Di DANILO LACCETTI

Perché qualcosa ancora rimaneva da fare, da qualche parte cercare, la speranza, si sa, ferisce con niente, ma un riverbero alimenta e sottrae sangue come linfa capricciosa, la ragazza per qualche giorno nel darsela, la morte, aspettò.

Fosse stata quell’attesa un respiro, avrebbe avuto la solennità paziente, pacata di chi, a precipizio dentro il sonno, nell’incerto che precede l’incoscienza abbandona se stesso, un istante e dall’abbandono al buio il confine resta impercepibile; oppure aveva piuttosto la cadenza di una pausa, quelle concesse agli attori ancora timidi prima di prendere il fiato per il loro debutto, con slancio, guardali, sopra una corda in tensione, traballante, sospesa com’è tra il possesso del proprio corpo e la misteriosa resistenza che lo spazio sconosciuto sa opporre.

Eppure lei, quella ragazza, dava l’apparenza di stringerla dentro una sola mano, l’attesa; ne era padrona, e ogni buona padrona amministra scrupolosamente il minimo cenno; che so, un sussulto, misero, sprovveduto a vedersi, se ridà animo, quanto il mugugno sottinteso ad una protesta, pronto a crescere con vigore impensato. Avesse avuto, però, facoltà di manovrare il timone del tempo, ecco, l’avrebbe sfinita fino a dissolverla, l’attesa.

Da tutti era chiamata “la ragazza che parla al suo cuore”. Non granché di cervello, un bel po’, sì, fin troppa sensibilità; appunto, sensibile, era molto sensibile la ragazza che parla al suo cuore.

Stare seduta per uno, due pomeriggi sopra una panchina macchiata da rapidi pasti di piccioni infuriati quando finisce il mercato rionale, leggere, sfogliare, un libro, riviste, tenere a mente il passeggio degli anziani, nocchieri spersi nel mattino ghiaccio, mentre li agiscono cani assai nervosi, sussurri, piccoli sussurri, sussurri meccanici da lei soffiati nell’ansa di una sciarpa, verso il lembo gonfio del collo di un maglione di lana, lì, a sinistra, fai bene attenzione, dove posa e vive e dà vita il cuore, “stai buono, stai fermo, per piacere”, diceva così all’incavo oscuro fra le sue vesti, per altro così colorate, vedessi, un serpente screziato dall’arcobaleno di accesi colori, per non dire dei grandi occhiali cerchiati di giallo, fianco a fianco quei due ovali al tondo, mansueto naso, e poi gli occhi, piccoli, intagliati ad incastro nella fronte pareva, nel momento in cui lei folgorava tutto l’intorno, ogni cosa traversavano, niente restando indenne davanti a quello sguardo rapido, preciso eppure così clemente; e lei, la ragazza che parla al suo cuore, indirizzava la voce, sottile quanto un soffio, al suo petto e più e più volte ridiceva: “stai buono, aspetta, stai fermo, per favore”.

Dove viveva, il nome, quale, lavorava, studentessa al primo o al secondo anno, una ragazza sola, aveva qualcuno da amare, amici attorno, chi altri, oltre il suo petto, lì dalla parte del cuore, le cose che lei bisbigliava, pronunciando così poco palpabile, le poteva ascoltare, un nome c’era per la ragazza che parla al suo cuore?

 No, dentro quel corpo ancora non era penetrata la pratica di un mestiere, quale che sia, quando il passo, da un lato, è gravato da oscuri moniti, dall’altro senza scosse procede, diritto, esclusivamente l’attraversa una robusta concentrazione che le ore colora in modo diligente, misurato; no, in lei piuttosto l’impaccio, la vaghezza talvolta di chi avverte tutta l’orribile meraviglia di un infinito presente e di un futuro così lontano: una cellula al suo sorgere, la potenza di farsi il fiore più bello, il cancro più osceno, la turpitudine e il sublime, il sogno quando si invera o malinconicamente un torrente destinato a spegnersi in un fiume limaccioso e lento.

Già, la paura e l’orgoglio. Quante cose si diceva dentro, quale grande dignità doveva tributare a quella voce che ci rivolge la parola, non richiesta, la cui origine ignoriamo, sebbene per una vita sia fedele nostro ostaggio, e noi di lei, che parla dentro di noi, che parla per noi; proprio perché l’accoglienza ricevuta nel mondo corrisponde così poco al conforto di questo mormorio silenzioso, pallido, pieno di riguardi, passione bruciante e folle, testimonianza senza pietà di ciò che a tutti sappiamo nascondere, a lei, all’io che si pronuncia, suono senza materia, naufrago sopravvissuto a chissà quali burrasche, a lei ci abbandoniamo, ultimo degli ultimi approdi.

Quella voce, che teniamo per pudore segregata, anche quando talmente giunta in superficie da farsi quasi udire distinta da chi interdetto ci osserva, lei, la ragazza che parla al suo cuore, a quella voce non metteva un freno, era così? Insania, difetto di salute; di igiene, più raffinato eufemismo, sorta di mente pulita, mente sgombra, mente liberata da tenebre e angoli buii, così poco conformi a tutta la luce che ci deve inondare: dunque di questo si trattava?

Qualcuno disse di no. L’aveva vista, era sicuro. Bisognava credergli. Guardatela, in specie il suo ultimo giorno, quando, aggirandosi penosa, in scompiglio i capelli rossicci, mezza vestita, per metà lavata, lamentava, lacrime su lacrime, qualcosa, la testa ficcando dietro i cespugli, sulle feritoie dei tombini; la si vide, come riferirono, interrogare i gatti, gli uccelli. Qualcosa che aveva perso, di molto caro; non seppe recuperarlo.

Che se la possibilità di recuperarlo le fosse stata concessa così da riprendere le medesime movenze della sua vita, qualcuno a quella vita avrebbe trovato comunque quello sbocco, prima o poi l’avrebbe nuovamente incrociato; e sia. Che se avesse dovuto affrontare, avanti negli anni e con l’esperienza però fragile ancora, troppo, dato il suo spirito “eccentrico”, una qualche complicazione, di certo non avrebbe potuto fare appello a tutte le stramberie che, a detta di alcuni, non sono altro che protezione all’inettitudine, per occultare la mediocrità, una maschera; e sia. Eppure il dubbio, nessuna diceria, nessunissimo esercizio d’analisi ha potuto ad oggi scioglierlo, resta e non si sa con certezza se quel biascichìo frettoloso, gravido d’affetti, che la ragazza soffiava alla volta del suo cuore, fosse dedicato alla testolina smeraldo, nervosa, spaurita di una piccola lucertola o solamente, in realtà, a quella voce interiore, precipitosa, che da prigioniera smaniava di farla franca; se avesse raggiunto quella soglia, che solamente quando la si supera se ne perde la piena coscienza, passata la quale farle rientrare, costringerle di nuovo in catene le miriadi e miriadi di voci liberate rimane impresa forse senza fortuna, o se piuttosto in petto, sulla nuda pelle, fra le scapole, nel morbido ventre, avesse tutto quel tempo portato in custodia il segreto amore di un animaletto tanto imprevedibilmente sinuoso quanto poco aggraziato e docile.

Fatto sta che la ragazza che parla al suo cuore le ragioni di quell’attesa dovette smarrirle; le smarrì e si sentì persa per questo; nel momento in cui percepì con nettezza non rimanerle nient’altro da fare, né cercare da qualche parte né alimentare la speranza, che nuovamente si ricongiungesse con lei, nel darsela, la morte, non aspettò più.

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Danilo Laccetti esordisce con il “cortoromanzo ingannevole” Trittico della Mala Creanza (Leone, 2009), seguìto dal romanzo satirico Storie di Pocapena (Leone, 2010). Nel 2016 dà alle stampe, in un’edizione privata in cinquanta esemplari numerati, Unico viaggio. Sinfonia di racconti, prose e divagazioni per voce sola (ne parla qui il linguista Luigi Matt). Ha curato la pubblicazione di classici tascabili per l’editore Leone, la prima edizione annotata di Un viaggio a Roma senza vedere il Papa di Faldella (Greco&Greco, 2013) e Roma immaginaria (Arbor Sapientiae, 2014), un’antologia delle Variae di Cassiodoro con profilo storico dell’Italia ostrogota. Suoi contributi sono apparsi sulle riviste: «Atelier», «Critica impura», «Il Segnale», «L’immaginazione», «Nazione Indiana», «Nuova Prosa», «Testo a fronte», «Zibaldoni e altre meraviglie». Un suo testo giovanile, Atalaricus Rex, è stato oggetto di una mise en espace di una settimana nell’aprile 1997 al teatro dell’Orologio di Roma per la regia di Valentino Orfeo; con quest’ultimo collabora alla messa in scena di testi di Cechov e Beckett. Nel 1999 viene invitato da Mario Martone, allora direttore del Teatro Argentina, a un seminario di regia. Di recente ha scritto due sceneggiature di brevi cortometraggi: Niente e nessuno, ispirata al racconto L’abisso di Leonid Andreev, e Il giorno di Matteo. Nel gennaio 2015, dopo quattro anni di lavoro e trecento pagine scritte, lascia incompiuto il romanzo storico La scoperta di Ortoppido, ambientato alla fine dell’età umbertina in un borgo immaginario sul lago di Bolsena; due estratti di questo romanzo sono stati pubblicati sul n.69 di Atelier (con lo pseudonimo di Francesco Anestia) e sul n.66 di Nuova Prosa.

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