per mano, scompare alla vista. Lo ritrovi infine che la legna è raccolta, il fuoco già acceso, in attesa paziente della domanda.

Se il primo tono è il suono, esso non è bastante alla parola poetica. Di questa bisogna rivestirne le cavità perché è là che risuona il secondo tono. È quasi certo che Celan non pensasse a questo contenuto come a qualcosa di assimilabile al significato, ma che si riferisse piuttosto alla colorazione che un verso assume, alla combinazione empatica tra il contesto sintattico e lo scenario emotivo in cui la parola coinvolge il lettore. Che pensasse insomma alla lettura che ogni lettore fa della lingua poetica, a segnalare che attraverso i secondi toni la parola poetica pronuncia intensamente quel recesso (o cavità) dell’indicibile, tale non in quanto sconosciuto ma perché verbalmente non codificabile.

III.

Il confine per un poeta è la soglia dell’effabilità, il limite personale e invalicabile che costringe l’espressione per mezzo della parola. Sopraggiunto il limite della dicibilità, si entra nella consapevolezza del non-poter-più-dire, arriva il momento in cui anziché continuare a scrivere si va a fare il mercante d’armi in Abissinia.

Oppure si può varcare quel confine, addentrarsi in una terra dove nessuno ti potrà seguire, repertoriare di essa gli elementi che oppongono resistenza alla loro trasmissione: la terra di Campana, di Celan, di tutti i poeti scomparsi nel senso del poi, e che si può esorcizzare solamente trovando asilo nella tradizione, scelta che induce pur sempre una qualche forma di manierismo : T. S. Eliot docet.

Annunci

Un pensiero riguardo ““Dei poeti e della poesia”, un estratto da “Con la pupilla di Sirio”, scritti critici di Guido Turco

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...