Alejandra Pizarnik
Alejandra Pizarnik

Di ALESSANDRO PRUSSO *

É certo questo uno dei libri più intimi e personali di Alejandra Pizarnik, e il secondo di una certa e conquistata maturità poetica. Scritto l’anno dopo il provvidenziale viaggio e soggiorno nella mecca parigina, dove Alejandra, si rese conto e ricevette la chiarissima, piena e certa conferma della sua irrevocabile chiamata poetica, se mai ce ne fosse “ancora” bisogno. Il viaggio, per lei realmente iniziatico, sulle orme e le enigmatiche tracce del surrealismo, instillato in lei e fin quasi “istigato” dalle lezioni di Juan Jacobo Bajarlía, che era suo professore all’università di Buenos Aires, e che fu per un certo periodo, come rivelerà poi lui stesso, il suo amante. Parigi, è una città tagliata a tua misura, e ricordo qui le parole dell’amico Antonio Requeni… Parigi dove Alejandra conobbe, in una assai breve successione temporale alcuni personaggi del calibro di: Paz, Cortázar, Couffon, Gaitán Durán, André Piere de Mandiargues, Sartre, e Marguerite Duras, o l’amica carissima, Ivonne Bordelois. Los trabajos y las noches che è del 1965 è temporalmente solo di poco successivo all’Árbol de Diana, del 1962, ed è in realtà psicologicamente, coevo. Se pure, rispetto all’altro, di una maggiore introspezione psicologica e morale, ossia più intelligenza a scapito di un certo qual perduto candore. Vi si possono incontrare alcune delle poesie più emblematiche di Alejandra: Anillos de Ceniza, dedicato a Cristina Campo, ossia Monica Guerrini. Destrucciones, Mendiga voz, poesia questa, amatissima da Delfina Muschietti Link, che è una autentica esperta e cultrice argentina dell’opera della stessa Alejandra, o la poesia Memoria, dedicata a Jorge Gaitán Durán, il bellissimo, geniale e sensualissimo poeta colombiano, di cui Alejandra era innamoratissima e che morirà purtroppo in un incidente aereo, lasciando nel Bicho, l’Animaletto, così la chiamava Cortázar, un dolore, una lacerazione, per lei inguaribile, che si sommerà, in maniera assai crudele, e perniciosa, alla scomparsa dell’amato e talora pure odiato padre, che era “l’unico”, del suo entourage familiare, che fosse in grado di comprenderla veramente. Non a caso fu lui a finanziare i primi testi alejandrini, e il viaggio alla mecca parigina, nonché le cure psicoanalitiche di Alejandra. I miei lettori sanno ormai da tempo del legame specialissimo che ho con Alejandra Pizarnik e con i suoi capolavori, e questo legame si conferma in questo ultimo testo, che affronto e che sento a me molto vicino. Il titolo che richiama uno dei famosi “divertimenti letterari” di Alejandra che in questo caso gioca con il titolo della famosa opera classica di Esiodo: Le opere e i giorni. È anch’esso un titolo decisamente programmatico. Ed indica “a chiare lettere” la tenacia di Alejandra per arrivare attraverso il lavoro: duro, costante, assiduo, e fin quasi fanatico -altresì spesso notturno- all’essenza poetica della sua vita e quindi della sua opera letteraria. Ricordiamo qui, ed è giusto e doveroso farlo, che Alejandra studiava dalle sei, alle otto ore al giorno. Ed è proprio da questo immane sforzo che prende vita e si sviluppa e consolida a livello altissimo il suo innato, tremendo talento. Lei lavorava, per mantenersi agli studi a Parigi, collaborando con alcune case editrici latine e francesi, e traducendo: il poeta noir Artaud, tra tutti, e correggeva le bozze di stampa. Lavoro questo nascosto, umile, delicato, sofferto e quindi preziosissimo. Infatti tra le sue mani cadrà addirittura il capolavoro di Cortázar ossia: Rayuela. Racconta lo stesso Antonio Beneyto, che Alejandra era tanto immersa, tanto presa nel suo lavoro da considerare Rayuela, “un’opera ormai sua”, e quindi procrastinava sempre il momento della restituzione del manoscritto al suo autore, provocando in Cortázar stesso, per quanto erano amicissimi, una terribile ansia e quasi una sorta di disperazione.

Los trabajos y las noches è un testo in più passi duro e triste e rispecchia alla perfezione quella che era l’ideologia e lo stato psicologico di Alejandra all’atto di scriverlo. Ma mantiene sempre una notevolissima precisione e chiarezza formale. Non sono infatti ancora presenti le immagini allucinatorie e fantastiche, al bordo stesso, e talora anche oltre il confine della follia, che caratterizzeranno in maniera specifica e meravigliosa gli ultimi suoi capolavori, ossia: l’Extracción de la piedra de locura e l’Infierno musical. É invece già presente, viva e operante la consueta parafernalia funeraria.

É poi conosciuto il fatto, anche se forse non diffuso a livello universale, che Alejandra scrivesse le sue poesie su di una lavagna, e quando una parola non corrispondeva e in maniera perfetta al dettato poetico, lei lasciava uno spazio vuoto, nero. E a volte, erano necessari interi giorni fino a che quello spazio non fosse riempito, non fosse colmato con la parola incandescente e perfetta. Il che indica chiaramente quale fosse l’amore, quale l’impegno e la considerazione che Alejandra aveva per il linguaggio. Non a caso lei scrisse: Quando alla casa del linguaggio vola via il tetto, io parlo. E vi lascio proprio con questa sua bellissima immagine. Mi sono già dilungato abbastanza. I prologhi, “devono essere succinti, precisi ed essenziali”, alla maniera di J. L. Borges, che era in questo insuperabile maestro.

Alessandro Prusso

Genova, 27/4/2016

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* L’introduzione è contenuta nel volume di Alejandra Pizarnik, Lo trabajos y las noches, a cura di Alessandro Prusso, Editoriadelimposible, Genova 2016