“Infernetti per un apolide”, la nuova silloge in fieri di Marina Pizzi

Marina Pizzi in una foto di Dino Ignani

Di MARINA PIZZI

 

Infernetti per un apolide

2017-in fieri

 

1.

Fuoco di estasi guardarti

Quando la mano ti teneva

E vario strazio la stanza

Persiane serrate contro l’aria

E la passione di essere al mondo.

Dolente significato stava

La stretta di concepirti

Fato leggero plurima favola.

Si è vecchi al tavolo del bar

Sotto lanterne belle per amanti

E i solitari si specchiano chini.

Solitario paese l’ultima casa

Quando l’inverno accumula

Parentesi

Le sciarpe plurime.

Verrà lo sciame dell’altare

E tu sarai cimitero immemore.

2.

Disamore d’angolo ormai morte

Il ritmo fatuo di resistere

Con le unghie nere dei poveri.

Viltà di serrature le porte chiuse

Contro la gola di chi annega

Tumefatto fattore della notte.

Impegno di caldarroste il mio futuro

Panico di risorse senza senso

Unico volto ieri quando bellezza

Entrava dovunque senza riconoscenza.

Oggi la scienza è una fiala d’eroina

Una minestrina rancida

Sotto il letto in panne.

Vattene da me non voglio essere

Né l’altare né la preghiera.

3.

Sotto le lenzuola un genio di nostalgia

Questa giraffa resina del tempo

Apolide di me la stanca fretta

Tutta citrulla senza nessun abbraccio.

Tutta ginestra radicarsi al vento

Dove le donne stracciano sottane

Prese dall’ultimo baule. Poi beatitudine

Le gesta di morire rarefatta lavanda

Dado tratto. Difettato pastrano il tuo

Perdere armonie dilette. Qui si sfalda

Il dondolo precoce d’amore

Quando ragazzi i cuori tracciavano

Boom. Mo’ me ne vado in salita

Senza amarmi né migliorarmi anzi

Più sonnolenta che mai. Origine di

Furto ormai divengo gola rancida.

Mi avviene aurora come una caccia

Pessima di sangue negletta ciarla.

Inverno di sasso l’ultima baionetta.

4.

Andarsene da sé, non tornare

Dove si sbaglia a rimanere vivi

Nei rintocchi catastrofici dell’urna

E la vacanza con il riso di capriole

Vanesi occasi oramai starsene

Sembianza di sé senza l’ombra.

In breve l’epilettica nottata

Ricorda infanzie infelici

Brani di rotta senza capolinea.

Versi insonni sfrecciano la mente

La calura ottusa delle nottate

Stracciona la fandonia di accattarsi.

Pernotta con le farse la girandola

Rapace del vento che la disprezza

Con tutta la forza di spezzare

Chiunque sieda accanto. Ora sola

Parcheggio le gambe dentro il feto

Spione acrobatico straccio di petto.

5.

Erutta vulcanica l’infanzia

Zona dal tedio all’amore di dio

Erutta tutta a pertica l’infanzia

La rotta bigia di non essere amati

Dalla madre immensa che fa da attesa

Sotto il portico del nulla.

Vate nullo padre di rimorso

Quando schiaffoni volavano bassi

E facoltoso il botto contro il muro.

Oggi è ieri ancora una volta

Se i ricordi pessimi di vivere

Sono l’orefice saggio di non vivere.

Dietro il muro con le castagne in tasca

Riconosco il gatto dell’infanzia

Ora negletto spartiacque paniche.

Me di ieri la fandonia del pericolo

Quando cantava la stanza corale

Quella preghiera bella oltre di tutto.

Al mare non vado più perché la darsena

È stata cementata con onta e gemito.

6.

Calura e gelo fiaccano chi sono

Sotto calcagni carichi di ruggini

E facilità di perdere. S’inclina

Il busto sul balcone quasi a pericolo…

È fasto di fati giacere di logica

È catapulta il pasto morituro

Dove si brevetta lapide.

Via dal coro e senza scuola

La rinomata partecipazione al nulla

Scheletrica vacillo intorno al collo

Esule di addii funambuli. Natalizio

Lo sguardo ormai per sempre

Dell’ultimo ragazzo rimasto alunno.

Qui s’impera solitudine dentro un no

Catastrofico farabutto di sé.

7.

Condoglianze vivissime l’ebete del cielo

Dove dovizia fu la giovinezza

Se fu vissuta oltre l’argine.

È invece apolide il lido di oggi

Dove stoviglia è crosta in ogni dove

E la maretta è simile all’oceano.

Il merlo e la merla inseparabili

Gioiscono un occaso da venire

Scolo di addendo apice di niente.

Morirò nel lutto dell’apolide

Nella rotta minima senza genitori

Né brume di speranze quali siano.

In mezzo alla palude della darsena

Il silenzio non medita niente

Neppure a quando fosti una bambina.

Senza ricordi le primule del prato

Origliano spie senza costrutto

Né parche rendite domani.

Le gerle nel falò d’infanzia

Saluto rughe con mani deformi.

8.

Non viene già più la rondine amicale

Calvizie di un dolore senza tempo

Quando giocava col mio talamo

La lingua celestiale di capire.

Impegno e struttura oggi lo scatolone

Dove è nascosto il micio di casa

Invece delle pallottole del suicidio.

A mano a mano torni la vittoria

Dell’esule campestre ridanciano

Contro le stasi delle morti accanto

Stasi attive quanto cori al vento.

È silente l’abaco che non mente

Queste stazioni al coma ferme

Dove la banchina squarta l’orologio.

Sale squarciante dentro le ferite

Che squadroni comandano

A danno di un’elemosina stringente.

Silente coma prendimi diletta

Da dentro il boccale del vin santo.

9.

Illudi per me l’occaso vuoto

Questa scaturigine di tufo

Per le baracche.

Approdo di gerundio il carcere

Quando da sola urla l’alba

Con la strega della favola vicina.

Il sillabario sotto il letto si è ispirato

Al rancio del soldato sfiatato in trincea

La bocca spalancata contro il fango.

I confini li brevettano gli assassini

Che capestrano cuccioli di angeli.

Mo’ da adesso non sono più cortese

Con le foto che stracciano l’anima

Con le lavagne di scuole malsane.

Restano in coma i fratelli più giovani

Universale lo stallo si percuote

Dacché la fine è prossima e non viene.

10.

Le mille e una notte il mio digiuno

L’enfasi cupa di essere nata

Sotto le gambe del trono.

Si noti l’arcipelago lontananze

La pura rabbia di connettere poco

Falcidiata dalla strenna della notte

Incartata d’oro. Giuro e spergiuro

Una mansarda: amore dove è dato

Piangere l’arcano calcagno di starsene

Servo di sé una palude intera.

Ludo qualora strinsi il mio amore

Scosceso e funesto quanto uno scoglio

Rettitudine di sé contro i marosi

Orgogliosi del mare. Mi è venuta

La voglia di perdere la vita

Con addosso un ferale enigma.

11.

Eroina la cincia che tra i banchi becca

Briciole umane. Nulla si accada a credo

Per un nomignolo trambusto

Dove la tara la fa da padrona.

Nulla si accada a lingotti d’oro

Con lo scrigno aperto o chiuso

Comunque ignobile d’oro imperituro.

Il punto di equilibrio è la beltà

Equorea con l’impronta del cadavere

Che spezza la rea sfinge che non aiuta.

Verrà la sera con una tanica vuota

Inadatta all’incendio di morire vivi

Anziché col fatuo abbecedario.

Gerundiale lo strazio di morire

Diavolo il cuore che scoppia

Palesando il ruolo chiuso della gabbia.

Bambagia chi fui quando ne nacqui

Quasi quasi un cipresso a punta

Immoto quasi magico contro il vento.

12.

Ho un talamo musivo ebbro di tanta

Storia. Un piagnisteo lo prende quando

Lo lascio liscio per la prossima volta.

Forse se morte fosse sogno perpetuo

Con le stelle bene accese e il trillo

Del grillo mentore poeta. Non chiedo

Di morire ma di evaporare dal suono

D’orchestra e ribellione fatua per sempre.

È tragico restare dopo il tempo giovane

Quando la valanga è un bacio

E casalingo il forziere del castello.

Invece qui muoiono le bestiole

Umane e animali. Dal diritto di

Starmene farfalla l’ecumene diviene

Un vicolo. Con le costole rotte

Riesco a tranciare l’ultimo filo

Spinato: addio al nato che non

Voglio vedere.

13.

Il convoglio trasportava al macello

Povere voglie di cuori animali

Rutilo stallo starsene senza

Bella la vita tradita. Un mutilo cielo

Vagava cieco. La vendetta della ronda

Danzava rivale dazio di pietra.

Ondulìo di menzogna averti accanto

Tu nel dubbio d’amore finito

E fallo nudo non dartene a vedere

Che nude spoglie le verità patibolo.

Anemie strazianti ormai la casa

Il brevetto inutile di essere unici

Vacanzieri di una rotta inesistente

Sangue rappreso solatia sfortuna.

Imago del fato chiamarti stato

Sotto la gronda in attesa di rondini

Demenziali lontananze antiche lotte.

14.

Col permesso d’acufene provo il sonno

La maestà divina del sogno

L’eredità cantata oltre qualcosa

Quale enigma non indovinato.

Il timbro nelle scartoffie ancora regge

L’entità di addio. In pace la maretta

Sillabante quando ti crebbi

Senza bile mai e le carovane di

Rondini accodano il sole.

Vetusta la commedia ancora odierna

Sta meditando la tragedia

In gola al rantolo che si fa

Scomposto scompiglio. Era ora

Di perdere la vita cipresseta

Dove si accumula l’ordine del boia.

In poco spazio l’afa di esistere

Stemma calunnie per il podio

La mano magra che costringe

Egemonie di grotte fati gelidi.

15.

Arringhe di cadaveri capire

La bicicletta eterna la madre ciclica

Così con l’invenzione dell’arte plurima.

Me maiale di condanna l’ebbra estasi

Quando qualora lo sguardo penetri

Dietro la rotta delle onde molli.

Epigono di fango questo stordire                                                                                                                                                                                       dirimpetto alla ronda delle cornacchie

Stranite dal bello che non raggiungono.

Alcova di bellezza non alzarsi

Oltre lo stagno del mansueto stallo

Sicuro dentro l’àncora del senza

Crepacuore.

16.

Me di accatto questo silenzio

Verbale rondinella giovinezza

Senza badare ad alcuno sforzo.

Resti seriale l’addobbo delle nuvole

Le miti spalle della sarta

E l’alluvione cronica della spelonca

Addosso. Da adesso quindi so

Come verbalizzare i sogni

Senza alzare fantasmi di pantofole.

Calunnia desta questo mio nome

Marina della genesi diabolica

Quando maretta somigliava amore.

Me d’occaso torni l’avventura

La bella aurora della sillaba

Ora le gesta sembrino farfalle.

Meringa la rima di sorridere

Sotto sterpaglie tenaci

Allocano le rondini morenti.

Frode del sale le demolizioni

Mondane quanto un apice di logica

Se dà festivo finalmente comprendere.

17.

Solo progetti di aceto ormai storpia

In questo gelido anfratto

Dove non è desto amore

Ma inguine di gelo

E la camorra infrange le finestre.

Parca amnistia lo sguardo vacuo

Connesso con le stelle in cancrena

E l’alamaro chiuso aperto al freddo.

Do dolo all’amante che non mi ama

Alla maestra rancida di dacie abbandonate

Geli abbondanti oasi in frantumi.

Aveva il cuore un baldacchino d’astri

Una stranezza a zanna di ferocia

Pallida anemica forte la morte.

In più nell’aria le farfalle belle

Univano fanfare di becchini

Sversavano le tombe un immenso teatro.

18.

Eventi di scultura guardarti il viso

Emozioni senza turbe ma balsamiche

Le salsedini eruttive qui accanto

Pregiudicano i marmi irascibili.

Gerundiali le fosse per tutti

Rotti i giocattoli c’è lo strapiombo

La botola dei disertori è colma di ratti

Ragni letali tali e quali alle armi deposte.

Ogni vero è tana d’anima

Quasi vicina ai defunti. Là i fantasmi

Migliorano le carni con un sibilo

Loquace quanto il paradiso giammai

Noioso. L’esercito composto sfila

Decomposto. Minore lo scriba che piange

Gelosie d’orchestre. Domani non vale

Per morire ritti o piegati. Parenti pessimi

Mi ferivano il sorriso vani despoti.

19.

Oh giorno di forte eclisse

Simulare il giorno. È detestare

Il senso quale un enigma

Di martiri occasi

Dove la folla è magma

E maretta la silvana oasi

Del sì silvestre e strenna

La mimosa irraggiungibile.

A me si avventa il simulacro

D’esserci ballerina d’ultima

Fila e lascito testamentario.

Avverando gemiti di miti

Vado scrivendo un quadernetto

Giovane di polvere e vago.

20.

Panico giovanile quando amore

Ha sembianze di fondo marsupio

E la colonna d’anima s’impaura

Nenie le nuche fatte fanciulle.

E chissà se i fronzoli che imperano

Saranno spazzati dal vento

Per un atrio pulito e gran rondini.

In apice al cielo imbattibile

S’invaghisce la nenia infante

Vera faccenda d’estro sparire.

Il marmo della cena conviviale

Rende omaggio all’oasi del sì

Quello tradotto alla felicità del qui.

Onde fluviali eruttano le perle

Che vagano rubate dalle onde

Demolenti le foghe di sbiadire

Per rendersi morti illiberati.

Faccenda di elemosina campale

Anche i passeri festeggiano il natale

Le tali e quali paniche a germoglio.

21.

Qui in fondo l’equilibrio è panico

Contumacia di orfani fati scalzi.

Tu mi marci sul petto obliquo

Senza far fungere vestali di pietà.

Il ricordo è un divano senza molle

E le giunoniche vette un vano di chele.

Il distico diviene padre ansante

Dove si stanziano i cuccioli veritieri.

Venne catastrofe e mi staccò i polsi

Dentro l’indifferenza degli astanti.

Letteratura succube d’Italia la prosa

La poesia eccelsa in salsa agrodolce.

22.

Il tempo erode biblioteche e zigomi

Le arretrate movenze del vecchio

E c’è chiunque che piange sempre.

23.

Mi attenuo soltanto morendo un poco

Falchetto di digiuno

Panico di fossa.

Intrico d’erbe stinte il mio malanno

Bizantino nell’uso delle stimmate

Per altri santi da bestemmiare dopo.

Il rito della roccia quando t’incagli

E bestemmi tua madre. Questo è nulla

A monte di tragedie gemite.

Contorte preghiere apprende

Ancora una volta il volo per le scale

Per rendite di fosse calunniose.

24.

Celeberrima apatia questo attracco

Coma del caso che mi viene in contro

Dietro le antipatie di binari atti

Al mal di stomaco con nausee segrete.

Greto del caso non fui mai diletta

Sotto lo scempio del pio torcere

Le nebbie stregate oltre il blasfemo.

Galileo abiurò con la tortura accanto

Leo il cane morì alla catena

L’infarto d’ululare ergastolana libertà.

Permesso d’imbroglio la sveglia d’alba

Quando la brocca è ghiaccia e le lacrime

Vacillano nel caso di un dì qualunque

Quasi ciminiera d’assi. Ho sassi assassini

Dentro le tasche che schiaccio su binari

Solidali badanti l’occaso ben più forte.

È tema di origine viaggiare

Guardare da finestrini in corsa

Per rompere il divieto di spezzare

Questo frullo di calamita simile alla mira.

25.

Un giorno smantello la vanità del nome

Quest’ancora triste quanto vanesia

Illiberale comunque tanto quanto destino.

Stimolo le dita a toccarmi il cuore

L’elemosina piccina di essere

Baccano di cella eruttiva.

Tina la nonna fu clandestina

Ai nazi sparò uccidendoli

Salva da sé per non elemosinare.

È fata tuttavia questa balbuzie

Buttata a straforo dentro il pozzo

Calunnioso di sé contro la zattera.

Identità arruffata questa mia terra

Dentro storie infinite d’essere

Quale pastrano logoro per gora.

26.

Il bossolo del sudario fa morire

Le querce. Le gentaglie ne svengono

Meno direttamente. Ma la paura

È una congrega di capestri

Stretti e zitti al cumulo del pianto.

Il mio amore è volato in un tonfo

Soffocato dal cielo ristretto

Tanto e quale un male di grotta

Favella dell’urlo più panico.

Fatturatosi il sospiro nel rantolo

Abita la tartaruga filosofa

Un sonnambulo màrtire muto.

27.

Devastato fanciullo sulla porta

Ti guardano gli anni che ti tradiscono

Diamante senza luce il tuo cospetto.

E finì la madre appena arrivata

Spelonca di pane rancido

Da dove logica impara gentaglia

Qualsiasi quaderno di scuola.

Subbuglio generoso il buio

Inventa poeti da brivido.

Sono tornata a casa per sconfiggermi

Immediatamente carcassa e spada tratta

Sulla nomea di perdere il giorno.

Da decenni la ruspa sull’immagine

Ha trascritto versi soli, coriandoli di enigmi.

Maternale burrasca perdere

Le dita dentro la porta e svanire.

Rifiuto per sempre la marina e i pizzi.

28.

Baraonda di chele questo amore nero

Malfatto stadio della questua del sangue

E non avviene che l’eresia di perdere

L’anonimo microfono spento.

Il sudario è costato molto più di un arciere

E le vendette terribili bili di prigionie

Crepate come condannati scapestrati.

È così addietro la voglia di esserci

Che bestemmia al millimetro la stirpe

Violenta di nascere. Agonie di strade

Le lente attrezzature del sangue.

29.

Autunno il mio collasso e le sbarre del letto

Quando le urla carezzano il demonio

E le mostre sulle catacombe

Brevettano silenzi metafisici.

Mo’ appongo le ere di catene

Lungo la goliardia del fato

E le tenebre brevettano sé

Lungo il Tevere assassinato.

Mie le breccole del sudario di ognuno.

30.

A cena quando il giorno non rimane

Le frottole si danno dive

Per elemosine pungenti, serrate finestre

Per simbolo d’occaso. So allora la natività

Dell’ultimo grembo disponibile e le spoglie

Delle aureole mendiche. Che sia

La rondine l’abaco del basto

La nenia oscura della meraviglia

Sempre nello stanzino delle scarpe.

Attrice di coriandoli la serpe

Perfetta stasi dell’incomprensibile.

Permettimi una ciotola strapiena

Per il borgo di randagi indagati

Dalla vendetta della polvere.

Sul quadernetto sfinito

Si adesca lo scalmanato enigma.

31.

Con la cancrena del sillabario

Ancora baro la sillaba

L’angolo chiuso di santi.

Mi pare gavetta questo cipresso

Salato apice di scempio.

Dentro solitudini indigene

Apro la gerla delle fiacchezze

Gli orologi spaccati dalla calca

Del secolo. Omaggio al cristallo

Lo stato prono, fiacco della rondine.

Finitudine arrancare nel cortile

Paterno del nulla. Ipotesi stantia

Addolorarsi ancora con la fuliggine

Del girotondo. Ritardo i fiati

Per elemosine d’orizzonti.

32.

Assolo usignolo

Il cielo del sogno

Compagno di fughe.

33.

Mia perla d’ospizio, mio tuono

Schiudi dal letto il pianto

Per simbolo d’accatto perdonami

Sotto ginestre bambine.

È tutto qui l’apice

Della civetta poliziotta

È lite la cometa che si spegne.

34.

Mi attenuo soltanto morendo un poco

Falchetto di digiuno

Panico di fossa.

Intrico d’erbe stinte il mio malanno

Bizantino nell’uso delle stimmate

Per altri santi da bestemmiare dopo.

Il rito della roccia quando t’incagli

E bestemmi tua madre. Questo è nulla

A monte di tragedie gemite.

Contorte preghiere apprende

Ancora una volta il volo per le scale

Per rendite di fosse calunniose.

35.

A giorni visiterò il mare sghembo

La putredine botanica dell’orto

In compagnia di un topo satollo

Bello boria di cristallo.

Vita da nulla la volpe imbalsamata

Baccano della resina resistere

Boria stemmata pessimo l’amato.

Vestale di corsa per la prima

Volta nella storia dove si accasciano

Le teche delle sillabe stampate nel marmo.

E poi le serve paniche di secchi

Eruttano blasfemie da soldato

Contro il dato tratto del capestro.

Il tramonto fa falò il cielo

Manichi di scopa duettano canori

Per eludere chi marcia senza scarponi.

Poni da me un secchiello di sabbia

Ch’io possa coprirmi il petto

Spettrale nella noia della terapia.

36.

Solitudine amazzone quale una rivolta

Sospettare del socchiuso di una porta

E parlare coi venti ché la smettano

Di sottomettere ginestre stregate

Dal guaio dei fratelli passati per le armi.

Minuscola guardiola il fasto del sangue

Da sopportare nell’odore rancido

Nella cappella ignuda forza d’arme.

Malessere scontroso questo sogno

Bacato dal frastuono dello scalpello

Da poter vedere sguantata

finalmente la mummia.

37.

E guarda come ferale

La guardia che ti perseguita

Guitta di sé manette suggellate

Dalla chimera a dondolo di stasi.

Perdura il compleanno alla pozzanghera

Grida la ringhiera della villa

Dove il fantasma la fa da giurato

Senza pietà di traguardo.

Àncora di riguardo rimanere

Bocciolo delle fresie generose

Secondo una botanica carnale

Atta a chi ha perso le sembianze.

Il crudo ostaggio m’incatena ancora

Fantesca di una scatola di scarpe.

Ma poi avviene che mi si sposti il cuore

Verso calunnie insipide di noia.

38.

Quindi in realtà la paglia del sorriso

Prende fuoco in un rimorso

D’angolo la frode con insania

E vuoto come tale io che sono

Lo scempio vile grandine del dire

Parodia di fiele l’elemosina.

Sisma cortese le pupille

Colloquiano col vento

Qui vespertino nugolo di sfratto.

Già da domani l’eresia della darsena

Sommuoverà la rondine clandestina

Il sipario mai alzato ormai per sempre.

39.

Ammalorato dal troppo rebus

Il mattone si spacca

Canuto sotto i fili d’erba.

E fa baccano il nudo della sfinge

Che gioca con le rondini calienti

Vestali alunne liriche del vento.

La vestizione eruttiva della santa

Rumina canzoni di dovizie

Storiche. Appelli di paludi dover

Restare a capo chino l’intero dì.

Nel ritocco del soqquadro lessi

Letture di fandonie perdere tempo

militi infiniti le parole anche stempiate

buone, belle. La vita persi dietro l’eco

il coma di cantare senza fiato.

Ree nel mastice erompere

Le perle per le spose clandestine

Mortali nel mortale. Adesso accingo

L’etimo perché si tramuti

In un’etica equorea staffetta.

40.

Rivolta panica guardare le foto

È un caso di morte assunta

Marcio anatema di bellezza.

41.

L’uccisione del baco da seta

È un crimine contro l’umanità.

E la poesia è martire quando

È domestica del sentimentalismo

Più bieco. Col collo rotto per

Guardare oltre la poesia si affaccenda

Con parole esatte, angeliche al numerico.

Chi ne fa poltiglia è lo spergiuro

Nostrano, strana enfasi di cerchi fissi.

A mani vuote si scrive e a capofitto

Si fa regale all’improvviso.

42.

Dovrò ammattire con il sangue in gola

Terra italica senza fingerla…

Opuscolo di gestapo sopra il petto

Terribile pazienza essere io.

Manifesto tombarolo il silenzio

Cristallo innamorato il mio fraseggio

Giraffa di una luna che si prende.

Gesticola la madre per farsi voler bene,

Ormai ignoro le vestigia di chi fu

Malanno della rosa che non mi volle.

43.

Mi vien da piangere per tutte le ragioni

Del mondo. Questo genuflesso arato

Che non darà germogli né nuova sorte

Al temibile viandante che spezza

Tutto. Ma non parrà salsedine

Il mio sangue, anzi senza lapide finanche

Il frusto salice parrà volare.

È millenario il sale sulla lingua

Pareggio con la belva prigioniera.

Attiene a chi erigere la fossa?

O la lumaca lenta lenta che promette

Forca? Provetta velenosa la mia

Stoltezza vedova semmai solo di te.

Ma tu moristi scheletro parlante

Dove addiviene quercia la vendetta?

O fosti unico balbettio dell’uno?

44.

La cortesia placida dei gatti

Chiede da mangiare

Affamati stanno. Poi si accalca

L’odio del vento la curiosità antica

Del dio di famiglia dove si attarda

La genesi cortese la gente del nulla

Che aspetta e non strombazza

Baraccopoli d’incendio. Io che non so

Vellutare le ombre le brave genesi

Di brevetti forestieri fuori da amore.

Né signora né occaso il mio suburbio

Biologico ormai per la tomba.

A casa sotto chiave è stare vedovi

Dovizia di fandonie anche crepare.

45.

Ormai ho un amore che è una colletta

L’angolo della strada con il mendicante

Tardivo sonno di disprezzo.

Alle volte è senza tetto

Abuso di cometa senza coda

Verso la maestra a strazio di voce.

L’Arlecchino stupidello che crede alle tisane

Oltre l’inchino lercio del puttaniere

Avviene per non far ridere.

Nelle muffe che calamitano la notte

Resta nel letto l’impronta quale

Una darsena fallace sotto le stelle.

Me non sono che editto d’asma

Spasmodica la goccia dello straccio

Di mare. Tramestio notturno la foce

Della madre ormai persa per sempre

Pertugio di loculo le ceneri.

Breve comignolo rattristarsi

Secondo i fuochi fatui della logica.

46.

La genesi del gerundio è resistenza

Stanza vietata all’assassino

Tata graziosa insieme alla bambina.

In bilico col cipresso senza sorpasso

Le nenie dei vicoli passano liete

Quali un impero senza catastrofe.

Arance che cadono succulente

È il nostro incontro al Foro Romano

Magnifica la mano nella mano.

Gioco di cristallo guardarti il cuore

Dove finisce l’epopea di piangere.

Atra bile ormai la mia faccenda

Dirotta presso un apice di nebbia.

47.

Silenzio scritto il mio restare

Patriota… verso l’ossario che mi aspetta

Sperpero ancora un altro sperpero.

Per durare maestà di argilla

Faccio scempio di una rara maestria

Questo agghiaccio che stermina.

Il decano dei giardinieri

Non dà frescura in gola, anzi la falla

Commette se stessa a mo’ di capestro.

A mo’ di pozzanghera gelata

Resta la vita a forza di mozzi.

Il silenzio mortale perpetua la morgue

La guerra pastorale degli agnellini

Sgozzati per la pasqua e non.

Ora mi ribello tiro fuori le lance

Ma non infilzo nessuno date le

Lacrime.

48.

Rubo sconfitti gli sconfinati risolini,

Pagane eresie innamorate

E grane ogni giorno per sconfiggermi

Dove duole l’aiuola da formiche stracolma.

Corto cipresso per morire lesta

Stanza di precisione l’ultimo alito

E le gemme stupide del sale.

Non voglio cresime per confermarmi

Viva, baco da seta tutto in groviglio

Stretto all’impotenza. Zanne di sasso

Il marmo del silenzio e la bravura

Panica del verbo. Più non vedo

Che gocce di fanfara per il patibolo.

Tu stretto alamaro della solitudine

Impari a memoria le preghiere

Ma non schizzano gli strali per il cielo.

Le frottole canore dei poeti

Sanno turbativa di cantica,

Miti pagane le lucertole.

Addio per far vincere il rantolo

Sotto la siepe di Giacomo.

49.

Turbativa d’asta il mio selciato

Stradario sfinito dita di non canestro.

Ho l’iride blasfema occhi di strada

Dentro il calamaio che non scrive.

Vigliacca contumacia la mia cella

Spalata per far crollare la prigione

Che non crolla affatto. La pinacoteca

Dell’ombra è il mio astio stipato

Sotto rantoli da stadio : nessuno si

Accorge del mio cadavere. Moriture

Scogliere la madonna analfabeta.

50.

Le mortali scorribande del mio silenzio

Azzerano le vigne dell’orco fatuo.

In lotta con le stelle vado a piangere

La genia lugubre del sonno.

In mano all’anemia di tutta la vita

Fa scorribanda l’estro di non capire

Che pire di fuochi per le feste.

Erutta la mania di volerti

Titanico bastione di diario.

Attrito con la nebbia ormai tutto il cuore

E la stamberga bruna della casa

Marette da sfumare ogni gran gara.

Lentamente affiora il pipistrello bianco

Attenua di me la losca tana

L’erba marcia che cattura i passeri

Segnandoli traditori di se stessi.

Non ho più fato per reggere le rotte

Qui mi consumo anfora di scheletro

Singhiozzo sottobraccio alla chimera.

Appello lo scompiglio di resistere

Quale calamita imitata d’impotenza.

51.

È vero che l’esca si addormenta

Per non avere né dare dolore.

È vero che l’amo è ruggine

Sotto il cavillo del mare.

Oggi raccomando la scelta di andarsene

Sotto le scene opache del lutto.

Oggi o domani morirò col far

Della falce ceduta contro il pasto

Dell’erba. Baraccopoli e sudario

In età infante. Faccende di dio

Commettere le tombe le calligrafie

D’ergere un vocabolario nuovissimo.

Al palo per essere fucilato

Il cinguettio del tuo passero.

52.

Corona autunnale ormai lo sguardo

Addendo di un altro dispiacere,

Lo spartiacque di Cristo è la leggenda

Agenda sul petto per sopravvivere.

La veranda disadorna della nonna

Accolse giocattoli di marzapane

Conchiglie con le perle ancora intatte.

Le pillole sul comodino sono chiodi

Contrari al delirio che stoppano.

Paraventi per ri-uccidere le ceneri

Amano duettare con le polveri.

Mi morde la nuca un tarlo velenoso

Imperatore minuscolo vincente.

53.

Gerundio spocchioso starmene viva

Lanugine d’occaso sempre il velo

Sul viso che si rapina piana farina

Cenere nulla ripetuta e scarna.

In casa ho un cipresso prenatale

Calmo e buono fissa sfinge

Di sabbie finenti similoro:

È la madre da rifare esule accanto

Alla perdita che avvenne.

Nullità del fattaccio che mi uccide

Rimembro il lato oscuro dei fianchi

La malandrina frottola di giocare

Al caso della rima facoltosa.

54.

Iroso stagno l’etica del fato

Incolonna alunni malfamati

Ire sospese contro la nuca

Bastonata caducità la mia fandonia.

Inganno rovinoso starsene

Sembianza di dolore quale

Resistere stempiato spacco darsena.

Controllo severissimo badare

Alla gimcana al calice di vino

Quando è divieto la bravura d’eremo.

Man stretta con l’eroe eroso

Stagna l’abaco non conta più.

55.

Scrivimi un passo di gimcana equorea

Stazione rea d’addio sotto il letto

Felicetta acrobatica di muse

Fatuo l’alambicco di badarmi.

56.

Colpa di origine restare

Stambecchi nonostante fragili

Equilibristi di rocce cocciute.

Meringa la merenda fa solicello

L’attrito con il pozzo. Morie superne

Le resistenze d’animo. Eppure sedotto

Ormai il faro solo fraterno lascito.

E scivola l’orma di non bastare

Partigiani di sé. Nei convogli di deportati

È intatta la meraviglia di esser vivi

Financo vanesi forse ancora.

In mano alla fattucchiera della ronda

Si eclissa il giovane puledro

Dotto coriandolo di stirpe

Patria la pena di pulirsi.

Fraterno il dinosauro estintissimo

Arrivi a chiamarlo pazza dolina

Di sconforto.

Accorri ti prego anima bella

Sui felici alfabeti duttili di canti.

57.

Non ho amici né fratelli

Di me vulcano sono e urlo

Paziente terminale.

58.

L’età mia è sconfitta sotto l’abaco

E all’asilo non c’è più posto

Per scodellare esami virtuosi

O sconcerti per primavere

Dove si appisola l’occaso

Ancora un po’ l’amore avvenente.

Curandomi ho visto l’onda innamorata

La faccenda credula della vendemmia

Il tarlo che bestemmia sotto il letto.

Festivo apostrofo l’amore

Che dà condanne agli assassini

Stipati in ronde senza volti.

59.

L’attimo sepolcrale della voce

Rigagnolo della vita che se ne va

Svilente un acrobata che cada.

Nuca dispersa sotto le persiane

Guardare ancora un apice di gloria

Nonostante la melma della darsena.

Attorno al verdetto della cometa

Ti percuote la nenia della morte

La zanna nera della ninfea nera.

In un invaso che spacca le pietre

Annaspano le rondini cadette

Annega la sporta del viandante.

Cipressi vespertini paiono bambini

Anfibi nei giochi equorei.

Ritorna domani perpetuo dileggio

Così si perde l’oasi silvana

Vanesia senza epigoni di sole.

60.

Il mio amico d’infanzia

Era un ducetto di conchiglie.

Le perle le teneva sottochiave

E l’ombra del mare spariva.

A riva cambiava i connotati

Si bastava a sé senza il mondo.

Non mi diede mai niente

Io lunghissimi baci

Con la civetta sulla nuca.

Andai in quarantena per un virus:

Egli venne e mi regalò la conchiglia

Più ricca di meraviglia.

61.

L’età mia è sconfitta sotto l’abaco

E all’asilo non c’è più posto

Per scodellare esami virtuosi

O sconcerti per primavere

Dove si appisola l’occaso

Ancora un po’ l’amore avvenente.

Curandomi ho visto l’onda innamorata

La faccenda credula della vendemmia

Il tarlo che bestemmia sotto il letto.

Festivo apostrofo l’amore

Che dà condanne agli assassini

Stipati in ronde senza volti.

Va da sé che nulla è senza velo

Le bugie sono braccianti indefesse

Avvezze al germoglio l’orizzonte.

62.

Ho retto un dubbio insonne

Una cameretta di quando fui bambina

E San Francesco mi venne a bussare

Per un cantuccio di cane.

Candeggina di aurora essere viva

A man stretta contagiare gli angeli

La fretta di esibire un’atmosfera

Con la sfera di neve per tartufo

Non sospettato ufo di stelle.

Spettanza d’indole rivedere il fiume

Motorio d’onde e di fan di nuoto

Quando da ragazzi l’oasi.

Meringa la cometa salutare

Il germoglio grazioso della gran madre

Immortale alla moria che ci strenua.

63.

Cresce la nullità del mio costrutto

Fantasioso anemone di mare.

Il nome si fa concavo per ricevere

Strutture cadenzate di vendette

Senza condono il fato di perderti

In fondo a pozzi cannibali.

Re tenue il sillabario della sporta

Ormai senza fatue chimere

Né patrioti ginnici gli sguardi.

Permettermi un alunno ancora angelico

Quest’astio da gettare finalmente

Sotto cieche le rotaie cieche.

Dammi un alambicco di artista

Una stazione dove andare ovunque

Con le nenie per pargoli assenti.

64.

A me piange l’occaso

Ogni volta che avviene

Policanestro di giubilo

senza giocare.

In addendo di maretta

Il mio petto bilioso

Di fati alle finestre assassine.

Con il cantico di passi

Vado al cortile premuroso

Di me. C’è da non crederci

Cancello la fifa panica

E la geometria del righello

Non mi serve più. Vado a

Casaccio in un verdetto di

Conserve acide. Le chiuse

Mia madre ma non durarono.

Oggi mi accendo una valvola

sul seno e non ricordo più.

È finalmente incallita la trappola

Per i serpenti peggiori giri

Venefici. Noie di acredini

Le giubbe di ragazzi pessimi

E da domani non esco più.

65.

Il monitor del cuore di mia madre

Fu piatto. La ritrovai avvolta in un

Lenzuolo bianco fin sopra la testa.

L’infermiera mi portò un bicchiere

D’acqua che non bevvi. Era bella

Come se avesse anni in meno e

La pelle levigata. Era nella stanza

Di chi muore. Un divano era l’unica

Beltà di nobiltà. Vennero due becchini

E noi uscimmo. Fu deposta in una bara

Provvisoria diretta alla morgue con i

Frigoriferi. Comporla fu facile ché non

Morì agitata a differenza di mio padre

Che fu stretto come una mummia. Morì

D’infarto per il terrore della morte.

Morirono come vissero.

66.

Virgulti anemici il sudario

Dove il calendario fiacca

La voce canuta della leggenda.

Non posso più parlare oramai

Qui sul cristallo livido del petto

Spiaggia amore in una crosta d’asma

Rimango fiacca cantica di stato

Dove la meraviglia resta per qualcun altro.

Io ingoio acini rancidi

Con il disprezzo delle gole d’altri.

67.

L’arte del custode è darmi la dose

Esatta come l’aureola di santi

Abbandonati in chiese abbandonate.

Nate gemelle la nascita e la morte

Avvengono giullari cinerini.

In mano alla sterpaglia sanguino

Guerrigliera di stati non trascorsi

Ma vermiglie le classi di rondini

Osannano il miglio che depongo

Lungo il caos di esponenti libertini.

Il petto mugola come volesse uscire

Dal segreto del sangue che trattiene

E dove avviene l’altare di vinti.

Non ho abbecedario per consolare

Né tracce ebeti per gendarmi

Qualora avvenga la nottata dura.

In mano all’abaco di nessuno

Crebbe matematica la notte

Chissà perché non ne muoia ancora.

68.

Sono l’elemosina del senso

Il vecchio sisma di una

Stagione vieta.

Il mio vicino è l’ascoso

Rantolo futuro

Quando s’invecchia poveretti

Tetti di briciole senza giammai

Una rondine mai.

Diritto d’occaso la botola

Ladrona frottola del nome.

Il palmo sudaticcio è la fandonia

Dell’acqua. Quaresima per sempre

Il giogo del breviario diario vagabondo.

Docile scure sia

La resistenza di lasciare

Financo il cielo poveretto e piccolo.

69.

Dovrei spignattare per invitare persone

Per eleggere uno scopo contro la prigione

Che ciabatta dentro di me. Occludere il cuore

Farmi risate di crepacuore.

Dimenticarmi del tutto in una frotta

Di elemosine leggere. Uccidermi nel sonno

Con ore e ore di dormite blasfeme senza

Ringraziare più nessuno. Ringraziare i lutti

Per rendermi più leggera. Rattoppare calze

Per fingermi più elegante che mai. Salire

In soffitta e impiccarmi, felicissima.

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