Di FRANCESCO CARBONE

 

È evidente che la scrittura poetica è la più economica che esista: Josif Brodsky su questo è stato sempre molto persuasivo. Proprio perché esatta, sarà difficile! Difficile è in verità una parola che non è data nella pur infinita biblioteca di Babele che ogni sortita letteraria presuppone. La poesia, questo residuo nel presente dell’eterno, è ardua perché densa, ricca di perversioni e polimorfie addirittura proliferanti: cosa vorrà mai dire “Nel mezzo del cammin di nostra vita”?… Esserne sicuri è fallacia, e ogni parafrasi un caso grave di paranoia. Lacan aveva fatto l’esempio del re che, se crede di essere un re, è chiaramente un folle. Un lettore che crede di capire quanto legga è come quel re.

…Mentre dire alla bella fruttivendola “Mi dia un chilo di melanzane” garantirà quell’ortaggio nella richiesta quantità proprio perché il frasario è leggero, portato dalle ali di un significato solo (sempre posto che il tono della voce non volesse dire qualcos’altro alla bella fruttivendola). Già se ci metto in mezzo un sì, la cosa si complica: “Mi dia, sì, un chilo di melanzane” dovrebbe allertare le orecchie, poiché già così non è una frase da mercato ma – foss’anche involontario – un endecasillabo.

Forse (vedi nella suddetta Biblioteca di Babele la sala Fallimento dei neopositivisti) è impossibile dire “mi dia un chilo di melanzane” non dicendo che questo. Lo sanno tutte le coppie sposate: mai che si capisca le parole che si dicono come si credeva di dirle. Le parole, “quelle puttane” (W. H. Auden), fanno sfuggire significati paradossi e nonsense da tutte le parti. Sono preterintenzionali, il che, almeno in giurisprudenza, è un’attenuante; in letteratura un merito.

Da cotanta premessa si ricavi che i sonetti di Giovanni Campi sono, qualunque cosa se ne pensi, semplicissimi, assolutamente essenziali: non si potrebbero dire quelle parole che così!  Prendiamo la seconda quartina del sonetto su Fetonte:

la mente – capta ‘l caos: meraviglj

fin ché la notte ‘l giorno nescïente

l’umore tùmidi, ma questo niente

niente è ancora – quello, s’assottiglj

d’i resti…

L’impossibilità assoluta di una parafrasi – il sogno di ogni poeta – è la prova scientifica di quanto appena detto: proprio non si può dire che così!

Il lato gramo del destino poetico è che c’è chi pretende dal poeta ciò che non ci si sognerebbe di chiedere a un fisico, a un ingegnere, ormai neanche a un politico democraticamente eletto: la chiara semplicità delle melanzane, dove è chiaro che l’idea che le melanzane siano semplici è una superstizione. Codesto è un destino antico come la poesia: Platone già condannava l’ambigua anacronia del poeta (Fedro)!…

E se non si parafrasa che si fa? Si legge! Gentile Lettore, hypocritelecteur, — monsemblable, — monfrère!… emancipato dalla superstizione del significato del chilo di melanzane applicato alla poesia, leggi! Non ho la più pallida idea di cosa possa succedere alla tua Animula vagula blandula (Adriano l’imperatore romano) a farti entrare dentro qualcosa come “così comincj la parola a dirsi / sussurro…” (“morte di pyramo e tisbe”): non diresti però che non suona bene… e questo “’l destino a’desiderj indifferente” (“fetonte guida il carro del sole”) non è un verso meraviglioso?

Non c’è professore di letteratura che, per tranquillarsi l’anima, non definirebbe Giovanni Campi Barocco. Voilà: abbiamo infilzato la farfalla per la tranquillizzante classificazione. Barocco vorrà dire – immagino – proliferante, diciamo pure esagerato, teatrale, ridondante, pinnacolare, ecolalico… e ovviamente inattuale. Questo potrebbe essere un altro segnale: se non è inattuale, non è letteratura.

Spero che si capisca che quanto scrivo è un diario mentale di avvicinamento ai sonetti degli abbecedarj paralleli, che sono troppo ardui per la mia testa: come, che so, 2001, Odissea nello spazio, capolavoro tanto evidentemente bello quanto incomprensibile. Troppo ardui per la mia testa ma non per questo mio esercizio di ammirazione, e questo è un caso che conosciamo tutti: ammirare una donna è ben di più che capirla!… parola, come si sa, dall’etimo minacciosissimo.

…E ormai, siamo nel ventunesimo secolo!, a certe cose dovremmo essere abituati: per esempio al nulla.

Al nulla come non può non pensarlo un cittadino del ventunesimo secolo: come un punto di equilibrio del tutto provvisorio e irrequieto, si potrebbe dire febbrile, in cui un più di vita e un meno di morte per un attimo si equilibrano: quello zero, quel nulla, è – dio santo – fecondo… proliferante! La creazione ex-nihilo non è più un privilegio del Padre Eterno, ma una prerogativa di qualunque nulla… Sono banalità della fisica quantistica. Che a me pare echeggi bene il niente di Giovanni Campi: “ma questo niente / niente è ancora” (“fetonte guida il carro del sole”) scrive, dove si vede che il niente, invece di tacersi, si fa dire. Siamo all’anti-Wittgenstein: “su ciò di cui non si può parlare, si deve parlare”! Ormai è scienza, fisica quantistica, non è una licenza poetica, piuttosto una licenza di uccidere, per esempio certe pretese di dire solo pane al pane (come se non lo sapesse): lo trovo meraviglioso.

Ma ogni professore dirà che il Barocco è quel momento, quella tentazione eterna, delle arti in cui si troveranno più forma che sostanza, più prospettive che profondità, più teatro che mondo, più parole che cose (le quali “cose” sono le parole che a noi paiono più cosose delle altre). Ricordate il celebre giudizio del Berni sulle poesie di Michelangelo opposte a quelle di tutti gli altri, “e’ dice cose e voi dite parole” (Francesco Berni, “Capitolo a fra Bastian dal Piombo”)? Ce l’aveva coi petrarcheschi (“tacete unquanco, pallide viole / e liquidi cristalli e fiere snelle”)… e dai con questa cosa di dover far tacere le parole…

Il meraviglioso Berni è ancora abbastanza al di qua del baratro della letteratura barocca, dove il significante fa del significato il trampolino di lancio per voli stupefacenti… poi arrivò il cupo Ottocento e i professori a dire che così no, troppo disimpegno dal dover dire le cose… indi per cui per ciò Giovan Battista Marino sarebbe un poeta abissalmente inferiore a Dante… (La storia della letteratura italiana di De Sanctis e nipotini è dunque un precipizio lento da Dante a Petrarca ad Ariosto a Marino… meno male che un giorno arrivò Foscolo, e poi Carducci a salvare la poesia come significato…).

Bene, ma noi del ventunesimo secolo ci siamo sentiti dire abbastanza volte che “il significato è un sasso tirato nella bocca del significante” (J. Lacan): e allora… chi è senza colpa (senza neppure uno di quei vuoti perfettamente formati che sono i significanti) lanci la prima pietra del suo, sai che perla, significato in quella bocca! Negli abbedecarj paralleli il significante è addirittura classico: venti sonetti e un esergo finale di cinque sillabe, tutti corrispondenti a una lettera del Grottesco Alfabeto di Giacomo Paolini (dai cui capilettera Giovanni Campi prende il titolo, e la sfida, d’ogni sonetto).

E rileggiamo, sensibili al ritmo giambico (tu-tùn-tu-tùn-..tu-tùn-…. come il cuore): “così comincj la parola a dirsi / sussurro”: malgrado la musica,quel sospetto torna immediato, da lettori ipocriti fratelli qual siamo: che la fatica che abbia portato a questa musicalità abbia lasciato troppo, credendola una zavorra impicciosa, il senso alla deriva di se stesso? La poesia non è musica! Non può non dire niente!… (ma può dire niente!). È il suo inemendabile peccato originale dover dire sempre QUALCOSA- qualcosa, lo dice quella servetta della grammatica (l’offesa è di Nietzsche) non è però chissà che: è un pronome (al posto di quale nome?) indefinito (un pro-nome al posto di un nome indefinito?!)…

Dire qualcosa… Possibilmente hemyngwaiane melanzane? Delle quali il mercato è inflazionato, e poi non si vive di sole melanzane. C’è la letteratura, e un uso letterario delle melanzane che potrebbe stupire la bella fruttivendola: e magari farla innamorare.

Giovanni Campi fa molto ordine nel suo inforestare (neologismo suo) “d’onde / sonore ‘l simbolo” (“Ifigenia condotta al sacrificio”): sia detto come glossa, inforestare onde è pura fisica quantistica, puro principio di indeterminatezza e a questo i barocchi non del ventunesimo secolo potevano anche essere arrivati, ma più ciecamente. Si potrebbe chiedere, se proprio non si riesce ad essere quel lettore perfetto e non ipocrita che legge e basta (un’idea evidentemente platonica del Lettore, come tale impossibile e, se pretesa nel nostro mondo impuro. fascista…) che fine faccia “’l simbolo” se dal suo seme s’inforestano così tante onde… un tesoro in fondo al mare? Un Titanic inattingibile, un seme di cui ormai non è rimasto che l’albero? Un simbolo che s’è inforestato in onde non avrà, piuttosto, già fatto il suo, come un Adamo che ha reso il mondo saturo di uomini?

 Giovanni Campi sceglie – scelta estetica e quindi morale – di tenere IN FORMA il prima caotico della sua scrittura, il simbolo forse indicibile, il suo significante sempre con la bocca aperta. Di per sé questo significante viene infatti subito a inquietarsi in paronomasie, figure etimologiche, rime, assonanze, allitterazioni… Pare impossibile nella scrittura di Campi che ci sia una parola che possa restaresola, senza echi, moltiplicazioni, neppure una parola che non sia inizio di una enumerazione del caos (vedi “licaone mutanto in lupo”): ma la scelta è la forma che ne “capta ‘l caos” per sonetti con la bella variante delle due rime baciate nelle terzine, seguendo l’abecedario di Paolini e quindi le Metamorfosi di Ovidio, di cui questo libro potremmo congetturareparallelo, al modo geniale che Giorgio Manganelli fece col Pinocchio  di Collodi.

Ed ecco il breve labirinto, architettura che Borges ci ha insegnato è il limitare rigoroso con mura o siepi o specchi di uno spazio falsamente disorientante, quando il vero caos è il mondo; e il limite finale degli abbecedarj è la parola in calando (“inettinatto la parola rapta / declininclin’ e fine!”) di Orfeo che il nulla, dantesca “morta gora”, ha visto: “ormai, la lyra l’eco sen estingua” (“eccellenza d’orfeo nel sonare et lamentarsi”).

Trieste, 22 maggio 2016, Francesco Carbone