Il male e l’utopia etica: corto-circuiti romanzeschi. Una riflessione critica di Fabio Ciriachi

 

Fabio Ciriachi in una foto di Dino Ignani
Fabio Ciriachi in una foto di Dino Ignani

Di FABIO CIRIACHI

Stimolato dall’articolo di Raymond Ruyer sul romanzo di Louis-Sébastien Mercier L’an 2440 (vedi Kasparhauser Numero 14, Anno 2016) ero alle prese con considerazioni un po’ sfocate intorno al tema dell’utopia quando, per uno di quei benedetti corto-circuiti, grazie ai quali cose che si cercavano senza neanche saperlo arrivano all’improvviso a farsi trovare, sono riuscito a capire perché da un po’ di tempo avessi quasi del tutto sospeso ogni altra attività intellettuale per dedicarmi, in modo esclusivo e forsennato, a una nuova scrittura. Scompigliando, con ciò, non solo l’ordine dei lavori in corso (un romanzo concluso da limare, una recensione da scrivere, una traduzione da revisionare), ma addirittura mettendo in crisi quella che finora è stata la mia “voce” di scrittore.

Al di là dell’invadenza con cui questo nuovo lavoro mi reclama, infatti, fatico a capacitarmi di essere io l’artefice di una prosa così poco mia per quanto è secca, percussiva, dura oltre ogni immaginabile petrosità (la mia lingua, di solito, non è mai troppo dissimile da quella, un po’ complessa e aperta a molti incisi, di queste righe); ma soprattutto, e qui lo stupore lascia il posto allo sconcerto, una lingua avida di seguire il male come non ho mai immaginato possibile in tutta la mia vita.

Cos’è, dunque, questo nuovo lavoro così esigente ed esclusivo? Introdotto da due epigrafi tendenziose, una da Leonardo da Vinci: “Vedrassi voltare la terra sottosopra e risguardare li oppositi emisperii e scoprire le spilonche a ferocissimi animali”, e un’altra da George Steiner: “Nel rastrellare gli abissi, quali mostri trasciniamo in superficie?”, il romanzo, che per ora si è rifugiato nel provvisorio titolo La grotta (vedi incipit) racconta di un sopravvissuto a un tentativo di omicidio che esce dalla lunga convalescenza nelle vesti di una mostruosa identità affamata di carne umana per il cui procacciamento uccide senza indugi le vittime designate. Illimitatamente proteiforme (a seconda delle necessità si muta in gelataio, in venditore ambulante, in granchio di mare, in limousine con autista) vive in una grotta profonda e di difficile accesso dove, a parte i due assassini dell’inizio, nessuno entra (fa eccezione la ragazza del campeggio, condotta fin là con l’inganno perché ha occhi di una bellezza insopportabile, e il mostro vuole arricchire il suo antro con l’ultimo sguardo di lei, non importa se di terrore).

Proprio attraverso tanta abnormità, mi sono domandato se per caso con La grotta non mi trovi a fare i conti con una diversa forma di utopia. O meglio, con una distopia del presente dove, a mancare per lontananza, non sono né i luoghi ideali dell’utopia né i tempi debiti dell’ucronia ma l’etica stessa con la sua conflittuale duplicità. Nel colpire le vittime, infatti, l’io-narrante non segue nessun principio oltre il puro e incidentale bisogno di nutrirsi. Anche se le considerazioni trancianti con cui spesso accompagna le sue gesta hanno per obiettivo le figure convenzionali del bene, in realtà il suo frasario è puro decoro verbale, perché alla fine il senza nome (chi dice io, qui, non rivela mai come si chiama) salva solo se stesso, la sua fame, l’esercizio arbitrario del dare la morte: “Il male è il creato, non una sua parte. Il male è questo tormento di esistere. Nessuna aspettativa, nessuna speranza. Il solo percorso utile è quello delle malattie. Il malato è coerente. Mostra al mondo la verità. Il sano è un inganno. I nemici sono i medici. Chiunque sia disposto a salvare, curare. I nemici sono i ciarlatani del benessere che cercano di migliorare sé stessi, il mondo. In ospedale abbraccio i sofferenti. Ci diamo forza. Medici, preti, psicanalisti: li finirò tutti, senza anestesia. Che soffrano. Alla grotta piace palleggiarsi le urla da una roccia all’altra”.

Seguo sempre con notevole difficoltà le efferatezze del mio mostro. A tratti mi vergogno a raccontarne gli eccessi. Sono tentato spesso di censurarli, eppure continuo ripetendomi che io non c’entro, sono solo il suo emissario, l’ambasciatore che non porta pena. Vedrò alla fine del lavoro se sarà stato bene obbedirgli, e perché. Per intanto mi basta sapere che attraverso di lui, forse, sto tratteggiando una possibile figura di utopia negativa; qualcosa che, nel fare a pezzi la forbice dell’etica, toglie di mezzo l’incomodo del bene e fa, del male, il protagonista unico della sola narrazione rimasta: la propria.

Se mi guardo intorno, a dare credito a questa possibilità c’è la frammentazione sociale rivelata in modo impietoso dalle pratiche iper-individualiste della comunicazione nella rete che, a voler essere anche di poco lungimiranti, potrebbe trasformarsi presto nella base di una nuova guerra civile; nuova perché fatta non di cruenti scontri armati per le solite supremazie, ma di solitudini sempre più impermeabili e adiacenti, dove ciascuno, da solo o anche gomito a gomito con altri simili, libera le sue lanterne della speranza, del sogno, della vendetta, per vederle volare nel cielo di qualche salvifico altrove immaginario. Sterminata l’appetibilità del reale, le soddisfazioni virtuali saranno così appaganti da non concedere spazio a qualsivoglia sirena. Negarsi all’altro (così come il mostro cerca di negare l’altro assumendolo in sé per nutrimento) sarà la più grande e condivisa vittoria finale. Vinco su di te, potrebbe recitare il nuovo pensiero unico, perché ti tengo fuori dalla mia vita, e non mi disturba sapere che tu stai vincendo su di me per le stesse ragioni. Sorta di frattale della parità ottenuto per negazione reciproca, equilibrio dove tutto il vano delle parti riflette quello, fisicamente identico, dell’intero. Divina indifferenza. Stanchi di guerra convenzionale, i singoli, i gruppi, le nazioni, si concederanno il conforto di uno o più altrove verso cui proiettarsi ciascuno per suo conto e in gran segreto. Dove segreta non è la sostanza della proiezione, comune a tutti, ma l’arte del non dire, la complicità nel sapersi uguali senza la debolezza di ammetterlo. Non l’utopia di un sociale a misura d’uomo, quindi, ma la rappresentazione cacofonica di un solo grande aggregato distopico raggiunto per distacco fra le parti, benché nell’ordine della vicinanza apparente.

Con questa piccola ipotesi di apocalissi privata, avrei anche finito di accennare a come il mio lavoro in corso possa avere per oggetto quella crisi del presente in cui collassano contemporaneamente utopia, ucronia e distopia, se non fosse che aver nominato il “frattale” mi ha fatto pensare a un libro, uscito in Italia presso Garzanti nel ’97, ma che ho incontrato solo di recente, Imposture intellettuali di Alan Sokal e Jean Bricmont, nel quale i due fisici elencano, testi alla mano, le appropriazioni indebite che psicanalisti, sociologi, filosofi (soprattutto francesi) avrebbero commesso saccheggiando, senza le relative competenze, linguaggi di varie discipline scientifiche per fare colpo con frasi prive di senso, sostengono i due autori, su pubblici la cui incultura si prestava al raggiro. “Il libro” come è scritto nell’introduzione, “è figlio della ormai famosa beffa: uno di noi pubblicò sulla rivista americana di studi culturali Social Text, un articolo-parodia pieno zeppo di citazioni, insensate ma purtroppo autentiche, riguardanti la fisica e la matematica, tratte dalle opere di eminenti intellettuali francesi e americani”. Bersagli: Lacan, Irigaray, Kristeva, Baudrillard, Deleuze e altri. Ora, è vero che, soprattutto in ambito scientifico, non può funzionare l’escamotage autosufficiente della enunciazione che mantiene valore per la sua sola proprietà narrativa, ma a psicanalisi, filosofia, sociologia non si richiede il rigore espositivo che spetta invece alle scienze, e trovo del tutto pertinente che per aumentare la portata evocativa di un ragionamento, fosse anche per dotarlo di una veste utile alla sua migliore ricettività, si ricorra, necessariamente in modo improprio, alla letteratura di altre discipline, anche scientifiche.

Bene, ma cosa avrebbe a che fare questa digressione col discorso sull’utopia? Anche allargando l’angolo visuale, sarei costretto a rispondere: in apparenza poco o niente. Non fosse che il paesaggio dove ho incontrato il libro in questione è la mutevole e affollata Home di facebook, e nello specifico ne parlava un cosiddetto amico, che non nascondeva il proprio piacere per come i due fisici (Bricmont è anche filosofo della scienza), secondo lui a ragione, prendevano a schiaffi, oltre ai grandi nomi citati, l’intero ambito culturale a essi riferibile. Se si tiene conto che Sokal è statunitense e Bricmont belga, può essere facile intuire perché, come bersaglio di un’operazione che sa molto di regolamento di conti fra accademici, sia stato scelto non tanto una certa area culturale francese, quanto il credito e il successo di cui questa ha goduto, e in parte ancora gode, sia in Europa che negli USA. Ma in realtà, lo spettacolo della rissa fra dotti, e il poco elegante effetto che questo fa sui più lontani ed etero-motivati tifosi dei due fustigatori (certi commenti di bassa canaglieria letti su facebook – tutti per altro di persone più che colte, e per il solo piacere di sbeffeggiare gli intellettuali presi di mira – fanno letteralmente cadere le braccia), nel momento in cui sembra confermare la piccola apocalissi evocata prima (i dettagli hanno il loro peso) mi sollecitano a recuperare, con impulso da primitivo, la cenerentola delle utopie nella sua versione più infantile e ingenua del bene che prima o poi prevarrà per intrinseca attitudine e, con questa, sognare che in un domani alle porte, e possibilmente a chilometro zero, il fare cultura possa venire considerato un prezioso bene comune e, in quanto tale, una ricchezza esauribile da non sprecare. Un po’ come l’acqua, oggi, nella prospettiva abbastanza fondata, della sua crescente scarsità.

Incipit de La Grotta

Mi punta l’arma contro. Sta a un metro. In controluce è solo una sagoma senza lineamenti. Protendo le mani verso la canna. Spara. Il colpo fora i due palmi, apre il cuoio capelluto e scheggia appena l’osso del cranio. Non sento troppo male. Un bruciore da scarica elettrica. Svengo. La ferita fa emorragia. Da fuori sembro morto. È la mia salvezza. Quando riprendo i sensi il sangue secco sul viso è una maschera. In mezzo a quello scuro gli occhi lampeggiano di una furia che acceca. Io, però, vedo bene, come mai prima.

Il tempo della convalescenza è lungo. Dormo sonni chimici senza sogni. Di giorno, penso solo a guarire. Non voglio altro. Quando lascio il letto, le cicatrici sui palmi sono le stigmate della santa vendetta. La striscia di calvizie fra i capelli rasati è l’unghia del diavolo che mi ha risvegliato. È l’indirizzo rettilineo e rettiliano dell’appuntamento con la verità.

Non so chi mi abbia sparato, né perché. Ogni alleanza è l’inizio di un tradimento. La fiducia è il manico del coltello che ti colpirà alla schiena. L’amore ne è la lama. Guarda tu se puoi voltare le spalle a qualcuno.

Dimentico tutto di me. Mi perdo. Sprofondo fino al centro più nero della terra e lascio che quel buio di gelo mi trasformi. Dopo una morte di secoli risorgo, minerale. Un sasso di frammenti in cui filtra solo il sangue minimo della sopravvivenza. Il resto è forza bruta, astuzia, determinazione. Sono migliore di voi.

Apro gli occhi: sto nel luogo dove mi hanno sparato. Luce diversa, e nessuna minaccia stavolta. Devo ripartire da lì. Non voglio capire, ma andare talmente oltre da dimenticare. Odio, amore: equivoci insanabili. A piedi, prendo per una strada che porta fuori città. Quando aspetto ai semafori di incroci gonfi di auto nessuno mi vede. Voi guidate e vi fate guidare. Io vado incontro. Supero tangenziali e raccordi. La terra mi aspetta, con l’umido dei filamenti e i sassi. Coi vermi e le muffe. Poi la città diventa campagna e parlo agli alberi. So che vivono al contrario di come si crede. In realtà tronco e chiome nutrono di luce quel cuore segreto che sono le radici. Ho sempre nel naso il loro odore. Appartengono alla storia della terra, che sta tutta sotto la crosta. Quanto accade fuori è turbinio di scorie esposte al vento. Puri incidenti. Io non rischio di essere spazzato via. Un peso di dolore mi trattiene al suolo. Propaggine del pianeta, sono l’albero mobile, la stalagmite vagante.

Annotta e mi sdraio. Chiudo gli occhi per non vedere l’orrore di quel miraggio che chiamate stelle. L’infinitamente grande è solo l’origine di un concetto, la provenienza formale che serve a non offenderne la memoria. Ma semmai fu impulso, ora è spento. La direzione del travolgere punta al piccolo, al microscopico. Devo imparare la scomposizione. La regola dell’atomo. Farmi invisibile all’occhio nudo e continuare a esistere. Mi rialzo, e dopo un po’ trovo la grotta.

Odora di carne il viscido che sta sulle pietre. M’inoltro finché il frusciare della notte smette di seguirmi. Il silenzio è così totale che sento correre il sangue nelle vene. A palmi aperti tasto il terreno. Accanto a una roccia venata di tepore mi rannicchio su un fianco e dormo. Mi sveglia l’eco del mio russamento. Guardo il buio, a lungo. Poi una debole luce appare verso l’ingresso della grotta. Troppo mobile per essere del giorno. È una torcia elettrica. Non ho paura. Chi è temibile non ha mai paura. Voci, anche. Quanti sono?

Si fermano dietro uno sperone di tufo. “Qui va bene, non lo troveranno mai” dice un uomo. “Povero figlio mio, a finire così” dice una donna. “Ci aveva visti. Volevi che lo raccontasse a tuo marito?” dice lo stesso uomo. “No, mannaggia a lui” dice la stessa donna. “Solo per questo abbiamo dovuto farlo, capito?” dice l’uomo. “Sì ma quel filo che gli hai stretto attorno al collo…” dice la donna. “Prima, però, tu gli hai legato le manine” dice l’uomo.

La luce si allontana. Li lascio andare. Mi piace immaginarli mentre infettano il mondo con le loro vite. Quando è di nuovo buio accendo una torcia e vado a vedere. Per terra, il corpo di un bambino mezzo immerso nella fanghiglia. Otto o nove anni, non di più. Ha le mani legate e un laccio attorno al collo. È cianotico. No che non lo troveranno, penso. Lo sollevo, lo pulisco. Di solito non mangio i morti. E lui è così piccolo per la mia grande fame. Però è meglio di niente.

Finito il pasto, rutto. Scoreggio, anche. Ma non ha odore. Non mangiavo da secoli. Finora mi sono nutrito col colostro che sta nei tormenti dell’aria. Lo raccoglie il vento passando sulle piante appassite, sul fiatone delle lupe, sul sudore di certe donne con le spalle al muro. Le spalle al muro. Sospiro. Mi torco. Un tempo ci fu una casa. C’erano sempre suoni come di campanelli, o anche strusci metallici, ma non era il ferro, non era il ferro. Piuttosto c’è da dire che la casa era davvero malconcia. Malinconica. Si vedevano righe sul parquet, e segnacci forse indelebili. Piuttosto, qualunque povertà si fosse aggirata per quegli ambienti, pareva evidente che non ce l’avrebbe mai fatta a riscattarsi. La casa ululava come una specie di vento, però non si muoveva un filo d’aria. Eppure ululava, bestiaccia ferita. Una casa vedova. Bisognava sfondare le camere, il corridoio, per esserne accolti; bisognava minacciarla di abbandono o di modifiche. Venivano donne a fare delle cose. Nessuno sa cosa. Chiudevano la porta e per un po’ il chiacchiericcio era la musica dell’incomprensione, la libertà d’immaginare tutto. Si stava guardinghi con loro dentro e noi fuori a farcene una ragione, a scherzarci su, anche. Scherzare. Quelle smorfie che ci concedevamo, complici, con la scusa del riso. Quel fingere il contrario del dolore. Quel dilatare la bocca, aggrinzire gli occhi, respirare affannati. Sussultando addirittura; a volte, chiocciando. E nessuno a vergognarsene.

Che nausea la carne dei morti. Quel bambino, poi! L’ha ammazzato il nonno. Complice la mamma. La carne, come minimo, si guasta con certe emozioni. S’intossica. Ora che ci penso, mi sembra di immaginarli, quel giorno, mamma e nonno. Il vecchio aveva incantonato la nuora, e con la mano sotto la gonna le era entrato con un dito nella fregna. Lei gli aveva preso il cazzo e si era chinata per infilarselo in bocca. A quel punto era entrato il bambino. Voleva fare merenda e non ci arrivava da solo al pane.

La testa mi cade sul petto. Mi addormento seduto. Al mattino esco dalla grotta e strizzo gli occhi per la luce. Davanti, profumo di aria tiepida; alle spalle, freddo muffito. Ho fame. Devo andare a caccia. Appostato dietro un folto di arbusti, l’attesa dura pochi minuti. Lui non è cavaliere, corre trenta metri almeno davanti a lei. Ci tiene a ribadire la sua superiorità; magari conta di trarne vantaggi a letto. Lei si sforza più che può di tenere il passo. Ha l’aria stravolta, le guance pezzate di viola. È lì che affondo coi denti. L’assalto è così repentino che con la torsione della corsa le si spezza il collo. Mangio subito il viso, lo stupore degli occhi. Poi me la carico sulle spalle e la porto nella grotta. La stendo in terra dove c’è ancora luce. Le sfilo i pantaloni della tuta. Non ha più di trent’anni. Le tolgo le mutande. È sudata fradicia lì in mezzo. Le alzo il sopra della tuta e scopro i seni. Odora forte di buono. Mi spiace che non abbia più la faccia. Fossi stato meno irruento. Ma anche così, se chiudo gli occhi, va bene.

Nella casa c’era una donna che andava e veniva. Era ogni volta diversa ma per me era sempre la stessa. I suoi nomi cambiavano ma io continuavo a chiamarla amore. Quando aveva i capelli biondi diceva cose molto domestiche. Annuivo senza aprire bocca. La notte, poi, capivo perché. Quando era nera voleva sempre andare in giro. A volte l’accompagnavo. Sennò l’aspettavo a letto. Tornava tardi e stavamo a spiegarci fino al mattino. Esausti, fingevamo di aver capito, prima di crollare. Quando era rossa voleva figli con le lentiggini e la pelle chiara. Io volevo solo che non si ammalasse di me. Ci curavamo a vicenda. La salassavo meglio di una sanguisuga. Appena la pressione le era scesa incrociavamo i guantoni in incontri farsa. Spesso vinceva lei ai punti. Una volta per sbaglio l’ho messa ko. Quando era castana si faceva i colpi di sole e mi chiedeva: ti piacciono? Qualunque cosa rispondessi non andava bene. Ha anche raccontato di me in un romanzo autobiografico. Diceva che non dovevo offendermi per certi dettagli. Nella fiction ogni dettaglio è finzione, diceva. Solo la forma è vera.

Nella casa poi c’ero io, ma da solo. Provavo a vivere. Ciabatte infradito di bambù per la cerimonia del tè. Davo importanza alle forme delle stanze. Alla vista sul cortile e sulla strada. Alle voci degli altri. Ai suoni. Certe notti avevo paura. C’era come un’incompletezza nei pensieri a occhi chiusi prima del sonno. Restavano pensieri. Non mi trascinavano altrove. Volevo essere tanti ma rimanevo io. Sapevo che c’erano strade dove rinascere. Un camminare al sole lungo marciapiedi familiari. Le cose tutte leggere. La sorpresa, centimetro dopo centimetro, di riuscire a esistere ovunque andassi.

Al mattino, appena sveglio, guardavo il cielo come un aruspice: uccelli a fingere leggerezza, nuvole, un po’ di azzurro. Nessun segno. Lavoravo a casa con internet. Mettevo insieme kit per i momenti difficili altrui. M’ero guadagnato una discreta fama. Il prezzo del kit variava secondo i componenti; che a loro volta variavano secondo i bisogni. Al primo incontro davo sempre al cliente un manuale. Ne avevo scritti per ogni evenienza: fingere, sedurre, giocare in borsa, suicidarsi con eleganza, esasperare, far credere l’incredibile, scopare con partecipazione, cambiare identità e soma. Prontuari utili, più di quelli che insegnano a togliere il chewing-gum da un vestito o l’unto dai pantaloni. Ai manuali, poi, seguiva di tutto: binocoli a raggi infrarossi, tirapugni, oppio con tanto di pipa, afrodisiaci vari, pistole con la matrice limata, farmaci illegali, armi di distruzione di massa, vite di papi e santi, anelli per marchiare la ceralacca, droni offensivi, documenti falsi, serpenti anche velenosi, mantra, video porno, mappe del tesoro, giochi dell’oca politici, roulette e fiches, la bandiera americana e quella russa, carte truccate, dadi truccati, amuleti, buoni-sconto per consultare sciamani.

Imparavo tanto dai miei clienti. Li ricevevo reso irriconoscibile da una piccola maschera. In ingresso, anche loro ne trovavano, così eravamo pari. Questo aiutava la comunicazione. Durante le sedute andavano in scena carnevali sempre molto seri. Spesso di una sconcezza brutale. C’era come la sensazione di condividere una gravità. Una volta un giovane, intellettualmente confuso, citò il Nietzsche di Così parlò Zaratustra per scagliarsi contro il grave degli incontri. Non obiettai, come avrei potuto, che lo “spirito di gravità” citato dal filosofo non aveva nulla a che vedere con le nostre confabulazioni. Siccome non ero un analista del loro profondo, coi miei clienti non avevo deontologie da rispettare. Mi capitò di accoppiarmi con una inquieta manager cinquantenne, proprio lì, sulla moquette della stanza. L’aveva turbata l’odore del mio fiato. Sa di sangue come quello degli adolescenti, mi disse dopo. Per molti di loro, servirsi dei miei kit era come gettare un ponte senza rischi con l’illegalità. Idioti! Se la privi del rischio l’illegalità è noia. Con me trovavano le trasgressioni che non erano riusciti a vivere. A un vecchio ingegnere ossessionato dalla morte avevo venduto una formula, redatta per l’occasione, spacciandola per antica saggezza orientale: Tutti i petali del fiore che pareva infinito, per quanto numerosi e distanti fra loro, si stanno sfogliando a una velocità inimmaginabile. Le più lontane cose da fare sono già qui, come le curve in un simulatore di auto da corsa. Farò in tempo a uscire dal tempo? A trasformarmi da granello di sabbia della clessidra in colui che guarda altrove e sorride di tanta modesta vacuità? Avevo dovuto spiegargli, naturalmente, che il “simulatore di auto da corsa” era l’aggiornamento dell’antica massima per attualizzare l’originale “sfrecciare del falco”.

I ricordi sono sfiancanti, però meglio liberarli. Se li tengo al chiuso mi fanno impazzire. E poi utilizzo uno stratagemma: dopo il racconto, ogni ricordo si estingue da solo con l’acido dell’indifferenza. È più del ghiaccio in cui riduce Medusa. Sparire, spirare, sparare. Tutto meno che sperare.

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