Francesca Del Moro, "Gli obbedienti", Cicorivolta 2016
Francesca Del Moro, “Gli obbedienti”, Cicorivolta 2016

Di SONIA CAPOROSSI

La parola realismo, com’è noto a tutti quelli che hanno fatto il Classico, viene dal latino “res”, che vuol dire “cosa”. Si tratta di quell’atteggiamento filosofico che pensa le cose come dotate di un’esistenza reale autonoma e indipendente rispetto alla coscienza del singolo. Come a dire che il soggetto, contrariamente al razionalismo cartesiano, non interviene concretamente nella creazione (come dire: nell’ideazione) del reale che lo circonda; al massimo, però, sorge spontanea al critico estetico la riflessione che, nella poesia, precipuamente in quella dotata di un fondamento realistico, il soggetto potrebbe intervenire quantomeno nella permeazione di senso, nel cogliere di colpo, nell’identificazione degli anelli che tengono saldamente ancorata la realtà al suo significato riposto e quindi, nell’identificazione di un significato concreto e radicale al vivere stesso. E di certo, data la natura intrinsecamente artistica (si legga: analogica) del linguaggio, e del linguaggio poetico in particolare, così è.

Potrebbe essere questo il senso più importante che la poesia detiene oggi, quello di indicare wittgensteinianamente la direzione da seguire per “raccapezzarci nel mondo”. Potrebbe essere proprio questa la “festa” del pensiero poetico, la sua sostanza irriducibilmente salvifica, la ferrea tenerezza di cui è dotata nel mostrare ostensivamente se stessa e le sue ragioni, che sono sempre altre rispetto a quelle della mera ragione in quanto tale. E quindi il realismo non sembra più un semplice mostrare a sua volta, bensì un ermeneutico darsi al senso proprio nell’atto di darsi un senso, un interpretare la realtà per come ci appare e per come ci forma, ci plasma e ci solleva dalla polvere dell’indistinzione cantoriana: un realismo in cui il singolo soggetto non si senta solo nella folla delle parole, ma proprio in virtù dell’uso del linguaggio, si senta “a casa sua” nel mondo.

A me sembra che la poetica di Francesca del Moro, così come si dipana nella sua ultima silloge Gli Obbedienti (Cicorivolta 2016) appaia dotata di quest’istanza profondamente realistica, ancorata com’è alle piccole cose di una quotidianità che non risulti forzatamente straniata in senso sklovskijano per mero cipiglio surreale, bensì stranita proprio in quanto vilipesa dai sotterfugi, dalle lusinghe, dalle infinitesimali, reiterate, ossessionanti bestialità che il mondo del lavoro, della famiglia, delle relazioni umane diuturnamente impone a tutti.

Le poesie che compongono la raccolta sono politematicamente ancorate alla multiforme verità esangue che emerge dalla società italiana attuale e alle angustie onnipresenti messe in bocca ai mezzibusti del telegiornale: fra questi testi agili e snelli, dotati spesso di fulmina in clausula e intervallati da diverse riflessioni ironiche in forma di haiku, c’è spazio persino per “La Buona Scuola”, per le magagne dell’Ilva, per i problemi del precariato e per l’ipocrisia delle istanze referendarie recenti. E’ così che la sostanza di cui è fatta la realtà si ricompone in una struttura poetica che dal lirismo della forma transita in un’intezione di poesia civile che ricerca la compiutezza del proprio contenuto nella fusione con l’anelito lirico stesso e con la metafora come figura retorica dominante del “dire altro”.

“La vita o si vive o si scrive”, diceva Pirandello. Per Del Moro questa dicotomia risulterebbe troppo riduttiva, in quanto la scrittura è già di per sé “cosa” in senso forte, è già materia nella parola in quanto tale, ovvero una forma di vita. Come scrive opportunamente Anna Maria Curci nella postfazione al volume, “alla luce della sera di una giornata a ciclo continuo, iniziata nell’alba dal sapore metallico di una stazione per pendolari, proseguita a testa china nell’open space o con il viso fugacemente sottratto al grigio e rivolto al sole in una pausa quasi rubata, alla luce di questa sera, dunque, si delinea, chiaro e insopprimibile, l’intento della parola, gesto meditato, rivolta, testimonianza, strappo, critica, memoria.” (p. 115).

La vita difficile di penniana memoria sembra insomma una delle suggestioni primigenie di Del Moro; pensiamo in particolare a certi intensi versi del Sandro nazionale:

La mia vita si appanna, e poi che piove
scelgo il passaggio sotto il tunnel dove
tutto è molliccio, ma però non piove.
Qui tra la gente solita, che muove
il passo verso le solite cose
anch’io mi muovo tra cose non nuove.

Le cose “non nuove” di Del Moro mancano di qualsivoglia volontà di trasfigurazione da parte della poetessa; potremmo definirle al contrario infigurate (se mi si passa il neologismo) attraverso il riferimento fattuale alla dimensione psicosocioeconomica di questa allucinata postcontemporaneità e alla sostanza condensata di un trans-correre che è un vivere al di qua del baratro dell’insignificanza; e questo tremendo sforzo si rabbercia nella filaccia della fatica, quando è sempre il latino a darci una mano, se pensiamo a labor, fatica ma anche lavoro: fatica di lavorare, fatica di vivere. Il labor che rappresenta il logorio della vita moderna di pubblicitaria memoria viene anche qui, come in Penna, reso attraverso una rima facile, un versificare terso e compatto, un incolonnamento centrale che richiama la tradizione e la compostezza visiva più immediata, nel tentativo di offrire al lettore, immediatamente in senso filosofico, la “cosa” e il suo senso esteso; rima che tuttavia, nell’apparente semplicità del linguaggio della poetessa, sembra facile ma non lo è.

Non foss’altro che la suprema “cosa”, la Ding d’elezione, la chose preferenziale dell’attenzione artistica, nella poesia di Francesca del Moro è nient’altro che la vita in se et per se nell’atto del render conto della propria crisi.

Sonia Caporossi

*

Halber Mensch

Mezzo uomo
ti hanno ridato
l’altra metà.

Il micro-innesto
bionico a (basso)
costo fisso.

Ti segue
in marcia l’ombra
dimidiata.

*

Hai studiato così tanti anni
cose di inutilità manifesta
che ora ti mordono la coscienza
perché vali quanto guadagni.

Non sempre ciò che forma un individuo
forma anche un lavoratore,
questo ricordalo sempre a tuo figlio.

*

In principio l’indice di Apgar e poi
i voti in matematica storia
eccetera, il voto del diploma…

Numeri siete e numeri ritornerete.

Così oggi siete intenti
a riempire le tabelle
per valutare i colleghi.

*

Raccontava tutto fiero che il giorno del patrono
molti non si erano presentati al lavoro.
Ma lui, tra i pochi ad aver accettato,
si era alzato la mattina alle quattro.

Rincasando tra i bimbi con lo zucchero filato
e le coppie a passeggio tra le bancarelle,
il tramonto era bellissimo come un regalo
per chi sa di aver fatto il proprio dovere.

*

Cura l’ansia la paura
la disperazione
i troppi sogni
il troppo amore.

Controlla la malattia,
segui la ricetta.

La tua faccia
nel buio che urla
è un fatto chimico,
è dentro la testa.

*

Pile su pile su pile
di identiche pile
confitte tengono
il congegno in funzione
e si ricaricano a sera
confitte.

*

Sono le otto e affidi la bambina
a tua madre quando ancora dorme
la rivedrai alle diciannove
le chiederai se è stata buona
e lei non vorrà lasciare la nonna.

Non osi nemmeno calcolare
quanti anni dovrai ancora lavorare
se tutto va bene ma sai che non potrai
essere nonna per tua figlia
né più figlia per tua madre.

Ma in fondo c’è da ben sperare
perché Chiesa e Stato hanno a cuore
la famiglia perciò ti mettono in guardia
dalla deriva omosessuale.

 *

Dicono noi dobbiamo
e tu non capisci
non sai chi noi siamo
in questi spazi invasi
dal discorde tam tam
lo sbattere dei piedi
sulla propria mattonella.
La rivolta neanche a parole
che si è così presi
a spezzare il verbo in quattro
a umiliarne il valore.
Non sai chi noi siamo
tra tutte le pagliuzze
da cercarsi negli occhi
le mille dita puntate
le mitragliate a salve.
Non sai chi noi siamo
tra gli o tempora o mores
con il dorso del polso
languido sulla fronte
la schiena che s’inarca
e trova breve sollievo
per poi piegarsi al padrone.

(poesie da Francesca Del Moro, Gli Obbedienti, Cicorivolta Edizioni 2016)