CARLO EMILIO GADDA (Agenzia: FARABOLA)  (NomeArchivio: 936320su.JPG)
CARLO EMILIO GADDA (Agenzia: FARABOLA) (NomeArchivio: 936320su.JPG)

Di SONIA CAPOROSSI

Secondo l’ormai epocale studio gaddiano di Gian Carlo Roscioni (La disarmonia prestabilita, 1975), il primo interrogativo da cui prende l’avvio la Meditazione Milanese dell’Ingegnere è il seguente: “che cosa vuol dire sistema?”. La riflessione gaddiana prende l’avvio dalla considerazione che ogni dato appartenente a un sistema ad un certo punto diventa un che di mobile, ovvero si deroga a significati nuovi attraverso la metamorfosi deformante di elementi che in quello stesso sistema entrano di volta in volta a far parte. La domanda vera e propria che Gadda si pone è se esistano, pertanto, elementi semplici in un sistema. La risposta che egli si dà è inequivocabile: “la semplicità io chiamo aggruppamento”. L’esempio più classico che l’autore adduce è, in questo senso, il gioco degli scacchi come perenne deformazione logica del sistema del gioco. E tuttavia, si tratta a ben vedere di un esempio sui generis, giacché nulla in natura si presenta uguale a ciò che avviene nel gioco degli scacchi: il contributo di ogni singolo pezzo allo svolgimento della partita, quando viene mosso, dà luogo ad un ordinamento cosmo-logico perfetto.

Per questo Gadda afferma che un grumo di relazioni non può essere pensabile come finito, o, per usare una sua espressione baroccamente colorita, “come uno gnocco distaccato dagli altri nella pentola”. Il grumo ci fa deviare continuamente ed infinitamente ad altro, in base a ciò che egli chiama una sorta di “coestensione logica” nell’ambito del sistema di riferimento mentale in cui siamo immersi. Un sistema, insomma, può definirsi tale solo se “esiste altro, ovvero se esiste un’ascensione di sistemi”.

Pertanto, un sistema implica secondo Gadda l’esistenza e l’estensione del suo effetto su un oggetto che esso deve sistemare, il quale deve essere logicamente ad esso precedente.  E però, ogni oggetto è composto a sua volta di sistemi, ed è inoltre soggetto ad un caos soprastante che “presto sparirà” in quanto trasmuterà, attraverso il processo ascendente (ma anche regressivo, non in senso prettamente lineare ma caotico) da un sistema all’altro, in un acquisendo logico più ricco ed integrato rispetto a quello di partenza; pertanto, ogni sistema praticamente vive nell’equilibrio di acquisito e acquisendo.

Tuttavia, a volte un equilibrio di tal sorta si rompe: vedono così la luce i famigerati conflitti che denotato la  “molteplicità di significati del reale”. In questo senso, Roscioni parla di “costruttivismo biologico e vitalistico” in Gadda: la realtà, in questo senso, è un perenne atto performativo – trasformativo del caos soprastante all’interno della dimensione caoticamente ordinata (solo apparentemente un paradosso!) del groviglio di sistemi, tale che, con le parole di Gadda stesso, “conoscere è inserire alcunché nel reale e quindi deformare il reale”. In ciò, per l’autore, si riesce a leggere distintamente la “molteplicità delle cause” di cui parlava Wilfredo Pareto, cause le quali contribuiscono alla conformazione di volta in volta del mondo. Nessun grumo di relazioni, in questa contestualizzazione di realtà, è assolutamente autonomo dall’altro, anzi consistendo i suoi confini in una mancata definizione sempre arbitraria. Se il dato è il complesso delle nostre nozioni e l’analisi stessa non può non iniziare che da un nostro dato psicologico, oppure storico, mobili entrambi proprio in quanto se stessi, si tratta allora di sistemi in quanto tali non semplici in sé.

Da ciò deriva, come corollario, la totale mobilità e deformabilità dei fenomeni storici, per cui appare farne parte senza trovare soluzione il seguente dubbio intrinseco, se sia necessario un metodo prima della conoscenza o una conoscenza prima del metodo (cosa che, in buona sostanza, somiglia alla vecchia domanda hegeliana del cominciamento!). Il dato è perciò un persistere, oltre che un divenire. Il persistere è un permanere, quasi privo di alterazioni, di alcuni elementi del sistema, mentre altri al contrario, per Gadda, si deformano. Gli elementi inalterati ci permettono di vedere una continuità nel sistema, ed in ciò vige, opportunamente rilevata da Roscioni, l’ortodossia saussuriana di Gadda, che riguarda sostanzialmente l’idea della langue, come anche, potremmo aggiungere con una riflessione autonoma, il possibile parallelo con la struttura del linguaggio anche in senso wittgensteiniano, relativamente al concetto di famiglia linguistica. Giocando a scacchi (altro esempio immaginifico molto caro a Ludwig!) ci troviamo di fronte a situazioni continuamente difformi, perché ogni pezzo mosso rende scevra la partita da ogni altra partita a scacchi possibile. Come dire che negli scacchi non esiste sostanza, bensì un insieme di rapporti funzionante in senso attuale da sostanza parziale ed imperfetta, ciò che l’autore chiama il “parer sostanza” rispetto alla coscienza singolare che la percepisce. Questa demolizione della sostanza, com’è noto, non è nuova senz’altro: ci aveva pensato già da secoli John Locke.

Allora, ci potremmo domandare in che senso la concezione gaddiana della “grama e imperfetta sostanza” sia interessante, se non nel senso della filosofia del linguaggio, ovvero come situazione teoretica inalterata dove alcuni elementi permangono rispetto ad altri che mutano all’interno del sistema conoscitivo. I mutamenti e, come dire, le corruzioni della “grama sostanza” fanno sì che la deformazione logica del sistema implichi anche il permanere dell’alloiosis come differenziazione, laddove un’alloiosis assoluta risulta pensabile solo come “negazione del quid teoretico nucleante la figura”. Per questo l’azione diventa passione, la sostanza non agisce, bensì subisce.

Potremmo dire, in definitiva, che se tutto è natura o, come dice Lotman, “non esiste in natura alcunché che possa essere considerato come non facente parte di essa”, organizzare il reale è un’operazione di inventio, una chiarificazione della ragione modale di un processo per disegnare la macchina – macchinazione retrostante attraverso cui troviamo di volta in volta, in modo sempre approssimativo, il nostro lumicino guida nel mondo: “poi, il già organato, il già disegnato, è sostanza”. Questa operazione di reperimento ed istituzione del processo, in termini roscioniani, è anche un atto di riconoscimento del/nel mondo, e, in termini garroniani, una sorta di raccapezzamento estetico di senso.

Alla sostanza così intesa, non può non competere il permanere: “essa”, dice Gadda con una metafora poetica, “è mnemosynum nei regni del tempo”. La sostanza corrisponde dunque con la memoria del tempo, mentre la materia è la memoria dello spazio. Per questo motivo se, citando Leibniz, “felicità è una gioia duratura”, è proprio un vizio profondo, di natura sia teoretica che etica, quello che è andato a corrompere l’animo di chi vuole a tutti i costi identificare felicità e virtù, da Aristotele, agli stoici, ai moderni filosofi morali.

Nella concezione gaddiana della conoscenza come deformazione del reale leggiamo, pertanto, la necessità di una non definitiva fissazione del reale alla certezza apodittica di un assioma definitorio; vi leggiamo, contro il metodo assiomatico aristotelico ed euclideo, contro la loro concezione del sistema chiuso, un recupero del platonicissimo sistema aperto, della logica euristica della scoperta di cui recentemente Carlo Cellucci stesso si farà portavoce nel suo Le ragioni della logica.

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