Walter Benjamin
Walter Benjamin

Di VLADIMIR D’AMORA

… a marsiglia walter benjamin mangiava, e mangiò, hascisc…
lo mangiavano un tempo, l’hascisc, l’hascisc a marsiglia, come i dolcetti a amsterdam… ma walter lo assumeva anche come un introibo, un accesso a esperienze di alterazione psico-sensoriale… alterazioni allucinazioni: estasi, ossia, alla lettera, uscite-da-sé…
esperienze eccezionali: straordinarie: fuori dal comune: oltre la ordinaria quotidianità, che potessero garantire all’uomo occidentale, ormai borghesemente urbanizzato, e tecnicizzato e anestetizzato: senza capacità di fare esperienza…, non l’esotismo come fuga di chi va a cercare, che so, in india o nel chapas, mescaline e yoga, ma una insistenza in occidente: nella propria vita, una insistenza che ci faccia spostare solo di poco da dove siamo, da quanto viviamo, da chi siamo, ma che alterandolo e alterandoci possa farci essere davvero noi: come se solo vivendo anche la perdita e il dolore: il punto cieco, l’insensatezza, noi potessimo imparare a guardare: a vedere il buio che la vita è: la sua verità…
e allora walter, che si sottoponeva con l’ausilio di un amico medico a sedute di assunzione di cannabinoidi, poi viaggiava-sul-posto…
tornava a fare esperienza: bucando la solita superficie delle cose, ma non per trovare il vero e autentico senso in dio, in un oltre, nel corpo come segreto, nella perdita dell’equilibrio come liberazione anarchica, nell’ubriacatura come perdita dei freni inibitori – ma per imparare a guardare meglio le cose: gli oggetti finalmente riconosciuti come cose viventi presenti, e non solo come aggeggi utensili utili a uno scopo, a procacciarsi un vantaggio…
e così si sofferma, in questo scritto, a un certo punto, sulle trine: sulle decorazioni di un velo: di un tenda che sta davanti a una finestra: il velo, la rizla, la cartina traforata al di là della quale si dà la verità, la vita dell’immagine: delle nostre rappresentazioni e dei nostri valori…
come la cella del tempio greco, il naos, in cui c’è la statua del dio che solo gli iniziati, i sacerdoti, i santi possono vedere e vivere; e il velo, che è come uno schermo: mentre copre e impedisce e dà dolore, dà: dona: apre: schiude…
ma se la trina, il merletto è questo: se è velo proprio la decorazione che si crede più irrisoria e inutile e appunto come solo un fronzolo non indispensabile: se la superficie della decorazione è la porta della legge: della verità: della vita – allora vuol dire che la rizla: il velo: lo schermo: non è solo una premessa al di là della quale, oltre il quale c’è dio: la cosa necessaria e vera: ciò di cui non possiamo fare a meno – ma la rizla: il velo: lo schermo stesso vive…
l’immagine non è solo immagine di, ciò che somiglia alla cosa vivente e viva: ma l’immagine stessa è vita: la rizla è quella superficie, quella pelle: la trina di una tenda è una idea: e l’idea non è cosa astratta teorica inutile vana, ma è l’unica luce in cui le cose sono significative: sono vive – per noi…
il velo: la tenda è la presenza di una luce bella di per sé, in sé: è la faccia della verità: l’apparenza che ingannando coprendo ha vita propria: e la verità, dio, la vita non sono altro dalle loro immagini, ma sono le loro immagini: le loro tende: le loro pelli…
e nella allucinazione psico-sensoriale: nella alterazione di coscienza: nell’estasi io imparo a uscire verso la bellezza: verso la vita: alla volta dell’origine: mi apro – mi schiudo al possibile che sempre è aperto: sempre perduto: sempre possibile: sempre una immagine: una piccola, in-significante trina di tenda.
postilla etica, se non morale
e moralistica…!
… e se il velo, una cartina, la rizla è questo, ossia una cosa irrisoria e senza peso, leggera e sottilissima, e che quanto più è sottile, tanto più opera bene… – allora la rizla è un pericolo: è il pericolo della bellezza in una vita: il pericolo che proviene dal separare la pelle dalla carne: la superficie dalla profondità: l’immagine dalla vita…
perché è vero, dobbiamo sempre sottrarre le immagini alla loro secondarietà rispetto alla vita, come se l’immagine fosse solo scimmia: somiglianza: ripetizione: rappresentazione della vita; pensando, piuttosto, che l’immagine ha vita propria: che è quella cosa in cui l’esistere e l’essere: l’essenza e la presentazione: l’abito e il corpo sono una e una cosa sola…
ma noi, proprio però considerando la rizla come una forma assoluta: il velo come un tremito: la leggerezza e la sottigliezza come un valore – rischiamo di farci abbindolare e stregare e illudere, certo non più dal segreto; dal buio: dall’oltre, ma comunque dal velo: dall’immagine…
perché la cartina, in fondo, più vale di per sé, più è leggera e sottile, meglio fa il suo lavoro: meglio e di più serve – è utile a chiudere bene la droga come un segreto della vita: quanto più la cartina, pur presente, non la senti, tanto più la roba fa l’effetto suo al meglio, ed è più gustosa: più aromatica: più autentica…
quindi: il velo, l’immagine libera di essere se stessa, e cioè una rizla sottilesottile – il contenuto, il segreto, la vita, come ciò che la superficie e l’immagine devono cercare di non coprire, ma di liberare: di consegnare alle loro più buone possibilità…
quindi: una cartina sottile – è una cartina bella; la vita è buona se è autenticamente data dalle sue immagini… – tutto ciò è un rischio: ma è l’unico rischio da correre, in una vita… riuscire a essere cartina: a essere roba: ma senza cartina: e senza una rob(b)a.
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