Giovanni Campi, "Abbecedarj Paralleli", Versante Ripido / La Recherce, Marzo 2016
Giovanni Campi, “Abbecedarj Paralleli”, Versante Ripido / La Recherce, Marzo 2016

Di SONIA CAPOROSSI *

Negli Abbecedarj Paralleli di Giovanni Campi, usciti in ebook nella collana Versante Ripido/LaRecherche.it all’inizio di marzo grazie ad una fervida collaborazione tra le due riviste che speriamo foriera di ulteriori prove di pari livello, si condensa l’intera poetica di uno sperimentatore della lingua, prima ancora che del verso, il quale ha fatto del recupero di modalità stilistiche già testoriane il proprio laboratorio ambletico personale, ciò che Enea Roversi definisce, nella sua introduzione al volume, come “un viaggio all’interno di una poesia antica e al tempo stesso modernamente al di fuori da ogni moda letteraria”.
         
In effetti, la passione neobarocca e neomassimalistica di Giovanni Campi è ben nota, in quell’iconico richiamare continuamente la poetica di uno dei massimi outsider della letteratura italiana, il piroclastico e geniale Giorgio Manganelli, vera ispirazione a getto continuo del nostro, citato espressamente in capo e in coda nella silloge; un neobarocchismo ricercato e voluto anche iconograficamente, attraverso l’utilizzo delle stampe epocali di Giacomo Paolini, autore seicentesco del cosiddetto Alfabeto Grottesco in forma di Paesaggi Mitologici, che in realtà non risulta essere semplice commento visivo ai testi, bensì ne rappresenta compiutamente l’occasione argomentativa e tematica, essendo i testi, semmai, a fornire man mano la didascalia esplicativa per ogni singola “imago”, attraverso continui rimandi testuali alle Metamorfosi di Ovidio di cui si citano e si descrivono puntualmente i personaggi, vero Ur-Textus che rappresenta quindi la più pertinente guida archeologica alla lettura.
              
Al critico avvezzo, il tentativo mimetico di Campi sembra immediatamente articolarsi in un triplo strato: esso infatti parte dalla lingua, di cui, attraverso una serie di espedienti formali atti ad anticare la sostanza fonetica e lessematica del textus, si ottiene un calarsi a picco nello straniamento sklovskijano derivato dalla stralunata fruizione, da parte dell’incolpevole lettore, di un versificare neobarocco che evoca parimenti tutta la tradizione poetica italiana, dai poeti giocosi del Duecento in poi. La mimesi operata dall’autore si dirige poi verso la sintassi, che imita anch’essa la poesia tradizionale; e infine si adagia nella proposizione di un contenuto straniante e straniato, che somiglia all’elencatio retorica di qualcosa a metà fra la carrellata mitologica di ascendenza esiodiaca ed ovidiana al bestiario medievale, o meglio, al Manuale di Zoologia Fantastica alla Jorge Luis Borges. L’effetto finale è ottenuto attraverso continui giochi linguistici e paratestuali:
aferesi, apocopi e sincopi sistematiche, arcaismi lessicali, prolessi e analessi nel costrutto sintagmatico, persino espedienti grammaticali tratti dal latino come l’uso pedissequo dell’accusativo dell’oggetto interno (monogrammando cifre ‘l nodo annodi…, p. 10), l’uso alternativo di crassi regionalismi (Ifigenia condotta al sagrificio, p. 11, dove sagrificio è variante regionale antica del toscano), quello, davvero sistematico e ossessivo, della semiconsonante approssimante palatale jod in finale di parola e al mezzo, anch’essa in funzione di un tentativo di nobilitazione del textus non da poco, giacché richiama nozioni basilari di storia della lingua, se è vero che fu il Trissino, nel 1524, a introdurla nel nostro idioma all’interno della sua εpistola de le lettere nuωvamente aggiunte ne la lingua Italiana.
                   
L’attitudine pienamente sperimentale si evince nell’articolarsi ipercolto di una sorta di archeolingua rivisitata alla luce dell’ostentata commistione di strati diacronici e di registri linguistici diversi, ovvero attraverso il recupero di vocaboli che percorrono secoli e secoli della storia della lingua italiana, come un veloce riscontro con i manuali del Marazzini farebbero comprendere ad un lettore poco esperto di diacronia in senso saussuriano. Troviamo infatti sparsi nel testo latinismi a metà (Hercole ma non Hercule, p. 12) oppure espliciti e primigeni (sententia, ibid.), come anche alcuni rari grecismi adattati (klepsydra, p. 22). Troviamo dieresi e notazioni metafonetiche anch’esse abbastanza sistematiche ma a volte patentemente usate a fini prosodici ( in quanto spesso in Campi, ad esempio nei gerundi tremüotàndo e tüorlàndo, p. 14, come anche altrove, le forme monottongate di alcuni dittonghi non vengono prese in considerazione laddove sussistano esigenze metriche in funzione dell’ottenimento di endecasillabi perfetti; senza contare che nel primo caso la forma usuale tramutare è già in Boccaccio, e dunque si palesa ulteriormente la volontà pedissequa di operare una sorta di archeoneologizzazione intrinsecamente ossimorica, con un fine eufonico ed estetico, oltre che metrico). Troviamo ancora giochi di parole con risoluzioni metriche decisamente inusuali (ad esempio bàttiti battùti, sempre a p. 14, praticamente un dattilo seguito da un anfibraco in cadenza similanapestica); citazioni metaletterarie esplicite, ad esempio dantesche (brano a brano, p. 13); l’uso divertito di complesse anastrofi, sinchisi e sillessi difficili da dipanare oppure spostamenti metatetici da cui si autogenerano variazioni semantiche ad sensum come anche quei veri e propri artifici retorici detti figurae etymologicae (motivo d’etimo emotivo, strali / astrali etc., qui quasi in anadiplosi, p. 14); ridondanze etimologiche (chiusocclusa, p. 22; altraltrove, p. 24); vere e proprie tmesi che creano allusioni di significato tramite gli stessi significanti (meta m’orfico, p. 25); crasi antitetiche (notignoti, p. 18) oppure litotiche (mutesclami, ibid.) o ancora etimologiche (errorerranti, ibid.); e potremmo continuare a lungo in dettaglio, ma ci fermiamo qui per non smuovere troppo i queruli e tremebondi ricordi di scuola del lettore “che ha fatto il Classico”.
Un’ultima notazione formale, piuttosto, la merita l’aspetto metrico: si tratta infatti della più classica silloge di sonetti in endecasillabi regolari, le cui quartine riportano lo schema ABBA e le cui terzine possono variare in ABB oppure, meno spesso, in ACC nella strofa finale.
               
Per quanto riguarda l’aspetto contenutistico, del resto, abbiamo già esposto l’occasione compositiva: per ogni lettera riportata nelle tavole disegnate dal Paolini, Campi traccia un excursus metavisivo ricamato su echeggiamenti e citazioni enciclopediche tratte dal vasto materiale dei topoi letterari della mitologia opportunamente rielaborati e personalizzati, nell’intenzione patente di ascendere i pioli di un elicoide della Parola, quasi volesse avvitare il dicibile poetico nella torsione della pseudosfera come accade, ad esempio, in una superficie di Dini. Così, l’ascensione geometrica che si fa Chose ad ogni verso si riavvita continuamente su se stessa e non si compie mai, in un rimandare continuo che lascia perpetuamente in sospeso i sensi attraverso i significanti, e i significanti attraverso le sensazioni.
                       
Ma attenzione: non bisogna confondere quest’archeologia della parola ricercata con una ricerca museale parolaia; qui, tra le figlie di Mnemosyne, che non a caso è la Dea della Memoria, non è Calliope che bisogna celebrare, divinità dell’epica, poesia seriosa per eccellenza, ma Talia, la Musa della Commedia, con la maschera, la ghirlanda e il bastone. L’ars giocosa di Giovanni Campi, infatti, è talmente evidente che tutto, in questa silloge, rimanda ad una dimensione effimera tipica del barocco crocianamente inteso come categoria sovrastorica e metadisciplinare, ma anche qui occorre fare gli opportuni distinguo: non si tratta di un giudizio moraleggiante sul barocco in quanto modalità espressiva e compositiva, che si dichiarerebbe pertanto effimera in se stessa ed in quanto tale lascerebbe il tempo che trova; giacché, com’è noto, esiste nella storia della letteratura un altro barocco riccamente pregno di valore anche contenutistico, oltre che formale, il quale consiste nell’ostensione di un contenuto meditativo e filosofico, come accade, ad esempio, nei sonetti degli orologi di Ciro di Pers, o nel famoso mortalità, che sogni? di Giacomo Lubrano, col loro memento mori carico di significati profondi e di riflessioni sul senso della vita e della morte tutt’altro che vacue. Certo, per chi è un minimo esperto di poesia lirica del Seicento, la silloge di Campi non
somiglia certo alla vacua cerebralità di versi inutili e disturbanti come quelli dedicati da un qualsiasi Anton Maria Narducci alla Bella Pidocchiosa; eppure, nel loro descrittivismo ostentato, alla personale sensibilità critica di chi scrive richiamano sicuramente la leggerezza grottesca di cui è capace Emanuele Tesauro quando ad esempio, nel descrivere una famosa mosca caduta nel calamaro tramite gli artifici metaforici di cui il gesuita è stato il principale teorico nel suo Cannocchiale Aristotelico, egli s’industria baroccamente a definirla augello infernal, pugliese mostro [ovvero tarantola!] / , sanguisuga volante, alata strega; aggiungendo subito dopo: bevi a schiatta budella e va’, ti annega, / sporca arpia della terra, in mar d’inchiostro.
                 
E noi anneghiamo volentieri nel mare del versificabile di Giovanni Campi, anneghiamo volentieri nel suo barocco 2.0, nell’oceano disegnato a schizzi e a sprazzi dal suo aerografo sapiente e metonimico, soprattutto quando è ora di scherzare (che è lemma longobardo e quindi affatto leggero, a ben vedere!). Il nostro, volendo, è un esplicito invito a darsi una dolce morte per annegamento in qualcosa di ricolmo e sovrabbondante, di schiumoso e ribollente, per una volta!; ché tanto, signori miei, c’è sempre del tempo che avanza per leggere versicoli minimali ed esangui privi d’arte e di parte, carenti di cifra stilistica come anche di una poetica differenziale così chiara e distinta com’è quella di Campi, non certo nonostante l’imitatio ostentata, ma proprio in virtù di questa (quand’anche sia epigonale: ma cosa e chi non lo è, oggi?).
                 
C’è sempre del tempo che avanza, insomma, per leggere (e per scrivere) poesia piana e distesa, quando magari ci si reca alla toletta per darsi il trucco o spalmare la maschera di bellezza, non foss’altro che di una bellezza fine a se stessa, su ciò che invece non lo è.

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* Precedentemente pubblicato su Versante Ripido n. 4/Aprile 2016.