Selenia Bellavia
Selenia Bellavia

Di SELENIA BELLAVIA

 

***

Fra il crepuscolo e la notte

c’è un viavai impalpabile e una tregua dopo l’ombra

che si ostina in sillabe di spazio

 

un riflesso circolare mi determina i cantoni

le bevute di sgomento per le cose più

svariate

così torno a questa tela a sopravvivermi

io ritorno alla fuggevole persiana

costellata

 

torno di presenza immobile

stupita

se giungevami sugli occhi le figure inanimate

una trachea spalanca le sue vie

e posso mettere la testa dentro al vento, ricadere

faccia a terra per un rosso d’anima

 

che sia d’avanzo a dio

se respiro come, se io amo come

è già respiro è già l’amore oppure la pietra

smossa dalla mano [che poi rotoli pulsante

dopo il gesto fa la pietra libera e prescritta?] irresponsabile

il cammino scamperebbe dal suo inizio se non fosse

peso d’obbligo l’annoso

involontario

se la forza più cifrata al mio supplizio è melodia cosparsa

ione d’oltremare e come mai ti cerco

nella mano il mio destino se vibrasti il tempo

a dire sono quell’operazione conficcata nei raccordi

poi sul nascere di splendore pieno

soltanto immenso d’aria e ignaro

era desiderio.

 

Basta il gioco di sorridere al ruscello?

 

Potessi stendermi sulla battigia e sorgere

ricorderei

io scorderei l’umano

consumando ogni declino sui papaveri e su ninnoli

a donare favi colmi

una tempesta

un essere di festa incontrollata

non mediata

un festa attorcigliata a una manzìa di mandorle sfornate.

 

L’odore screanzato

s’agglutina le monete sopra gli occhi d’un pensiero.

 

Sono salti della vita.

 

***

 

Il rischio antico d’essere fu l’occasione

in se medesima nel mezzo d’una immagine

tenuta al suo rimando poté sorgere

e risorgere e suonare in funzioni d’io mutate per il noi

a dire sono per-un-altro, un altro panico ispessito

fra una superficie d’albero e un mitilo giocato

pagando

al necessario tutta l’acqua di Carthago.

 

***

 

Quasi fosse una allegria

la più candida dovizia m’accennò di vita

quando prese a chiedere

mutata noi la fomentammo

a scuoterci nell’aria tutti i mali universali

con il calore in tremito e imprudenti

riversammo il collo sibaritico

in tutto il trapassare e tutt’intorno noi levammo

un fondo a quell’incendio

 

occupati d’impazienza a riconoscere

le folle di membrane

noi meravigliammo – forse il suono.

 

***

 

Epitteto

Bevo in particelle una geometrica parola

l’apparizione e un fremito sul petto, oh  lascia

che io penetri nei tuoi luoghi sacri come un dito

oliato per i buchi, tu lo sai, la voglia di ficcarsi

dentro è dichiarazione vera

dell’amore che inabissa i suoi protoni a quel tu

divaricato, all’unico richiamo

una lettura assoggettata che più scioglie

e più trafora: tu fondami le storie

immaginali

 

in corpo musicale, per un’ora e semper, le tue alghe

nelle furie già perfette a sillabe e diluvio

sopra i nervi atomici del fiato

 

una pressione larga da ingoiare, la forma

semplice del nome, una potenza nell’evento

e come supera l’infinità nella ripetizione

il mito, la sua ritualità, un’epifania stordita

in fatto pubblico di sé, l’alterità di me

che si trabocca in forme di tyche danzante

al numero cambré del prima e poi

come il piede d’Aristotele si muove all’essere

cos’era

 

mostra ogni travaglio

al dio che piroetta così la trama accesa di vento solare

scellerata e franca si svolgerà sui pori, tu

 

ancor vibrante.