Sonia Caporossi e Alessandro Brusa alla presentazione bolognese di “Erotomaculae” (Maggio 2016).

 

Di GIANLUCA GARRAPA *

L’ultima raccolta poetica di Sonia Caporossi, tenta, e ci riesce, con uno stile di scrittura davvero esplosivo e diversificato, di esprimere l’immateriale in forma scritta, il desiderio incolmabile, l’amore sempre insoddisfatto, il ciò che non può aver linguaggio, l’attimo divino che i corpi contrabbandano per un lungo periodo di sofferenza. Vediamo l’istante,poesia è il vomito di un istante / l’alleggerirsi scabro di succhi gastroenterici / un dito immerso nell’egolatria, disfarsi sotto le nostre mani, e pur essendo il corpo il testimone del pensiero poetico, sempre dobbiamo rincorrere il senso, afferrare quel che di sfuggente c’è nella pulsione: e cosa posso dirti, la mia poesia è un niente / rispetto al mio sentire quel tutto che sei te. È un attimo in cui scorgiamo la forma del pensiero diventare forma della scrittura, letteralmente: esperimento postmoderno o ripresa futurista? Forse una mossa più originale: descrivere le parole nell’atto di scrivere il corpo: ho cambiato scrittura come si muta pelle / setaccio le perline da smussare / AIDS per poveri cristi diamantati / che si masturbano di desideri involontari. Il grassetto, essere un simbionte del tuo trascorrere, il barrato, – la lontananza infinita di due corpi,il corsivo, amore che non perdona di non essere riamato, le asperità del segno diacritico, l’inserimento di simboli grafici, come le freccette, perché ora l’amore ha preso l’a ↑, tutto un modo di presentare la materia d’amore, verrebbe da dire, che incocca il senso e lo scaglia oltre la domanda d’amore, oltre il linguaggio, il significante. Se c’è una cosa che, infatti, arruola le visione stratificata e la vista alterata, in un esercizio di riproposta del tema eterno dell’amore, è proprio questo costante aldilà del detto, eros che trascende il genere e l’orientamento, per quanto la domanda d’amore sia esplicitamente omoerotica, che eccede l’istante, per quanto pure di istante si parli, ed io non so trattenermi dal vuoto /mi annullo nel divenire estatico dell’attimo. Oltre quel che si presenta è visibile una costante assentificazione della cosa amorosa, io sorreggo sulle spalle / l’amore che non ho, dell’indicibile voragine del godimento fisico, che mai può essere tradita del tutto senza lasciare resti di segno e di significato impossibili a captare da qualsivoglia lingua e operazione artistica. Forse la musica, se non fosse che il resto innominabile al fondo della relazione amorosa è un puro rumoreggiar disordinato e incontrollabile, pure essendo armonia prestabilita nel caos del cosmo: flusso cosmico di energia irreversibile / gabbia toracica di Faraday invischiata di linfociti. In Corporalia, il soggetto ambisce a farci vedere la superficie che dal moto browniano,tu sei l’uomo e la donna, l’elastico / dell’infinito / che vibra nell’etere sensazioni ferormoniche, scuote l’epidermide, la superficie è quella investita dai nomi: lingua, la tua lingua mi prosciuga l’anima a morsi, mani, i guanti eburnei della tua pelle / e tutte le carezze del tuo respiro, imene, le tue grandi labbra traboccano bocche di mille baccanti, arterie, occhi, come specchi autistici mi osservano i tuoi occhi, e tutto quel che trema costretto dalla gabbia di un linguaggio secolare e storico, la cultura che rende sensuale il corpo per il solo fatto di imbrigliarlo in comode schede di catalogazione, e invece, il linguaggio scritto che rappresenta i corpi e gli oggetti parziali del godimento fisico, non può che destrutturarsi senza rompersi, mantenendo il senso, però, sicché non è il nucleo a sfaldarsi ma l’evidenza della sua rappresentazione a mantenere la soglia di assenza sempre viva: ci ricorda che l’amore, di per sé, non si potrebbe rappresentare senza mettere in conto l’indecifrabile mistero pulsionale, questo groviglio intatto / di un Gadda truculento. Un gioco di rimandi tra sesso e senso, eros e rose, codice e desiderio imbalsamato oltre uno specchio, da vedere ma non toccare, voce da ascoltare su un disco ma il cui corpo ci dice solo la nostra solitudine: desiderio di te / che resti nell’ebanite / {ego dè mona kateudo}, un gioco dove il presente del reale corporeo e il simbolismo filosofico antico, perché Platone ha aperto gli occhi stamattina e dal {soffitto} / traspariva l’idea di una caverna senza luce,insieme all’immaginario occasionalista del 1600, provo ad accordare i due orologi di Geulincx, cercano, ossessivamente, di parlare quell’amore che non può assolutamente dirsi, che è extramaterico, eppure precipuamente sessuale, l’accadere di quest’attimo urgente / d’amore; e laddove non bastasse il linguaggio del corpo, della filosofia, eccoci il matema, la figura liminare della tensione infinita: boccagli d’ossigeno al miele / aprono le valvole dell’infinito limn→∞(1+n1)n. Nessun freddo calcolo, perché l’amata, quasi come un sogno, diventa la musa d’afflato shakespeariano: quando ti penso in questi giorni / sei bella come la prima neve / mi scendi nel cuore ondeggiando / come questo mistero bianco, anche se sonetto non è e anzi l’intera poetica di Sonia Caporossi, in questo testo, va in direzione anti-classica, ma non anti-classicista: l’istinto iperclassico / di un cipiglio metacronico / il far poesia con il Romanticismo medievale. Vi è anche una cultura fatta di riferimenti che non cita, non è mero citazionismo, è tentativo, invece, di omaggiare l’amata, elevandolo alla purezza esistenziale di una lirica malinconica: il tramonto del tuo sorriso come una rondine invernale / dorme sull’ignoranza traslucida dei miei occhi color sabbia, istante che diventa storia del corpo, disposizione dei versi che imitano, in fondo, la ginnastica del soggetto amoroso. Non manca l’amore per il logos, per l’imbrigliamento del corpo che non consente trasformazione, vorrei essere uomo, leccami baciami ama l’uomo che c’è in / me, e allora pure la parola è barrata, negata, amplificata, modellato. C’è la sotterranea tensione, dolorosa, viscerale di cui la parola riconsiderata sembra esserne l’ecfrasi, la descrizione statica del sommovimento. C’è poi l’elemento della separazione, l’abbandono, come lo scivolare via della pioggia del cielo, che poi in fondo al cielo ritorna, l’ineluttabile che non può avere descrizione, che avviene, ci coglie nella flagranza del senso perfetto. Il lamento-pianto dell’amante davanti la porta chiusa dell’amata, Paraklausytouron, per quanto sia di questo tempo e magari dell’istante autobiografico contiguo all’atto scrittorio, trascende l’ora e il qui per farsi modello umano, classico, antico, comportamento che non è dell’io, di un ‘egocentro’, ma semmai della periferia sensoria che accomuna i passaggi catastrofici degli umani innamorati, tutti persi nell’io folle d’amore che dimentica l’ultima stazione che aspetta il genere umano: morte mia mi sto perdendo, persa in uno stile vuoto persa / in un sorriso inquieto, che si affaccia inebetito. La sezione poetica Ashram è pure un salto antropologico, un ultimo ideale slancio, quasi la fine-inizio del viaggio verso l’assoluto, che però è requie impossibile: Krsna è il più solo degli uomini / smania nel suo letto di petali di loto / vorrebbe calmarsi con una masturbazione / ma non possiede membra. La raccolta di questo pulsare amoroso ed erotico che, come scrive la poeta Giovanna Frene nella precisa introduzione, si trasforma: “dalla dimensione fisica assoluta del corpo femminile (Corporalia), alla dimensione della relazione fisica di due corpi (Hypnerotomachia), dall’intimità (Dominaedomus) alla crisi dell’armonia amorosa (Paleokrisis), con il suo portato di dolore/dissidio assoluto (Thanatophidia), dalla rinascita dell’inna-moramento (la sezione “orientale” di Ashram) fino al sacrificio estremo di impronta saffica (Epilogos).”

C’è in questa voluta giocosa difficoltà di lettura, anche un intento politico? Di denuncia: Preclusioni a diritti altrui./ Solitudini in cui finalmente percepisco / la grave singolarità /della mia esistenza. Forse sì, o forse no, forse Amore e Morte non fanno distinzione, impongono la loro dura, dolce legge, e ogni lettore e ogni lettrice, soprattutto se hanno sperimentato o stanno sperimentando il demone dell’Amore e dell’Innamoramento, persi in questo gorgo del desiderio scritto, nel liquido e solido pulsare metafisico e materiale della parola fatta carne, in questo inarrestabile ascendere al divino, non possono percepire altro: che si è solo un’ossessione che si perde in entropia.

Buona lettura!

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* Recensione pubblicata su Satisfiction.

 

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