Bologna “Centrale di Transito” della poesia italiana: un’intervista con Alessandro Brusa, curatore della non-antologia

Di SONIA CAPOROSSI

Abbiamo intervistato Alessandro Brusa, curatore, con Valerio Grutt e Martina Campi, della non-antologia “Centrale di Transito” (Perrone Editore 2016), la quale raccoglie lo stato dell’arte della poesia bolognese contemporanea, tematizzando la città  come luogo principe di scambio e fermento culturale nonché come uno dei punti di riferimento, su scala nazionale, dell’attività poetica odierna.

Sonia Caporossi: Attraverso la dichiarata non – antologia “Centrale di Transito” tu, Martina Campi e Valerio Grutt, in qualità di curatori, avete cercato di buttare giù una mappatura rizomatica e itinerante, assolutamente non onnicomprensiva e tuttavia degnamente esemplificatoria, del panorama poetico bolognese dei nostri tempi così com’è, nel suo perpetuo fermento. Com’è venuta fuori l’idea del libro?

Alessandro Brusa: L’idea del libro è nata da una conversazione tra me e Giulio Perrone, il mio editore, che seguendo la mia personale attività poetica ed in via indiretta anche quella della città buttò lì una frase tipo “Ma perché non facciamo qualcosa a Bologna.. o su Bologna”. Da quel momento la mia mente ha cominciato a pensare che effettivamente tutta la vitalità, tutta l’energia che si respira da queste parti doveva essere raccontata, anche se, come si evince da alcuni dei contributi non poetici, c’è come una certa ritrosia, quasi un certo imbarazzo a mettersi in mostra, quasi un timore di peccare d’orgoglio. Vorrei aggiungere che Martina, Valerio ed io non siamo stati i primi comunque a sentire l’esigenza di mostrare questa realtà. Esiste infatti un capitolo dedicato interamente a Bologna nel volume “La poesia contemporanea” di Alberto Bertoni (ed. il Mulino 2012) e Giancarlo Sissa qualche anno prima aveva curato un volume dal titolo “Poesia a Bologna” (Gallo & Calzati 2004). In nessuna di queste due opere però erano presenti testi poetici e questa mi sembrava un’aspetto cui andasse dedicata maggiore attenzione

SC: I contributori dei testi critici che intervallano opportunamente i componimenti poetici raccolti nel volume, Giuseppe Nibali e Antonio Bertoni, Enzo Campi, Loredana Magazzeni, Maria Luisa Vezzali, Giancarlo Sissa e Paolo Valesio, hanno offerto ognuno uno scorcio di ermeneusi personale circa l’argomento mai abusato di ciò che dovrebbe rappresentare il poeticum come forma di attivismo culturale, oltre a fornire ricordi del fermento letterario bolognese almeno dagli Anni Ottanta e Novanta in poi. Che idea di poesia in senso complessivo è venuta fuori, tutto sommato, dai loro contributi critici?

AB: Innanzitutto non vorrei chiamarli contributi critici anche perché non credo lo siano. Con Martina e Valerio avevamo deciso di presentare una storia, di dare una rappresentazione di quello che accade in città senza un’analisi critica dei testi o degli autori e tantomeno senza un’idea di cosa mostrare e cosa no e proprio per questo il sottotitolo “questa non è un’antologia”: perché non voleva essere una dichiarazione “guardateci, noi siamo i migliori poeti in città” affatto! Io non credo alle antologie o alle mappature fatte con questo intento, ho creduto invece in un progetto che fosse soprattutto un “Hey.. voi che passate di qui,.. ecco chi potreste per esempio incontrare..”. Quindi non ne è uscita un’idea di poesia, ma ne è uscito un racconto. Non esiste una scuola bolognese, ma forse esiste un modo “bolognese” di rapportarsi alle cose e questo si vede più nella vita poetica della città che nei testi. Tempo fa ad una tavola rotonda dedicato al design italiano ho sentito una frase che credo, giustamente parafrasata, sia applicabile perfettamente a questo discorso “La poesia bolognese: non una scuola, ma uno stato di grazia”.. questo perché appunto non c’è una scuola, una direzione, un ragionamento poetico comunitario alla base,  c’è solo un luogo che cattura, che attira, che catalizza le energie creative. Una cosa buffa che ho scoperto parlando soprattutto con gli autori dei contributi non poetici diciamo, è che proprio l’assenza di una scuola sia la critica portata dal maggior numero di voci. Forse perchè, proprio per la presenza dell’ateneo che, come puoi immaginare, caratterizza il nostro modo di ragionare da quasi mille anni, si crede che dovrebbe esistere una scuola, che sarebbe necessario esistesse un segno poetico comune.. io credo invece che l’assenza di questo segno sia una cosa bellissima, che permette una grande libertà e conseguentemente una grande varietà. Se poi vogliamo parlare di scuole, la stessa scuola di New York (con autori come Ashbury, Berrigan, Guest, Koch, O’Hara… etc) non aveva un manifesto preciso e raggruppava voci molto diverse tra loro, quindi non vedo perché non parlare comunque di Scuola Bolognese.

SC: I gruppi poetici e le iniziative culturali legate alla poesia e alla letteratura a Bologna nascono continuamente come funghi. Reading, letture, happening, festival, incontri, seminari e corsi, molto spesso si avvalgono del contributo di autori e studiosi anche esterni, che vengono sempre volentieri a Bologna per l’occasione. Dal Gruppo 77 al Gruppo 98, da Le Voci della Luna a Bologna In Lettere si tratta, per parafrasare lo slogan di quest’ultima ormai consolidata iniziativa, di veri e propri “festival lunghi un anno”. Questa è l’innegabile bellezza della passione; ma insomma, qualcuno potrebbe domandarsi:  chi ce lo fa fare?

AB: Considerando che, se escludiamo le iniziative del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università, il sostegno delle istituzioni è quasi nullo e conseguentemente la fatica di chi quotidianamente si impegna in questo mondo viene moltiplicata invece che ridotta.. beh, davvero viene da chiedersi perché!? credo che anche questo però sia nella storia della città. Tu hai giustamente citato dei gruppi, delle “associazioni umane e poetiche” potrei dire. Nulla nasce da un bisogno individuale, ma è sempre una questione comunitaria, una questione politica nel senso che coinvolge la polis, il luogo, la città! A Bologna più che in altri luoghi, la creazione artistica è un fatto comunitario, un fatto sociale. Quindi in fondo la tua domanda è un po’ come chiedere ad un poeta “perchè scrivi? chi te lo fa fare?”, solo che qui, invece di risponderti un individuo chiuso nella sua torre sul Neckar, ti risponde una comunità intera.

SC: In base a quale criterio sono stati selezionati gli autori contenuti nella non – antologia?

AB: L’unico criterio che abbiamo scelto di seguire è stato quello dell’età anagrafica, sono presenti infatti solo autori nati negli anni ’70, ’80 e ’90. Sapevamo che questo criterio avrebbe lasciato perplesse molte persone, ma è stato un modo come un altro per ridurre un poco la rosa entro la quale scegliere. Relativamente alla scelta dei nomi, sia io, sia Valerio sia Martina abbiamo a volte seguito criteri differenti. Io per esempio ho cercato di proporre soprattutto quegli autori che sono davvero presenti sulla scena poetica, quegli autori che davvero, quell’ipotetico viaggiatore evocato nella prefazione avrebbe potuto incontrare nella sua passeggiata sotto questi amati quaranta chilometri di portici. Ovviamente ne è uscito un elenco molto lungo e complesso ed a quel punto abbiamo lanciato la patata bollente all’editore perché fosse lui a fare una scelta finale, in particolare sui nomi su cui magari non avevamo trovato sintonia tra noi “curatori”.. e devo dire che Giulio Perrone ha fatto davvero fatica a scartare molti di quei nomi, proprio perché la qualità delle voci che gli abbiamo presentato è davvero elevata. Alla fine quindi abbiamo scelto sedici autori, partendo da Francesca Del Moro, che insieme a me e Martina Campi fa parte dell’organizzazione del festival Bologna In Lettere. Francesca Serragnoli che non ha bisogno di presentazione essendo una delle voci più importanti del panorama poetico della mia generazione e che davvero ci ha fatto un grandissimo onore regalandoci i suoi testi. Poi c’è Gabriele Xella che è un mio concittadino, un imolese, quindi uno dei pochissimi nati nella città metropolitana presenti in questo libro. Gabriele forse è quello che più di altri “perde” nella trasposizione cartacea perché sentirlo recitare i suoi testi è davvero un’esperienza. Rodolfo Cernilogar, insieme a Veronica Tinnirello ed alla già citata Francesca Del Moro rappresenta la quota toscana di autori, quota che credo ci spetti per legge.. abbiamo cercato di farne a meno, ma ahimè ci è toccata. Ovviamente scherzo, anche perché Rodolfo è un autore che ha ottenuto molti riconoscimenti con i suoi due libri e Veronica va ringraziata non solo per la sua scrittura, ma anche per aver condotto su Radio Città del Capo “Il rubino del martedì” un programma radiofonico dedicato alla poesia. Valerio Grutt, Giuseppe Nibali ed Ivonne Mussoni simbolicamente rappresentano il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di cui Valerio è stato direttore fino a pochi mesi fa, svolgendo, insieme ad Ivonne e Giuseppe, un bellissimo lavoro, portando la poesia in luoghi dove normalmente non si immagina di incontrarla (mi riferisco in particolare ad un progetto svolto presso l’ospedale Sant’Orsola di Bologna) e soprattutto portandola nelle mani degli studenti fuori dai luoghi istituzionali che il Centro di Poesia era solito abitare.  Ci sono poi due poete, due donne che orbitano in città, anche se in maniera più defilata: Eva Laudace e Valentina Pinza che, sebbene diverse nella scrittura, sono accomunate, nella vita e nei versi, proprio da questo “esserci e non esserci”. Lorenzo Mari è stato difficile da reclutare: è stato l’unico che aveva alcune perplessità sul progetto e devo dire che cercare di convincerlo ad essere dei nostri è stato anche un modo per chiarirmi su alcuni punti e riflettere su quello che stavamo facendo. Serena Di Biase e Sarah Tardino sono invece in questo momento (per ragioni personali e di vita) le autrici più distanti dalla vita poetica bolognese, anche se per anni ne hanno fatto parte integrante, come anche Roberta Sireno che dopo aver rappresentato l’asse portante di un gruppo di giovani poeti dal nome “I Compari” ha scelto di mettersi un po’ in disparte e questo progetto è stato un modo per richiamarla in città.

SC: Bologna e la poesia: sorge spontaneo un confronto con altre realtà cittadine, magari molto più vaste ma terribilmente meno disposte, a volte, alla collaborazione, al libero scambio di suggestioni, all’accoglienza, alla dismissione della brulla e malsana pratica della conventicola a tenuta stagna. Roma, ad esempio. E poi?

SB: Guarda, in verità credo che la realtà bolognese sia, sul panorama nazionale, decisamente unica. Non dico migliore, dico proprio unica. Come ben sai io non sono un critico, il taglio con il quale affronto la realtà poetica è più incentrato sull’aspetto umano, sull’aspetto sociale e politico. Bologna è una città che a fronte di un numero di abitanti che non arriva al mezzo milione, ha una vita culturale che in Italia forse solo Roma, Milano e per certi versi Torino possono vantare. Non voglio entrare ora nell’analisi di realtà che non conosco a fondo, ma quando da tante parti ti senti ripetere “Wow.. ma a Bologna accadono cose che.. no, nella mia città neppure le sognamo” beh allora capisci di far parte di qualcosa di speciale.

SC: L’idea che si respira nel libro è anche quella che la poesia, per essere tale, deve uscire fuori dalla carta stampata e farsi voce altisonante, recitativo, performance, lettura pubblica, in una parola: comunicazione e coinvolgimento di un pubblico il quale, se opportunamente sollecitato, per quanto vario ed eterogeneo possa essere risponde bene, risponde sempre. Che ne pensi?

AB: Sono assolutamente d’accordo con questa tua affermazione. Ammetto di essere un grande amante della poesia che sta chiusa in un libro e che si apre un po’ a comando in base alle esigenze del lettore, ma accanto a questa mia attitudine sta prendendo piede, anche grazie all’esperienza di Bologna In Lettere, un grande interesse per il lato performativo. Quando la poesia riesce a non essere solamente un’ideazione mentale, come accade fin troppo spesso, il coinvolgimento sensoriale dell’autore e del fruitore diventano parte integrante del messaggio poetico, si ha come una fusione etica ed estetica del verso.. e questo è fondamentale. Aggiungo poi che la poesia, come qualsiasi forma di arte e di comunicazione, ha senso quando oltre ad una voce che parla c’è anche una voce in ascolto (perdonami la sinestesia) e l’opportuna sollecitazione del pubblico porta pubblico, porta interesse, porta ascolto: porta vita. Detto questo, troppo spesso la cosiddetta poesia performativa si trova a coinvolgere il fruitore del testo “orato” grazie ad espedienti che fanno più parte del mondo dell’intrattenimento che di quello della poesia.. per intendersi, si rischia di fare un bello show con materiale poetico spesso poverello. Coinvolgere il pubblico senza volerlo intrattenere come fosse un bambino riottoso non è cosa facile e devo dire che in questi anni ho imparato che, meno sovrastrutture mettiamo tra la poesia, tra il testo ed il pubblico, migliore e più intensa è la reazione dello stesso. Una bella direzione è quella poi di portare la poesia fuori da quelli che sono i luoghi soliti in cui vive, darle un significato anche in relazione ad un contesto. Nel libro forse questa realtà non la si vede tanto, ma in città è cosa abbastanza comune.

SC: Giulio Perrone ha accolto con gioia l’idea ruotante attorno a “Centrale di Transito”. Altri progetti editoriali nell’aria per il prossimo futuro?

AB: Personalmente sì. A marzo uscirà, sempre con Perrone, la mia seconda silloge poetica. È un libro pronto da quasi un anno, ma di cui abbiamo deciso di rimandarne l’uscita anche perché l’anno passato ho preferito fare uscire “Centrale di Transito” e concentrarmi su quello e sulla sua promozione. Poi come ben sai, abbiamo in ballo un progetto sulla poesia erotica, ma per quello si vedrà…

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