Di FABIO CIRIACHI

 

A pagina 21 de Il peso del mondo (Guanda, 1981, traduzione di Raoul Precht) Peter Handke scrive: “Appendere davanti a casa mia un cartello con l’ammonimento: “Attenzione, in questa casa si legge!”. Il monito mi è tornato in mente quando ho scoperto che una collana della casa editrice romana Exorma si chiama “quisiscrivemale” (tutto attaccato, a ribadire il concetto). Come non condividere la scelta di un nome così ambizioso e programmatico? In effetti, poiché oggi sono tanti quelli che scrivono bene, per distinguersi dalla mediocrità che un tale concetto di bene ha eletto a norma, occorreva allontanarsene in modo drastico, e in proposito nulla è più perentorio ed esplicito del male dichiarato.

Come le famiglie felici raccontate da Tolstoj, anche i libri scritti bene si assomigliano tutti; mentre quelli scritti male, al pari delle famiglie infelici, sono scritti male ciascuno a modo suo. È quanto confermano due titoli scelti non a caso (conosco di persona gli autori e ho letto quasi tutte le loro opere) fra i nove della collana in questione: Neve, cane, piede di Claudio Morandini e Né in cielo né in terra di Paolo Morelli, usciti rispettivamente a novembre 2015 e a marzo 2016. Qui non si tratta di recensirli; lo sono già stati in diverse sedi, e chi fosse interessato ne può trovare ampia documentazione nella rassegna stampa di Exorma. Qui interessa piuttosto ragionare intorno alla loro diversità, e verificare, semmai, se a designarne il somigliarsi, in quanto appartenenza a uno spazio comune, non contribuiscano proprio le specifiche qualità di fondo, anziché certe ragioni (e regioni) interne che hanno nutrito i molti “ismi” della nostra storia letteraria. Perché una cosa è certa: i due romanzi differiscono profondamente tra loro, vuoi per strategie narrative che per risorse stilistiche, eppure alla fine si somigliano.

Percussiva e regolare, forte della pacatezza irremovibile che le permette di non perdere un solo colpo neanche davanti agli ostacoli più impervi, la prosa di Morandini punta dritta verso la meta in un modo che offre al lettore l’immediata certezza di essere in buone mani. Basta leggere una pagina qualsiasi, infatti, e si è subito consapevoli di potersi affidare a una macchina narrativa che, per intenderci, potrebbe avere il suo correlativo architettonico nella chiesa romanica dell’Ara Coeli, sobria e semplice all’esterno – con quell’ampia gradinata che toglie di mezzo l’idea stessa di fatica alla prospettiva del dislivello da superare – e dentro ricca di una bellezza distribuita con tale sapienza da non intimidire, e risultare anzi solo accogliente per come è in armonia con qualcosa di intimo e radicato in chi guarda (legge).

Tanto Morandini calibra al minimo la quantità di materiali verbali impiegati – puntando su quell’essenziale che è proprio della scrittura poetica – quanto Morelli, al contrario, apparecchia la sua tavola con una grande varietà di elementi che rendono il nutrire della lettura sorprendentemente gustoso, come in un banchetto che comincia senza dare per scontato il susseguirsi delle portate, e prosegue alternando di continuo argute sapidità filosofiche a dialoghi e descrizioni dai retrogusti così incisi da evocare un cinema neorealistico che non c’è mai stato e che avrebbe potuto originarsi solo dall’ideale abbraccio fra Buster Keaton e Samuel Beckett che avessero cenato assieme in una trattoria di Trastevere, per la facilità con cui, attraverso la porta stretta di un riso che ha il conforto lieve e saldo dell’abbraccio, nelle pagine di Né in cielo né in terra si possono affrontare, senza subirne altro danno che la loro coscienza, le durezze più contundenti.

Con tutti i limiti che simili operazioni comportano, per entrambi si possono azzardare provenienze letterarie nobili. Proviamo a immaginare Landolfi, quindi, dietro il rigore monacale con cuipaolo-morelli Morandini tratta il mutismo scontroso e implacabile di Adelmo Farandola, e in particolare la descrizione del Porrovio in Cancroregina: “Lui ha un’aria tra il tapiro e il porco o il babirussa, è quasi senza collo. Compare quando la notte corre come una lepre al sole, colle orecchie trapassate dalla luce; e quando dall’ombra mi spia e mi cova la follia…”; e per quanto riguarda Morelli, invece, una linea frastagliata di cortocircuiti fra gli ammiccamenti al nulla di Manganelli (“era assai competente in fatto di cose che non esistono”, per esempio) e quel focus di stoicismo che è il Manuale, di Epitteto, tradotto da Leopardi (in sottofondo, si avverte la mano emiliana di Celati, ma l’autonomia di Morelli è così indiscutibile da non permetterle altri accostamenti; mentre una certa propensione alla saggezza sembra mutuata dallo studio della lingua cinese).

Per tornare ai paragoni impuri, se Morandini lo si era connotato con la ricchezza non ostentata della chiesa romanica dell’Ara Coeli, Morelli – che di primo acchito, distrattamente, per certe improvvise accensioni della voce potrebbe evocare dettagli di interni barocchi – a ben vedere finisce per trovarsi meglio rappresentato (si perdoni l’ardire, ma se non si osa un po’ in certe ricognizioni, allora dove?) dagli splendori della pittura bizantina, dove il caos che ribolle a monte dell’atto creativo, anziché svilupparsi nell’arzigogolo in rilievo del barocco, si manifesta nella piena declinazione della sola luce, materia eterea che rende incomparabilmente voluminosa di echi la concavità di quelle volte senza prospettiva, capaci però di accogliere il sacro come fosse un sale benevolo fiorito prepotente sull’intonaco.

Certo, poi ci sono anche similitudini incrociate. Se è vero che in ogni nuovo libro uno scrittore accoglie, quali discreti numi tutelari, tutti i suoi libri precedenti, allora è innegabile che la montagna dove si consuma la testarda fuga del protagonista di Neve, cane, piede (solo il Bartleby di Melville è altrettanto deciso di Adelmo Farandola) trovi una degna interlocutrice nell’altra, a sua volta luogo di disperata fuga, di Caccia al Cristo di Morelli; come anche gli squinternati protagonisti di A gran giornate, di Morandini, potrebbero intendersi bene con gli inqualificabili abitanti del palazzo di Trastevere dove fantasmi e sopravvissuti di Né in cielo né in terra si contendono un predominio territoriale per puro esercizio di nostalgia, giacché quel luogo, ormai, rappresenta la concretizzazione di una fine irreversibile che neanche la loro opera-mondo scritta a più mani, qualora avesse successo, potrebbe mai riscattare.

Con ascendenti e modalità diverse, dunque, Morandini e Morelli tracciano percorsi narrativi su territori formali molto lontani fra loro ma che, in virtù della qualità notevole, riescono a convergere verso lo stesso punto di arrivo; che poi trova forma pubblica nell’impegno di “quisiscrivemale”, la collana che rende particolare merito a Exorma, casa editrice nata, prima di aprirsi ad altro, con intenti di letteratura da viaggio e che, nel suo piccolo, con questa narrativa aiuta a togliere terra sotto i piedi dei tanti libri scritti bene che stanno rendendo ottuso e sordo il rumore che dovrebbe scatenarsi, sovversivo, in quanti si danno alla lettura aspettandosi qualcosa di più di un piacevole intrattenimento.

Ma a rendere forse maggiormente simili fra loro i diversissimi Neve, cane, piede e Né in cielo né in terra è la scelta etica ed estetica sia di Morandini che di Morelli di girare alla larga da quelle che sono le sirene dello storytelling, dove tutto ruota intorno alla trama, considerata regina della narrazione in quanto strumento di accesso a quell’utilizzatrice finale che è la possibile trasformazione in sceneggiatura, tanto che in effetti, come è per le sceneggiature, la maggior parte degli storyteller adotta quasi sempre un rodato stile “traduttese”. Morandini e Morelli, che invece di tentare la fortuna attraverso l’esibizione di parole addomesticate fanno letteratura, sanno bene che la vera trama nasce dove l’impiego della lingua è tale da far accadere, in chi legge, qualcosa di indefinibile, per quanto è profonda la stratificazione della sensibilità dove certe architetture di suoni (anche se letta in silenzio la parola suona) sommuovono e sovvertono tanto che nulla, poi, partendo da quanto lì può accadere, riesce più a essere come prima.

Per caso, mentre redigevo queste note, mi sono imbattuto in un volumetto di Yves Bonnefoy, Morandi – Giacometti e Hollan, tradotto da Monica Guerra e Guido Alberti e pubblicato lo scorso anno dalle edizioni Abscondita, in cui ho trovato delle osservazioni che mi sembrano pertinenti, soprattutto per restituire un po’ di centralità al troppo ingiustamente trascurato “dovere d’autore”. Scrive Bonnefoy: “La lingua è innervata da una rete di concetti, molti aspetti del mondo non ne sono che i prodotti, per cui siamo da essa indotti a non apprendere altro delle cose se non ciò che questa costruzione ideale vuole accogliere nel suo ambito. Quello che la lingua non ha distinto, eletto, trattenuto, non viene percepito. E questo impoverimento colpisce parimenti molte percezioni che si possono ritenere semplici, come un colore, una forma: infatti i colori e le forme si fissano nel nostro sguardo solo perché sono stati, ciascuno di essi, affrancati da tutta una gamma di altri per un atto di instaurazione che è già un fatto di linguaggio. In questa percezione filtrata l’immediato si nasconde dunque sotto la parola. Una struttura penetra l’apparente sensibile, ne preleva una parte, la rende mentale nell’istante stesso in cui gli occhi hanno creduto di vedere. La realtà non è più con noi, le parole l’hanno tramutata in immagine. È il primo effetto della lingua”.