Antonio Bux
Antonio Bux

Di ANTONIO BUX

*
E anche ciò che vede ha un cuore
e una mente aperta, la sera; e forse
questo è tutto. Quando già cresciuto
il mondo torna a vedere, e vede ancora
vivo qualche vegetare, nell’oro imperfetto,
e il colore impietrito succhiare senza paura
l’anca invernale, e la spalla più lunga del
ragazzo teso al tramonto; che non finisce
mai di indossare se stesso. È un universo
sporco da sempre, nutrito di feci ancestrali
che ora nutre e dà forma, e osserva daccapo;

universo malato di sé, che si piange una volta
e incomincia dal cuore, se sente, dal ragazzo

se smette, la sera. Ed è questo ciò che vede

*
Quanto più di buio fai coraggio
e il mare, tu non puoi vederlo,
ma fagli coraggio e poi col buio
non più tuo forse tornerà più mare.

Quanto più di buio fai coraggio
e il mare, ora che l’ascolti e non è
mai stato tuo, ora che nell’eco
suo ti vedi, ora che diventi come il mare

quanto di più buio fallo e il tuo ricordo
senza il mare, forse è il tuo ritorno,
e come mai nessuno segui l’altra scia
ora che non vedi forse è lei che ti conduce

*
Se ti guardano le lucertole

vuol dire che sei morto
e se sei morto come una pietra

levigata dal dolce sonno
al sole non muori e stai lentamente,

lentamente ignifugo
infestato dai funghi dell’espressione,

ancora permesso
di stare a tuo agio tra le flore, tra i panorami
nella perfetta moltitudine, lasciato stordito
dietro lo schermo dei vermi

continueranno le tue ossa a vivere l’ombra
e le parole, che tu guardi e non sai
continueranno le solitudini del corpo, le striature
perché parlare il tuo muovere l’ostacolo

se camminando sai di tacere

*
Perché il mattino ha odore di porci
se sveglia, menta e chiodi in volo
di pugni non dati e sospesi, mano reale
che muove, più semplice sottoterra.
Forse d’amore, la forza vive invano
quando è rabbia sospesa a volontà
o discesa illusoria, nelle menti rabbuia
chi sguaina in ritardo, chi vede rialzarsi
nei corpi sdraiati il bambino rissoso.
Ma non il perdono, col violetto
di occhi già morti, se più dell’aperto
concime azzanna e poi semina, la terra è
il solo peccato. Signore della mandibola
rendi i denti spezzati con il pane perfetto
e moltiplica gli schiavi fantasma nel vento
dell’eco in tempesta, se per credere unione
la tavola grande, di memoria a banchetto
arrende la gola, dopo sfama i dispersi

*
Le api morte nei telai dove sbuca
giorno dopo giorno il vischio
sono di un qualsiasi colore
nella notte
la macchina innestata si inceppa sempre
ad un’ora convenuta c’è chi torna
sagome operaie e cantieri
abbandonati vetri infranti come prigionieri
della stessa melma, una volta trafitto il sole
è crosta nera che smeriglia, fabbrica
una nuova terra con le sue costole protese
al pianeta del sogno
e non c’è smania di essere se concentrati
su di un solo potere migreranno
anche i ladri degli occhi coi loro mega arti
ricorderanno dinosauri, pterodattili di oggi
uccellacci del buon dio
atterrano dove tu lanci segnali
dove tu arrivi a smarrire la chiave
col graffio temporale del paesaggio
ricopiano la tua forma

*
Ti ho detto ascoltami. Per il sentiero
breve dove l’acqua non sveglia.
Per la strada disinnescata, tra i grovigli
della carta rovinosa, nei cesti freschi
purché si ricami, a sera, con luce
grezza la moltitudine. E sia moltitudine
mi dici crescendo, sia l’opaco di ogni
avventura nel disumano. Per tutta
l’immagine trascorsa, siamo soli,
piccole erbe sul precipizio,
con la speranza di esserlo
fermi, e vedere di solitudine
come si pone un fiore eterno
a mo’ di fardello più chiaro
alle spalle, da uno che si ricordi
di noi, camminando più avanti.
Mi dici questo e tu non ci sei

*
Tu mi capisci se io ti bacio
è perché vivo il perdono
la baionetta fisica
il multiplo celestiale
di quando gli atomi si dimenticano
e a loro volta producono
così come dissolti

la fine dell’amore è questo scoppio
ma più della solitudine
è il rumore che ne produce
due amanti come due stelle feroci
senza cielo illuminano
la lontananza