Di VLADIMIR D’AMORA

Dando le dita
le corde degli sfinteri
flaccidi la maschile implume codardia e canaglia
la bisogna
il sogno triturato
i lobi tatuati
le urla il vocio i pressi di una propria stanza
ripresi da le luci sbiadite e colme di calcolato stento
quindi il riparo nei neon del modernariato sociale
le fredde e scoperchiate bocche

questa fotografia che ricuce alla Storia
le nostre mancanze.

.

Le poesie dei poeti
bloccavano una eternità di istante;
e ci esigono determinandoci come le idee senza respiro.
Nessuna poesia
più trema ed è bene,
che nei versi dilavati,
nelle pozzanghere d’accenti umidi e inumane
queste letterature scorticate scelgano
tra benjamin e platone – a colazione…
Dal dolore nel
sublime di attimi
di dio.
Che il mondo splenda
in una solidarietà di ferramenta e di
oggetti speciali: i morti.

.

Amerò la nuda assenza?
No, sono troppo gli aggettivi.
La speranza è un animale esteso?
Sai, io ti so leccare… Queste tue
meraviglie oggi affonderò sorde le mani e sono:
ma gli occhi?
Se stringi nelle pulsioni
statiche forse se amassi il cibo,
se sapessi occludere l’epoca di un cazzo elettrico:
saresti stata creata tu
corrispondenza…
Ma quale nome
e colore:
un mese di una guerra ed è natura:
come se fossimo i soli?
In fuga a delirare che sui bordi della merce
sui bordi in tanto cresci d’ore di fede e basta,
che tu sia una forma viva
io non dico vivente… Comunque
allestiremo il gioco per pallore:
per amore.

.

E nelle ore che verranno, non ci sarà
caduta in brevi attimi non può perché la voce
di una donna è un cinguettio a volte, lo stridere
di passeri in un battito d’ali, libero
non sempre. Questa è
la contraddizione, anche in seno al cazzo di un dio.
I rischi
i limiti
i giudizi cosa se ne fanno
se i primi sono il
pane e i secondi non
conoscono gli ultimi no, ora nessuno chiede
più ad Amelia se tornare.

.

Allegando come dentro un niente
con la brina calda forse hai la febbre,
forse le mani scavano in domini lasciati come
incolti a chi non sa verificare le troncate madri.
Fossimo astri
massacrati dal senso del sondare e dare
santi e veri fiumi sì,
il seme in questa terra stanca
ta come allora crescere ai nomi,
vedenti il punto di domanda sfogliare
labbra vogliose,
la bocca definita una indigente
perspicacia istorica; ma tu
che hai la guerra, giura,
che si consumano le notti liceali
fuori dal trauma, se la neve.

.

Un tempo ho travisato l’ordine o l’annunzio
di morire. Cercando una spietata
e dimessa solitudine o una traccia di vera facoltà.
Nel traffico,
il nitore
pei giovani balzi
postati quant’erano vane
le battute sull’orlo del volo!
Il volto, come il truciolo di un morto.
In cui si inabissasse la rosa impreziosita
e l’evanescenza e il tradimento.
Ma ciascuna bocca
era rimessa all’aria. E si cucivano i giorni
l’acclimatazione privandoci di una
giovane legge e di una mano. L’acqua
sciupata
per questi fiori e era sola,
rinata.
.

Organi nel miele
fabula scripta

Tanto giorno chiese a stagione un’epoca dei visi nel reale
slabbrata.
Ma vuoto, testimoniato in ogni acciacco
e in ciascuna slabbratura e ferita e torsione interna,
si fece infinito.
Allora, accordo di tanto giorno e di vuoto fattosi come infinito.
Epoca, nei vuoti, a starnazzare dolore: cercò
di ripulirsi
nel brado, del brano spicciolo: e spiritato.
Spingendosi al brancolare lucido della
foschia una
nebbia tanto opaca, da farsi come denso
istante di una canzone di contatto crebbe.
Ma ciononostante
le sì dette ferite
produssero niente di suono e nel nuovo
con la melodia ritmo le voci
di puttane dopo il market risonavano stanche.
E erano amori anch’esse
con le voci di madri con la soma
scolastica quasi svastica…
Ma nominando i lasciti impervi da notti passate
e specializzatesi a finestre delle stanze al
rendere all’aria frammento di un riflesso di un interno
d’anima – e di famiglia, di gioia abitante solo
di buchi interni – vuoto e epoca
e tanto giorno si disposero
con existens pressione dirigendosi ciascuno
e ciascuna a interessi vivificati da una fresca
depressione sparsa quasi
a salutare i morti
segni della vita. Ma fallirono.

.

Se tu morissi – la vita ci sarebbe la stessa.
In un’altra vita mortificando l’illusione
all’illusioni divenienti calcoli di una fede ad
affondare mano nuda e incoronata e compatti
fendendo nuvole di spine e dei
giocattoli chiodati a Londra nelle psicologie il Comune.
Tutto questo sciupio
dei segni a chi non scrive a chi non racconta mandorli fare
radici ai sentimenti recuperanti l’osso – è piazza
acciondolata su la chimica è fame – chiusa…
Ma i padroni,
al morto puer che legano
un’incerta Esterina,
così questo canto di futuro maschio è alito
di femmina in una porzione vinta, ma impazzirei.
Come ora,
che sono obliato.

.

Poi una condanna mimetica:
seguire la trascendenza nei suoi vuoti emersi
da un gioco in luce. Come due figli di materie facili:
come due nettari anneriti:
forse sul ciglio di un ospedale dal caso
incontreremo dopo la voce sarà
insorta. A darti qualche metro di fiducia:
o un canto:
un verso del filo che è il rosso dei tanti corpi
staccati: per il feticcio
d’anima: e seduta sei
a ricompattar forse giunture
su ferite
sopra al mio petto.