Maurizio Manzo, "Rizomi e altre gramigne", Ed. Zona Contemporanea 2016
Maurizio Manzo, “Rizomi e altre gramigne”, Ed. Zona Contemporanea 2016

Di MAURIZIO MANZO

con una nota critica di GIAN RUGGERO MANZONI e la Prefazione di PASQUALE VITAGLIANO

RIZOMI E ALTRE GRAMIGNE di Maurizio Manzo (Ed. Zona Contemporanea). Sempre più avvincente la poesia di Maurizio Manzo, che già apprezzai in “Sette terribili ostriche e una perla” (la sua precedente raccolta, uscita nel 2014). Apre il libro una citazione da “Mille piani”, ovviamente di Deleuze e Guattari, che di rizomi se ne intendevano. Resina, ossa, calco, spirale, pietre, rotazione automatica, anomalie … ecco alcune parole/titolo delle composizioni di Manzo. La capacità scientifica di gestire il verso, da parte di questo poeta, si è fatta ancora più acuta e invidiabile. Quasi “esotericamente simboliche” le immagini che va a delineare. Rituali e cerimoniali certi gesti descritti. Demiurgica la vena del mutare prospettive e destini, qualora la poesia si ponga quale dimensione di ordine liturgico. Chiusure di grande effetto in alcune liriche, perché comunque lirico è l’andare, mai pesante, mai troppo carico, sebbene la “materia maneggiata” e il dove Manzo la indirizza. Decisamente un bell’insieme.

G. R. Manzoni

PREFAZIONE

Tu che corri assieme ad altri colori, lasci indietro opache scie che si pèrdono/ adesso vado a tratti e scopro vuoti, c’erano molte cose  che non scordo/ sei sempre lì non ti chiama nessuno (…). Se esiste un cinema di poesia, mi domando spesso se possa esistere una poesia cinematografica. Anche come autore mi arrovello intorno a questa ipotesi tutta da dimostrare. Le parole in versi possono produrre lo stesso effetto di un immagine sonora impressa dentro una inquadratura e successivamente proiettata per essere vista-letta? Le regole formali del cinema possono applicarsi anche alla costruzione di un verso? E perché mai, d’altra parte, fare questi sforzi? Perché una poesia visiva (non pittorica) ha una maggiore potenza (auto) riflessiva. La poesia visiva muove il lettore. Come un film agisce sui neuroni specchio dello spettatore-lettore. Ed essa stessa non ha più bisogno di muoversi per attrarre, farsi performativa, sonora per essere (post) moderna, finendo per essere patetica come una diva del muto al tramonto.

E dunque la poesia di Maurizio Manzo la trovo visiva in questo senso, nell’effetto e nella costruzione. La raccolta infatti si compone  di poesia divise per capitoli, per tutte le quali l’uso dell’endecasillabo doppio fornisce la struttura di quadri o inquadrature liriche. È presente in ciascuna di esse un punto focale – spesso anticipato dallo stesso titolo – dal quale si dirama la scrittura poetica. In alcuni casi, la successione sintattica si concentra sull’immagine, la parola o l’espressione centrale, assumendo la precisione di un primo piano. Altre volte, si sposta lentamente da questo nodo verso l’esterno del verso in una proiezione di campo lungo. Nei pezzi meglio riusciti primi piani e campi lunghi si alternano dentro un coinvolgente piano sequenza di versi, parole e immagini scritturali.

(…) vorresti toccare quello che vedi/poi sparire coperto di mattino, svanisce come riprendi a pensare/ il tentativo di renderti inutile, al- cuni sistemi includono il sonoro.

La poesia di Maurizio Manzo è solo apparentemente prosastica. Egli è molto attento al ritmo e al metro. Ed infatti i quadri di Rizomi (radici) sono metricamente molto rigorosi, ciascuno di cinque versi, due endecasillabi uniti. Lo stesso autore definisce chiusa questa struttura. Contornata, infatti, quasi fosse un’inquadratura, uno story-board che recupera una metrica antica e difficile.

Questa ultima raccolta di Manzo è davvero compiuta. E indica anche un orizzonte possibile e diverso rispetto all’attualità poetica. Riconsegna al verso e alla parola l’ambizione di sfidare a mani nude le altre più complete e sensoriali forme d’arte. Questa poesia è pura scrittura. Si propone alla lettura senza protesi. Ha il coraggio e la forza di confinare la poesia performativa dentro lo spazio visibile (ma effimero) dei fenomeni alla moda. Riafferma la sostanza e la semantica del rigore formale.

Un’isola non nasconde mai nulla, le cose perse ritornano a galla/ ti avrei fatta felice certo fiera, se smettevo di rovesciare i banchi/ ri- bellarmi e lasciare buchi bianchi, senza sapere bene per che cosa (…) Quanto cinema poetico abbiamo amato. E quante immagini di Michelangelo Antonioni evocano questi versi. La ricerca formale non è fine a se stessa o mero esercizio di erudizione poetica. La poesia di Maurizio Manzo si è avvicinata molto al polso della realtà, in quel punto in cui la sostanza ha forma estetica e la bellezza è l’abito dei giusti.

Chissà se mai vi avrò fatto del male, non ci si accorge subito col tempo/ ripensi all’inclinazione dell’occhio, all’annuire simile a un ripiegamento/ la borsa come un magico cilindro, e quella felicità per un sorriso/ di questo te ne rendi conto adesso, te ne rendi conto ora che sapevi/che siamo stati un debole per loro, una sostanza tra le stelle e  le perle.

Pasquale Vitagliano

PASSAMANO

Il mercato scombussola i colori, li mischia ai molari sega le voci

disumano l’affetto degli sguardi, affonda nel miele molle i denti d’oro

puoi non smettere di osservare i lampi, ma si spezzano e rilasciano schegge

che brillano per un attimo folto, c’è un andirivieni nei corridoi

tra i banconi e le scale i passamano, che poi  ritrovi tutto ad occhi chiusi.

 

VAPORI

La lucertola disfa ragnatele, scuote i riflessi alle trame dei ragni

così ciò che sfiora spesso fa strame, l’aria che filtra distoglie confonde

mi ricordo di un abbraccio e poi il caldo, non possiamo trattenere il tepore

è come il vapore fumo che bacia, le mani passano sullo stesso punto

si sposta la luce e anche tu sparisci, ci sei ma non si accende più la luce.

 

IODIO

Passo e anche tu sei passata da lì, sono molte le possibilità

di riuscire a vederti alla finestra, in lontananza sembri arrivare mista

al mare ma poi è solo acqua a venire, penso al sale che corrode il dolore

all’odio che non lo scioglie più niente, il perdono che viene a galla con lo iodio

è un campo vivace di zafferano, si può scorrere quasi accarezzare.

 

SEGNALETICA

Avrei misurato i solchi al sorriso, prima di disfarsi in unico segno

più rapido dello stesso pensiero, che si attacca come ostia sul palato

il rumore affiora presto con forza, si fa largo dilata nell’assenza

i segnali sono quelli stradali, che la domenica sono distratti

non funzionano quasi freddi inermi, un vuoto che accerchia privo di trambusto.

 

ROTAZIONE AUTOMATICA

Prima hai detto tieni la mia fiducia, elencando in pixel la risoluzione

in pollici i confini dove stare, poi cambiavi assetto larghezza altezza
rotazione automatica inserita, lasciavi pendere che l’orizzonte
vedi cambia come tu preferisci, è solamente una questione di polso

pratica nel vederti in altro modo, prima di spegnerti con il tuo mondo.

 

FALLE

I ricordi più recenti svaniti, ma sapresti trovarli nella micro

memoria che salva ogni vita attuale, la loro fetta del giorno trascorso
tutto sembra farsi meno complesso, è toccabile pure nei suoi secondi
nelle stagioni a viraggio virale, finché affiora qualcosa incontenibile

che fuoriesce come acqua da più parti, non sai più se perdi gioia o dolore.

 

PRESA

Poi a un certo punto siete morti entrambi, tu per ultimo ed ero ancora a letto

per te stavo lì che mi sorridevi, come milioni di volte e sembravi

scusarti nuovamente all’ospedale, ma non sei diventata più leggera

come dicono né tu sei volato, noi invece temiamo tenere stretto

il vuoto e allentiamo allora la presa, quella che poi non si riesce più a stringere.

 

MUSCHIO

tutto il tempo ad accarezzare il muschio, passato a fare il vento sui suoi fili
sei meno solo lì davanti in piedi, diventi il giorno la pioggia il tramonto
i monti che si sciolgono con te, senza dire una parola ritrovi
la solitudine che il suo respiro, che stranamente si può toccare
mentre per altri è più facile il buio, un cerchio raggelante puro distacco.