Emilio Capaccio, "Voce del paesaggio", Ed. Kolibris (2016)
Emilio Capaccio, “Voce del paesaggio”, Ed. Kolibris (2016)

Di EMILIO CAPACCIO *

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La descrizione della tua iride

Mirabili estensioni di praterie misteriose, la tua iride, maculata da spilli sottilissimi di vetri di topazio su una pregiata fattura di agemina circolarmente intarsiata con cristalli lamellati di opali neri finemente screziati che svaniscono a poco a poco dove appare una forma anellare più ridotta, di tormalina glauca e nebulosa, alle pendici della pupilla dipinta in mezzo che pare quasi un antico cratere di luna sconosciuta.

Da quella luna si dipartono magnetici fiumi di luce nella rifrazione del tuo sguardo che scruta l’esteriore e un albedo intensissimo irradia nel palpitare magnifico e cadenzato della ciglia.

Al margine dell’iride, tersa e profondissima, mostri una linea di tenebra circonflessa che serra dentro quel tuo incognito universo minerale sopra una sclera sbiancante ed estenuata di chiarore. Un albume calamitante dentro cui m’avvento e sempre torno a liquefarmi!

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Il mare

Del mare non conosco la faccia adamantina delle prore che canticchiano con un rollio incerto monosillabi alla fortuna.

Non conosco il baglio natio di levante al principio dell’aurora, né i nomi delle fredde costellazioni che pregano i naviganti.

Non conosco i volti accigliati degli alberi che sorreggono enormi velature e si calano a picco a dirimere i marosi.

Non conosco l’urlio delle raffiche di vento; la forza delle sartie che guerreggiano contro i turbini delle burrasche e stringono in petto il cuore a cento piccoli marinai.

Di te io conosco il mare.

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Descrizione del paesaggio che resta

Ma che mai può il Sarno, e

posson le natanti schiere delle

Naiadi allor che sta di contro ferreo il fato,

e son più che adamante dure le leggi?

I Salci, Jacopo Sannazaro

Frutici arsi e giallognoli radicati in pietre arenarie e filari di albicocchi acquattati dietro i cilindri cromati dei silos. I boccagli degli opifici sbuffano indolenti miasmi di veleno. Sfiatano nuvoli scuri di vernici. Nell’acqua melmosa del Sarno riversano i liquami, i rigetti schiumosi delle conce. Fluiscono lutulenti, mortalmente silenziosi, verso lo sfocio del mare.

A ovest, nella piana assolata, a ridosso delle coste torbe del Tirreno, si raggrumano rimestati ai ripulsi sanguinolenti dei coloranti secreti dalle fabbriche di conserve e sputati nei canali morti che diramano al reticolo del fiume sulle cui sponde un 80 81 tempo si nutrivano i ricci dei cardi e le artemisie.

Le anatre selvatiche sono venute ad avvisarci per qualche buona stagione ma non abbiamo sentito il vuoto d’aria che andandosene hanno sbattuto.

Ora il cielo lanuginoso è ammantato da un lividume sulfureo e denso, da acidi trasparenti che esalano diffusamente per l’aria.

Le anatre ogni anno continuano a striare i cieli senza mai posarsi. Fanno stormi di virgole con strani acuti di nostalgia e ombre sulla piana; la piana che stancamente porta avanti le sue mute aberrazioni.

I fiori, appesantiti agli stami da molecole di metalli e crudeltà, splendono in primavera un’imperturbabile bellezza non più reale!

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* Da Emilio Capaccio, Voce del paesaggio, Edizioni Kolibris 2016.