Nicolas Guillen
Nicolas Guillen

Di MANUEL PAOLINO

Non ho mai apprezzato un realismo troppo netto nella poesia, piuttosto l’ho sempre considerato una componente all’interno di quadri linguistici, espressivi ed estetici più ampi, sfumati, ermetici e simbolici. Ho sempre creduto che sia la parola a creare una realtà e non viceversa, e che questo sia il binario luminoso della vera arte poetica.

Ne sono ancora convinto, tuttavia esistono dei casi dove il realismo, vestiti i panni di una genuina primitività, diviene materia poetica di inestimabile forza, giustificazione essa stessa di un’esibizione di verità necessaria, essenziale. Se il neopopularismo lorchiano assumeva connotati realistici, popolari, storici e folcloristici, esso rimaneva ad ogni modo costantemente permeato da un ancestrale e misterioso surrealismo, che contraddistingue il fascino del poeta spagnolo. Questo genere di componimenti si legano con il canto, le filastrocche, le tradizioni, la favola.

Nicolas Guillen porta nella poesia negrista cubana questi insegnamenti, ma sprigiona in essi un realismo profondo, nudo, solitario, non condito da nulla se non dalla veridicità del lessico, la parlata popolare cubana, che quindi da linguaggio orale diviene lingua scritta, e poetica.

Sono i neri oppressi a cantare; le parole con le loro consonanti atte a ricreare il ritmo dei tamburi, percuotono incessantemente, e la storia emerge come una sinfonia tribale dalle spaccature di una civiltà bianca malata.

Credo che tutto questo non sia solo una valida giustificazione per amare il realismo di Guillen, il poeta mulatto, ma anche motivo di scoperta di una ammirabile vetta raggiunta.

«(…) Serve sottolineare che in questa congiunzione radica il segreto del poeta: quello della natura, cioè, la terra in cui affonda le sue radici e nella quale si stabilisce la sua forza elementare, il suo impulso tellurico, e quello della cultura che si è andato progressivamente formando e consolidando a partire da queste radici, intreccio incessante e drammatico di tutti i sogni e le ansie e i canti (…)»

(Angel Augier, a proposito di Nicolas Guillen)

La poesia cubana si diresse verso due vie fondamentali diverse fra loro: la poesia sociale, che vide con la poesia negrista il fiorire della sua massima espressione, e la poesia pura, della quale il maggiore rappresentante fu senza dubbio Mariano Brull.

Il simbolismo francese, la Generazione del ’27, l’avanguardismo ispanoamericano, furono le strade principali su cui la poesia pura fece il proprio ingresso nell’isola delle Antille. Ma ciò che rende Mariano Brull un autore di grandissimo interesse è il suo essere la punta di un iceberg, un apice ricettivo capace di accogliere tutto quello che, da Poe e Beaudelaire, fino a Verlaine, Mallarmé e Valéry, a Jimenez ed i suoi discepoli, e poi Huidobro, era stato pensato, teorizzato, discusso, scritto e diffuso. La poesia pura non è soltanto una nuova estetica letteraria, originale, spiazzante, distruttiva, è una forma di pensiero poetico che, come un discorso tramandato da bocca a bocca, da generazione in generazione su scala mondiale, è infine approdato agli angoli più caldi dell’oceano; essa consiste in un’eredità sacra, rivelatrice, frutto delle più grandi menti del passato; un cammino eternamente e auspicabilmente percorribile.

Un movimento poetico dell’arte per l’arte, dove la poesia, per sua natura indecifrabile, rimanda ad un occulto infinito, ad un’altra realtà inconoscibile con pienezza da parte dell’uomo, del poeta, ciononostante capace di stregarlo. Una poesia che maschera dietro l’apparente semplicità dello stile un’acuta ricercatezza formale, che esalta la musicalità del linguaggio, come dichiara Verlaine nella sua Art poetique; o che sottolinea l’importanza di crearne uno nuovo, autonomo, basato sul suggerimento musicale dato da un’idea, racchiusa nella parola stessa, astrazione di una realtà concreta atta a produrre un effetto nel componimento e delle sensazioni nel lettore (Mallarmé). O ancora, come teorizza Valéry, una poesia espressa nel suo stato puro, primordiale, nella quale l’effetto puro si realizza mediante un processo selettivo-depuratore finalizzato ad eliminare tutti gli elementi prosaici, superflui; con Huidobro infine il rigore poetico, l’ansia d’infinito, e il tentativo di creare mondi autonomi, si condensano nel suo creazionismo, dove: ‘La primera condición del poeta es crear, la segunda crear, y la tercera crear’.[1]

Il linguaggio della poesia pura, e con esso il pensiero che racchiude, vengono portati all’estremo con la jitanjáfora. Nata come conseguenza di un gioco infantile tra Brull e le sue figlie, l’omonima lirica[2] rappresenta il culmine di una poesia che non solo adotta con frequenza i più diversi neologismi, ma che approda ad un intero componimento costituto da parole completamente inventate, intraducibili, che tuttavia presuppongono una creazione non fatta a tavolino: esse risalgono da sole fino alla superficie della coscienza.

Fu Alfonso Reyes ad adottare questo nome per uno stile che vuole essere non soltanto la naturale conseguenza di tutta la poetica brulliana, ma anche indice di un pensiero puro ormai sviluppatosi al quadrato.

L’impossibilità per il poeta di percepire nettamente l’ineffabile, si trasforma in un’assenza semantica, per Brull, dai risvolti nichilisti, nella quale è proprio la tensione che sorge nel gioco verbale ad esprimere l’inquietudine: l’assenza e l’apparenza, il vicino e il lontano, divengono la rappresentazione di uno sforzo per comprendere l’ignoto. Ma ingabbiato in una prigione metafisica, il poeta vede il proprio mondo poetico cadere in pezzi; decide, quasi fosse un rimedio estremo, di trovare rifugio in una nuova, impenetrabile, gabbia.

Indipendentemente da questa visione, la poesia pura continua a rappresentare per il poeta che vi si immerga un luogo immacolato; un paradiso perduto dentro al quale esercitare la propria incessante ricerca; e provare, dunque, ad appagare la propria sete di scoperta.

«Come segni, esse sono condannate alla prosa; ma, dal loro essere semplici segni, la magia del poeta le trasforma in talismano.»

(Henri Brémond, 1930)

«Questa idea dell’artista creatore, dell’artista-dio, mi fu suggerita da un vecchio poeta indigeno dell’America del Sud (aimará) che afferma: ‘il poeta è un dio; non cantare la pioggia, poeta, fai piovere’.»

(Vincente Huidobro, La creazione pura)

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(estratto dal saggio inedito Saggi, razzi e sproni. Fino alla teoria dei tre simulacri di Manuel Paolino)

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