bright-idea

Di VLADIMIR D’AMORA

 

***
Qual bellezza
quando il mattino splende e richiede
a questo sguardo di riprender forme
come se infisso in quest’umana
parte fosse venuto alla vita un solo attimo di respiro.
Ora ridice vuoto,
a perdonare a dio,
a qui,
a certe mani piene di morire:
lasciate al tumido venire
a ogni dominazione impressa
alla sua scossa.
Tutti che accolgono uno smarrito
essere di respiro.
Non tradimenti o oblio,
non macchine diffuse o morti,
li randelliamo per non negare
rantoli a respiri,
specchi ai nati di ieri.
Questa sontuosa espirazione
è di un cattivo reale:
in un incivile, lieto incantamento.
Ma nulla: siamo rimasti soli.
E non si è mai riparata una bella parvenza.
Era il meccanico rifiuto
di paure e compassioni facili,
a farci astuti,
forse svegli.
Non posso volare
io
ancora
se non posso respirare.
***
Rendiamoci come due segni espressi
e non cerchiamoci laddove manchino le pietre.
Al fondo muore sempre il giorno cominciato,
mentre la solitudine all’angolo di un cuore
il suo volto pieno è incerto
nel far domande alle parole stese a riciclare cose…
Non imparare,
non piangere
delle parole astute,
la loro rigida amicizia è il cane,
la parola ‘animale’
senza doppiezza
ormai riavuta.
***
Grandi felini,
i tuoi gerani assisi.
Questo scrivevi su le carte incatenate
a un urlo di natura…
Bastava essere nascita,
un solo disegno,
che recalcitrasse e iterasse oblii
dalla pietra… Ma ricordandoti il passato
sognato
a immagazzinare le bianche rinunzie
ed epoche taciute
sul tuo riso
arreso.
***
Poi questo levarsi ai veli scandalizzati dal nulla:
l’immagine velare, forse le tue
vocali libere di appartenere a un satana vespertino…
Sto
a fondare con pochi ghiri una banda ancestrale.
Andremo e ti unirai tu alla
rapina, cercando di alzare croci, di cucinare le melanzane
senza grigliarle ai forni degli umani: ed erano
le storie futuro anteriore,
erano sogni da cui ti lasciavi impressionare senza ricevere
in cambio il mio indirizzo ulteriore: cercare
col fiuto ermeneutico di
non morire.
Ma siamo stati lo iato
tra rimando e il rinvio: le
barche schifate anche dall’onda.
***
Poi questo levarsi ai veli scandalizzati dal nulla:
l’immagine velare, forse le tue
vocali libere di appartenere a un satana vespertino…
Sto
a fondare con pochi ghiri una banda ancestrale.
Andremo e ti unirai tu alla
rapina, cercando di alzare croci, di cucinare le melanzane
senza grigliarle ai forni degli umani: ed erano
le storie futuro anteriore,
erano sogni da cui ti lasciavi impressionare senza ricevere
in cambio il mio indirizzo ulteriore: cercare
col fiuto ermeneutico di
non morire.
Ma siamo stati lo iato
tra rimando e il rinvio: le
barche schifate anche dall’onda.
***
idea
quand’appare sincera
la massa d’incertezza l’ora
si tiene a sé s’incarta a cumulo
d’assurda vita
e ripiegata a colla
in digitata presa
non sono fidi
gli scarti di passione e ci si affanna
il corpo teso distano forme
d’aria da una decuplicata voglia di una scheggia
solare
se è fusa
all’aurore comincianti
la vita come quel torso di finito
frutto in mezzo alla caduta un punto
stretto a tutti i tempi somiglianti a
seni capaci
di una già lontana frana
e s’intreccia al seme
un ricordo sfatto
nel nome è vera carne che tutta
in una mano è stella
senza una risposta vera.
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