Bertrando Spaventa
Bertrando Spaventa

Di MARIA TERESA MURGIA *

In questa occasione intendo tratteggiare il concetto che dell’Essere hanno elaborato due grandissimi pensatori italiani della levatura di Bertrando Spaventa e Giovanni Gentile.

Scelgo di trattare per sommi capi tale argomento per la ragione che ho individuato sia in Spaventa che in Gentile l’elaborazione di un concetto di essere, di matrice hegeliana, ancora più elevato e fecondo rispetto al concetto che ne ha elaborato il pensatore di Stoccarda.

Questo più elevato concetto di essere viene qui inquadrato in una prospettiva logico-speculativa che identifica tale concetto come quasi un superamento dialettico, hegelianamente inteso, del concetto che dell’essere elabora Hegel. Tenendo presente che entrambi i suddetti pensatori italiani si collocano a pieno diritto all’interno della tradizione dell’idealismo italiano.

Inquadro la riflessione hegeliana sull’Essere e quella relativa di stampo spaventiano e gentiliano all’interno di un unico paradigma dialettico per la ragione che il concetto di essere formulato da entrambi i pensatori italiani si innesta in un asse logico-speculativo che ha preso piede per l’appunto dalla capitale speculazione hegeliana ‒ e per certi versi da quella raggiunta dalla sintesi trascendentale kantiana. Un asse logico-speculativo caratterizzato dalla specifica esigenza di pensare in un’unica unità di distinti concetti pensati tipicamente come opposti,e quindi separati, dalla tradizione filosofica occidentale, quali idealità-realtà, soggetto-oggetto, essere-pensare. Inoltre, si parla di una progressione di tipo dialettico che procede da Hegel ai due filosofi italiani per evidenziare lo svolgimento più radicale, e in questo senso più essenziale, che dell’assunto hegeliano relativo all’essere ‒ e non solo (ma qui ci soffermiamo su questo) ‒ hanno operato questi ultimi rispetto a quello realizzato dal loro stesso autore.

L’intento che mi propongo con questa breve relazione è per l’appunto quello di rendere ragione, seppur brevemente, del più “elevato grado dialettico”, che raggiungono (rispetto più in generale a quanto conseguito dall’intera tradizione filosofica e più specificamente dalla teoresi hegeliana), secondo il mio punto di vista, la speculazione spaventiana e gentiliana rispetto al concetto di essere. Per cercare di mostrare quanto appena sostenuto, mi concentrerò sull’analisi di taluni passaggi di alcune opere ‒ in relazione a questo tema, a mio avviso, tra le più significative ‒ quali  “Le prime categorie della logica hegeliana”[1] e il “Frammento inedito”[2] per quanto attiene Spaventa e “La riforma della dialettica hegeliana”[3] e la “Teoria dello Spirito come atto puro”[4] per quanto concerne Gentile.

In Le prime categorie della logica hegeliana ‒ scritto concepito da Spaventa con l’intento di discutere alcune obiezioni che sono state fatte o si possono fare alle prime e più elementari categorie della logica di Hegel: Essere, Non essere, Divenire, Esserci[5] e nato dall’esigenza di corroborare teoreticamente la validità delle prime categorie della logica dialettica col fine di avvalorarne la sua stessa interezza ‒ il pensatore di Bomba si colloca all’interno della prospettiva della logica hegeliana e da questa posizione tenta di confutare le diverse obiezioni che a questa hanno rivolto i più valenti commentatori di Hegel[6].

Imponendomi di non di seguire il percorso logico-speculativo che Spaventa intraprende in questo scritto, ciò che emerge di significativo per il nostro discorso dalle profonde riflessioni del filosofo è l’elaborazione di un concetto di essere come un termine mediato ovvero come un elemento della sintesi del pensare. In altre parole si rende più vivido il concetto dell’Essere hegeliano come elemento presente al pensiero[7].

Spaventa riesce a dare ragione dell’essere della logica hegeliana più di quanto non riesce a fare Hegel stesso. Infatti Hegel lascia aperte diverse questioni in diversi punti della sua opera sulla logica, e una di queste attiene proprio alla prima e più elementare categoria, quella dell’Essere appunto. Ė proprio a causa della mancata adeguata chiarificazione del primissimo concetto della logica, che costituisce la base dell’intero edificio logico, che dopo la morte del filosofo di Stoccarda, ma anche negli anni precedenti alla sua dipartita, iniziano a sollevarsi le prime critiche al concetto di essere e le più disparate interpretazioni di esso.

Spaventa, da grande conoscitore del pensiero di Hegel e da valente pensatore, capisce che per dare nuovo vigore all’intera opera del maestro tedesco, dopo la battuta d’arresto che ha subito dopo la morte del suo autore soprattutto in Germania, occorre ritornare al movimento della prima triade della Logica e rendere esplicita la deduzione delle sue prime categorie.

Soffermandosi sulle primissime deduzioni dialettiche, Spaventa arriva a concepire l’Essere come uno degli elementi della sintesi del pensare, e a renderne quindi esplicita la sua assoluta intelligibilità. Infatti se l’essere primo, l’essere in quanto essere, non è un essere, un oggetto, quindi una realtà pensata come separata dal soggetto che la pensa, ovvero una realtà di contro ad un’altra realtà, ma l’essere che è, il primo concetto logico, l’assolutamente pensabile, l’Essere è pensare, ovvero è nella sintesi del pensare come distinto dal pensare e non è più semplicisticamente posto come separato da esso[8].

L’Essere pensato come separato ‒ che è, così concepito, nient’altro che un concetto empiricamente inteso ‒ l’Essere senza il pensare, afferma Spaventa, è, un nulla di pensiero, l’impossibile. L’Essere, per essere l’essere logico, l’essere autentico, deve essere riconosciuto come insieme unito e distinto al pensare, lo stesso e l’altro dell’altro da sé, ovvero del non essere come pensare. L’essere pensato correttamente è Essere, che è Non essere[9].

L’Essere è quindi essenzialmente Divenire, puro movimento logico e non realtà staticamente intesa. Che in altre parole vuol dire l’essere non deve più essere pensato come mera oggettività altra dal soggetto, elemento per suo statuto estraneo al soggetto e quindi stante oscuro al pensare. Infatti il concetto dell’Essere hegeliano correttamente interpretato, è essenzialmente logico e quindi assolutamente pensabile, anzi è il pensabile. Nel “Frammento inedito” Spaventa scrive: come dice Hegel in generale: la categoria non è soltanto essenza o semplice unità dell’ente, ma è tale unità solo in quanto è attualità mentale. E attualità mentale vuol dire atto: l’essere è essenzialmente atto del pensare[10].

Quello che sostiene Spaventa è che se non si riconosce la presenza del pensare fin dall’inizio della Logica, ossia fin dalla prima categoria dell’Essere, non si comprende la natura essenzialmente logica che Hegel ha riconosciuto all’essere. E così facendo non si fa autentica esperienza del significato dell’intera Opera hegeliana ‒ che è essenzialmente quello di ricomprendere in un soggetto assoluto il soggetto e l’oggetto della classica tradizione metafisica ‒  rimanendo ancorati alla pedestre concezione classica dell’essere empiricamente inteso.

Tuttavia, anche se Spaventa sostiene di limitarsi con la sua riflessione sull’essere a far emergere ciò che nella Logica di Hegel era in alcuni punti soltanto implicito, portando alle estreme conseguenze il concetto hegeliano di essere come intrinsecamente unito al pensare,  arrivando ad individuarlo come atto del pensare, il pensatore di Bomba va oltre il dettato hegeliano svolgendo più radicamente i suoi assunti. In questo senso sostengo che la sua riflessione si attesta ad un grado dialettico superiore rispetto alla speculazione hegeliana e prepara il terreno al più radicale concetto gentiliano dell’essere come atto puro.

Secondo Gentile l’essere è puro movimento del pensare, è l’atto che non si realizza come atto, che non si dà come semplice concetto, ma l’atto che è farsi, concreto divenire dialettico del pensiero come pensare. La verità, scrive Gentile in “L’atto del pensare come atto puro”, non è dell’essere che è, ma dell’essere che si annulla ed annullandosi è realmente: proposizione impensabile, finché per pensiero si prende il pensiero astratto, dove l’essere fissatosi, non può che essere; ma proposizione, viceversa, che non si può non pensare, quando per pensiero s’intende il pensiero concreto, il pensiero assolutamente attuale (onde la verità del concetto del divenire non si può cogliere se non rispetto a quel divenire vero che è il pensare, la dialettica)[11].

Identificando l’essere con il pensiero attuale, Gentile radicalizza non solo l’assunto hegeliano dell’essere come idealità logica, come pura pensabilità, ma anche quello spaventiano dell’essere come mentalità, in quanto, a differenza di quanto non fanno i primi due, riduce nella sua integrità l’essere al pensare, fino ad arrivare a negarlo come essere, come concetto tout court. Infatti l’Essere non si dà mai come Essere, ma, al contrario, sempre come Non essere, come quel negativo che il pensare. Per Gentile non si dà mai un momento in cui l’essere si dia come tale al pensiero, in quanto effettivamente in senso assoluto non c’è mai l’essere, ma c’è sempre il pensare in atto. In altre parole significa che non c’è mai veramente il concetto ma sempre e solo l’azione –  come pura attualità del pensare.

In Hegel abbiamo una concezione della dialettica come deduzione di concetti, di un movimento logico-dialettico che viene dopo i concetti – in sostanza abbiamo prima l’essere e poi il divenire; e anche se Spaventa arriva ad affermare che l’essere è essenzialmente atto del pensare, rimane sempre un passo dietro Gentile, per la semplice ragione che quella identificazione implica il presupposto della presenza di due concetti dell’essere che diventano uno, ma che originariamente sono due. E stando così le cose questi mai potranno realmente diventare uno, perché da due concetti originariamente posti come separati mai potrà generarsi una unità che sia effettivamente tale, ovvero mai potrà darsi l’assoluta unità dialettica.

La presenza di due concetti, uno dell’essere come atto del pensare e l’altro dell’essere come fissità, immobilità concettualmente compresa, che non si risolve integralmente nel pensare, lascia fuori di sé ancora un Essere che è non risolto completamente nel Non essere del pensare ,che quasi sopraggiunge dall’esterno, lasciando persistere un essere che è l’assolutamente pensabile e un essere che è l’essere medesimo in quanto medesimo, tranquillità immobilità che viene piegata dal pensare, questo gran prevaricatore che turba l’impenetrabile sonno dell’assoluto e ingenito Essere[12]. Mentre in Gentile l’essere è tutto integralmente risolto nel pensare, senza residui. In questo modo Gentile porta a compimento quell’istanza hegeliana di una più comprensiva unità di essere e pensiero, fino quasi a farla implodere in se sé stessa, arrivando a scalzare uno dei suoi termini, l’essere che è.

Per Gentile l’essere concretamente inteso ‒ e la concretezza per Gentile è sinonimo di verità ‒ è l’essere non più pensato come tale, nella sua fissità, ma è l’essere come unità dialettica che è pensiero in atto.

In questo modo Gentile afferma di aver realizzato l’istanza fondamentale dell’idealismo. Togliendo definitivamente all’essere della molteplicità empirica lo status di Realtà, e collocandolo nel contenuto della coscienza astrattamente considerata, ha realizzato l’Io dell’idealismo risolvendo compiutamente l’essere empirico, molteplice nell’assoluta unità dell’Io. L’idealismo attuale, scrive Gentile al termine della sua opera “Teoria generale dello spirito come atto puro”, sublima così davvero il mondo in una teogonia eterna, che si adempie nell’intimo del nostro essere[13].

In conclusione, penso che si possa affermare, al di là della perentorietà delle parole di Gentile succitate, e tralasciando – almeno in questa sede ‒ le implicazioni logico-speculative a cui conduce il suo concetto di essere, che il pensatore attualista si sia davvero avvicinato di più, rispetto a tutti gli altri commentatori e continuatori dell’idealismo hegeliano, alla realizzazione di ciò che ad Hegel premeva maggiormente, ovvero l’esigenza di ripensare l’Essere della tradizione filosofica arrivata fino a lui in una chiave più concreta, più immanentistica, più a misura della matura coscienza moderna.

*  Relazione letta in occasione del “Simposio Internazionale, Il Superamento dello scetticismo e del nichilismo in Platone e in Hegel” tenutosi all’Ateneo di Urbino il 26-27 maggio 2016.

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[1]Le prime categorie della logica di Hegel” è uno scritto di Bertrando Spaventa del 1864, pubblicato originariamente in “Atti della R. Accademia delle Scienze Morali e Politiche” di Napoli, vol. I, (Napoli, 1864) pp. 123-85

[2] Gli appunti consegnati a Gentile da Sebastiano Maturi, che costituiscono il “Frammento inedito”, furono pubblicati nel 1913 in appendice ad un saggio (La riforma della dialettica hegeliana e B. Spaventa), che individua negli studi sulla logica di Hegel fatti dallo Spaventa (e da Kuno Fischer) le premesse della riforma della dialettica portata a compimento dall’idealismo attuale. [in Bertrando Spaventa Opere, F. Valagussa (a cura di), V. Vitiello (postfazione di), Milano, I edizione Bompiani, Il pensiero occidentale, 2009, p. 2188] . Si è riusciti a stabilire il periodo della messa in opera dello scritto tra il giugno-luglio 1880.

[3]“La riforma della dialettica hegeliana” è l’opera-manifesto della nuova dialettica dell’atto di Gentile data alle stampe nella sua prima edizione nel luglio del 1913. Tale opera consiste di diversi saggi scritti da Gentile tra il 1903 e il 1913. Possiamo, infatti, leggere al principio della prefazione alla prima edizione: Ho dato il titolo speciale del primo degli scritti raccolti in questo volume a tutta la serie, perché tutti, direttamente o indirettamente, si riferiscono al medesimo argomento, e tutti possono giovare a chiarire in vario modo il concetto fondamentale della riforma della dialettica hegeliana, studiata nella memoria, con cui si apre il libro. Tutti infatti si aggirano intorno al problema della identità di storia e filosofia, onde tutta l’empiria si risolve nel pensiero, e il pensiero dimostra la sua apriorità e assolutezza, ossia la sua realtà, non  in una idea astratta, ma nel suo storico svolgimento, empirico soltanto pel pensiero ancora ignaro della propria natura creatrice; e il valore quindi s’immedesima col fatto concepito come atto spirituale; e s’instaura, infine, una filosofia dell’immanenza assoluta. A questa filosofia, con coscienza sempre più netta, mirano tutti i saggi qui radunati, scritti in diversi tempi nel corso di quest’ultimo decennio[…]

[4] La prima edizione di Teoria generale dello spirito come atto puro è nata da un corso di lezioni che Gentile tenne all’Università di Pisa nell’anno accademico 1915-16. La sua prima pubblicazione è del maggio 1916.

[5] B. Spaventa, Le prime categorie della logica di Hegel, in Bertrando Spaventa Opere, F. Valagussa (a cura di), V. Vitiello (postfazione di), Milano, I edizione Bompiani, Il pensiero occidentale, 2009, p. 329

[6] Ibidem

[7] Cfr. B. Spaventa, cit., pp. 334-240.

[8] Ivi, pp. 366-371.

[9] Ivi, p. 371.

[10] B. Spaventa, Frammento inedito, Appendice a La riforma della dialettica hegeliana, Terza edizione, G. C. Sansoni-Editore, Firenze, 1954, pp. 47-48.

[11] G. Gentile, L’atto del pensare come atto puro in La riforma della dialettica hegeliana, cit. pag. 188.

[12] B. Spaventa, Le prime categorie della logica di Hegel, cit. pag. 359.

[13] G. Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro, Firenze. Le Lettere, 2003, pag. 265.