Di SONIA CAPOROSSI *

 

Da parecchio tempo, ormai, la critica letteraria sembra viaggiare su binari carneadici, può dire tutto di tutto e niente di niente nel giro di boa di una proposta ermeneutica, nell’arco esplicativo di un libro di critica. Basta usare la formula “x è y” e il critico può generare costruttivisticamente qualsiasi teoria, qualsiasi interpretazione, modificando ad hoc l’impostazione concettuale ed il punto di vista, così da formulare (e formularizzare) fatti nuovi da interpretazioni nuove. Praticamente un’antilogia continua. Così, coperta accuratamente dal velo di Maya dell’affabulazione, la teoria che spesso il critico propone non è nuova né originale (e che cosa potrebbe esserlo, oggi?), ma neanche pregna e centrata; eppure tale pretende di essere, se avvalorata da caterve indistinte di exempla letterari, affastellati gli uni sugli altri come sulla pira purgatoriale di una Didone innamorata del Verbo, in funzione esclusiva di un atto di personalismo: l’autogiustificazione della propria poetica.

Così, può accadere all’interno de Il realismo è l’impossibile di Walter Siti (Nottetempo 2013) di leggere definizioni (nella forma specifica “x è y”) di una qualche pacata sensatezza, che propongono una visione altra del realismo rispetto alla vulgata e che comunque possono essere difese o meno: “Il realismo, per come la vedo io, è l’anti-abitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale mette in dubbio per un istante quel che Nabokov (nelle Lezioni di letteratura) chiama il “rozzo compromesso dei sensi” e sembra che ci lasci intravedere la cosa stessa, la realtà infinita, informe e impredicabile.”. E subito dopo, invece, vi si coglie un barthismo, uno scarto semiotico annodato inscindibilmente alla modalità del volo pindarico, il quale (per carità!) in poesia è sempre cosa bene accetta, ma nell’ermeneusi critica dovrebbe essere quantomeno un poco controllato in base alla datità dell’oggetto: “Realismo è quella postura verbale o iconica (talvolta casuale, talvolta ottenuta a forza di tecnica) che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà; la nostra enciclopedia percettiva non fa in tempo ad accorrere per normalizzare, come secondo gli stilnovisti gli spiriti non fanno in tempo ad accorrere in difesa del cuore all’apparire improvviso della donna amata. Il realismo è una forma di innamoramento.”. Risulta evidente che se prendiamo questo passo e lo applichiamo, per esempio, ad un testo surrealista, la medesima definizione non farebbe una piega. E qui s’avverte chiaramente che c’è qualcosa che non va.

Walter Siti, "Il realismo è l'impossibile", Nottetempo 2013
Walter Siti, “Il realismo è l’impossibile”, Nottetempo 2013

Eppure gli exempla hanno proprio la funzione di giustificare l’interpretazione dell’oggetto che l’autore dispone sul tavolo operatorio ed operativo della propria critica, si potrebbe obiettare. Certo, non foss’altro che gli esempi letterari recati innanzi potrebbero essere, a loro volta, qualsiasi cosa. E, di fatto, vengono tratti anche da opere o autori che col realismo propriamente detto non hanno molto a che fare (il punto sta proprio qui: che dopo questo saggio, di realismo “propriamente detto” non si potrà forse più parlare, perché non è presente in esso un modo proprio, univoco di definirlo). Vanno bene Proust, Chesterton, Tolstoij, Dostoevskij; ma non vanno più bene quando Dostoevskij, ad esempio, viene tirato in ballo per la sua abilità psicologistica nel descrivere i gesti dei personaggi come fossero anticipazioni di un qualcosa all’impronta incomprensibile che solo dopo, all’interno della narrazione, potrà essere spiegato, laddove proprio in questo, per Siti, consiste il realismo di Dostoevskij. Scrive, infatti: “l’incomprensibile è una buona porta per entrare nella realtà”. Va da sé che, partendo da queste basi, realismo potrebbe essere, appunto, qualsiasi cosa. Una cosa, per dire, come questa: “Molto prima di essere usato da Brecht contro l’identificazione realistica, lo straniamento ha militato a lungo sotto le bandiere del realismo.”. Certo, se vogliamo prendere il concetto sklovskijano di straniamento ed applicarlo a Brecht con la pretesa che quest’ultimo ne delinei il terminus ante quem a teatro va anche bene; ma non va più bene quando pretendiamo di fondare il realismo sullo straniamento, il quale per definizione consiste in un allontanamento dalle modalità del naturalismo con l’esito estremizzato dell’alienazione; perché allora, di nuovo, realismo potrebbe essere davvero qualsiasi cosa e non faremmo che perdere il senso della chose (o, filosoficamente, della Ding).

Allo stesso modo, è vera e forte e pregna “l’attitudine del realismo a sconvolgere gli stereotipi culturali”, e gli esempi qui recati sono ottimi: “i piedoni poco puliti dei santi di Caravaggio, la sua Madonna gonfia, il burro spalmato sul pane da Carlotta quando Werther se ne innamora”; ma subito dopo, Siti mette le mani avanti: “Parlare del realismo come trasgressione e rottura di codici può apparire contraddittorio rispetto alla cantilena che nei secoli si è ripetuta, del realismo come copia del reale e dell’artista mimetico come scimmia della natura. (Di qui la condanna platonica, giú giú fino alle accuse di Barthes di  illusione referenziale e conservatorismo ideologico).” A parte che la condanna platonica è più in generale contro l’arte e per ragioni inscindibilmente politiche e morali insieme, come un buon ermeneuta della Repubblica sa bene; ma a Siti non viene forse in mente che non basta proporre nuove chiavi di lettura perché queste trovino riscontro nella realtà del verum factum e che, se per secoli il realismo è stato definito attraverso la metafora dello specchio, questo significherà pur qualcosa.

Per farla breve, il libretto, scritto per ammissione dell’autore senza riscontri filologici fra una pausa e l’altra di un festival e di un corso universitario, prosegue con una serie di nuclei tematici: la sostanza magica dell’inganno in cui il lettore si fa cadere dolcemente, la maggiore esemplarità del verosimile rispetto alla realtà, l’autobiografismo come rimedio alla stilizzazione nella letteratura moderna, l’importanza del dettaglio scenografico, la mimesis linguistica ed ambientale e così via, prendendo spunto da una nutritissima serie di esempi più o meno calzanti, in un vero florilegio di citazioni.

Eppure, passata più della metà del saggio, Siti ammette finalmente: “Ormai non mi scuso nemmeno più se parlo di me, tanto è chiaro che il pudore è andato a farsi benedire e che questo non è un saggio sul realismo ma una bieca ammissione di poetica”. Il sospetto c’era da un bel po’. Ed ecco allora il fulmen (quasi) in clausula, la definizione esaustiva, neologistica, la neoformazione folgorante per sagacia e perizia analitica che in realtà riempie di un contenuto personale ma non proprio (perché non aderente ad una chose diversa dal sé) un sintagma definitorio il quale, potendo essere, come ormai s’è capito, qualsiasi cosa, lascia ovunque il tempo che trova: “Si dice che il realismo letterario non possa esistere senza aggettivi; eccomi qui anch’io con la mia brava etichetta, ancorché (parzialmente) derisoria. Ammesso che voglia dire qualcosa, “realismo gnostico” vuol dire un realismo che si fa preciso per accogliere il Sacro: una realtà frugata per rivelarne la mancanza, l’inadeguatezza a una luce superiore.”

Realismo gnostico è una definizione poietica, cioè costruita apposta per essere riempita di senso (ed infatti bisogna “ammettere che significhi qualche cosa”). In queste 81 paginette affastellate, seppur viene nominata la “surdeterminazione funzionale delle azioni” di Genette come forma di ridondanza per rendere le rappresentazioni più realistiche, tecnica evidentemente utilizzata nel libro per tutta la sua lunghezza, che cosa è presente di sostanziale se non una soffusa autocelebrazione del proprio portfolio di competenze che si vuole chiamare “poetica”, annessa al tentativo ostentato di oggettivarla tramite l’adesione ad un –ismo che non si dia in pasto al lettore, causa ornatus, come pacifico e notorio?

Sonia Caporossi

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* Il presente testo è stato pubblicato su ISSAA, Studi di italianistica nell’Africa Australe, vol. 27 n. 1 (2014), rivista afferente al dipartimento di italianistica dell’Università di Cape Town (Sudafrica), a cura di Giona Tuccini. Il volume è consultabile elettronicamente previa registrazione al seguente indirizzo:

ISSAA vol. 27 n. 1 (2014)