Sonia Caporossi, "Erotomaculae", Algra Editore, Catania 2016
Sonia Caporossi, “Erotomaculae”, Algra Editore, Catania 2016

Di SONIA CAPOROSSI *

Ho sempre pensato che la poesia d’amore, nella sua variante omoerotica, consistesse in una sorta di centro onfalico dell’universo stesso del poeticum, e non soltanto perché la prima poetessa lirica degna di questo nome si chiamava Saffo. Questa convinzione si è andata rafforzando nel tempo col mio indefesso praticare, per inclinazioni artistiche e personali, la poesia omoerotica stessa, attività scrittoria che ottempero da quando ho memoria delle mie aspirazioni letterarie, seppur nella chiusura asfittica del cassetto, della busta da lettera, della pagina di diario.

Giunta ad un momento epocale della mia biografia artistica ed umana, ho deciso, di punto in bianco, di pubblicare l’intero corpus delle composizioni d’amore che ero andata producendo nel corso del tempo, frutto di squarci e frammenti della mia vita vissuta in relazioni e innamoramenti incommensurati (e non meglio identificati, per evidenti questioni di privacy). Sono le mie erotomaculae d’elezione, come chiamo queste poesie d’amore: vere e proprie macchie sull’anima che invece di lordarla, la rendono più intonsa e pura proprio in virtù dell’impurezza di cui sempre l’amore reca il marchio nel tentativo chimico della fusione di due corpi, della mente e del cuore, attraverso la forza vivificante dell’eros concepito come malattia, come nosos di saffica memoria.

Fintanto che queste poesie sono rimaste nel cassetto, la loro era una forma piana e distesa, che si realizzava attraverso uno stile abituale. Eppure, nel momento esatto in cui ho deciso di affidarle al lettore, si è fatta strada dentro di me l’idea di fondere un’istanza contenutistica in qualche modo tradizionale (quella della poesia stilnovistica di ascendenza elegiaco-catulliana risalendo su su verso Petrarca, Dante e tutti gli altri) con una forma graficamente sperimentale, che in qualche modo richiamasse le suggestioni storico-avanguardistiche del futurismo più calligrammatico e simbolista; da ciò è discesa una sostanziale revisione e in parte riscrittura dei manoscritti. Come splendidamente comprende ed espone Giovanna Frene nella bella prefazione al volume, l’intenzione era in me chiara: dove tutto è stato detto e tutto è stato scritto, far cozzare le due istanze del vecchio e del nuovo per raggiungere una sorta di grado zero del poetabile, fare tabula rasa del letterario e ricominciare daccapo.

Se la mia urgenza comunicativa sarà risultata troppo ostica o troppo pretenziosa, sarà il lettore a dirlo. Rimarrà ad ogni modo l’impulso del pathos che trasuda da ogni rigo, ed un avvicendarsi di ricordi, di corpi, di sguardi e sentimenti con cui l’identificazione non può, se la poesia è poesia, non avvenire in chiunque vi si approcci. Spero, attraverso il mio tentativo di fondere tradizione e sperimentazione, di aver espresso e comunicato l’amore nell’intera sua fenomenologia come ciò che per me esso è, ovvero il vibrante omphalos del poetabile, alla luce di un’estrema e incrollabile convinzione: quella di non avere avuto altri scopi, nel dire, se non di dire al massimo ciò che volevo dire, così come altro scopo, in assoluto, non si dovrebbe avere se non di vivere al massimo tutto ciò che ci tocca e “ci è toccato vivere”, come forma suprema di redenzione dalla morte. Compreso l’amore.

Sonia Caporossi

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* Pubblicato nello scorso numero di L’Estroverso, a cura di Grazia Calanna.