Di LENI REMEDIOS

Dormire è un’abominevole perdita di tempo.

Innumerevoli volte han tentato di illustrarmi – nei termini scientifici dei medici, nelle parole amorevoli di un amico – i benefìci del riposo per il corpo e per le generali funzioni psichiche. Credetemi, intellettualmente riesco a comprendere tutte queste ragionevoli spiegazioni. Ma, guardatevi nel profondo del cuore e datevi una risposta silenziosa alla mia domanda: è veramente la razionalità a guidare la maggior parte delle nostre azioni e delle nostre decisioni? Non è forse qualcosa che sta più in profondità a trascinarci, a portarci al guinzaglio nel dedalo della nostra vita interiore ed esteriore? Prendetevi un minuto e rispondete.

Ora che vi siete tuffati il più onestamente possibile in voi stessi, sarete probabilmente più preparati ad entrare in contatto e – forse – ad avvertire una sorta di sintonia con ciò che vado a raccontarvi.

Sin da bambino ho provato una grande resistenza al sopraggiungere del sonno. Il pensiero retrostante, quello che mai mi abbandona – così come non mi abbandona la mia ombra – l’ossessione che ho tentato più volte di ignorare è la seguente: devo bere tutto il succo della vita, devo essere testimone di ogni singolo minuto. L’idea di passare ore immobile in un giaciglio, mentre là  fuori il mondo snocciola opportunità da cogliere, mi è insopportabile. È ridicolo, lo so, è addirittura megalomane. Ma che ci posso fare? La vita è così breve e fuggevole, mi dico, perchè dovremmo passare dalle cinque alle otto, financo alle dieci ore di ogni nostra giornata (eresia!) a tenere gli occhi chiusi?

Non dico molto, non parlo di cose straordinarie: ma vuoi mettere le incredibili storie che, nel cuore della notte, una prostituta non più giovane ti può raccontare davanti al bancone di un bar sudicio e polveroso, alla fine del suo turno di lavoro, incline, per stanchezza e solitudine, a vomitare confidenze agli sconosciuti? O quell’atmosfera diafana, quando il cielo comincia ad albeggiare portandosi con sè il frastuono del mondo e gli ultimi reietti della notte – ubriachi, festaioli, donne di strada – si urtano con i primi lavoratori della giornata, i custodi del retto agire: netturbini, pescendoli, panettieri. E ne incontrano lo sguardo. E un po’ si vergognano.

La mia ossessione ha lavorato così bene da riuscire a tenermi sveglio anche per più di quarantotto ore consecutive. A quel punto – ma solo a quel punto – il mio intero essere, portato sino al limite della tensione, cede all’imperiosità delle leggi di Natura e crolla, abbandonandosi ad un sonno lungo e profondo, quello che la mia volontà cosciente non permetterebbe mai. Poco prima che ciò avvenga, diciamo sul finire del secondo giorno di veglia continua, entro nello stato che i miei amici scienziati definiscono ipnagogico, in cui la realtà, filtrata attraverso i miei occhi cerchiati e la mia mente prostrata, inizia a deformarsi, fino al punto che non so dire bene dove corrisponda al vero e dove invece alla mia immaginazione deviata.

Ah, la folle ostinazione dei filosofi! ‘Cercatori della Verità’, li chiamano. Che cosa c’è di più orribile della Verità? Che cos’è che spinge gli esseri umani verso l’orlo di questo tremendo abisso? Gli uomini dovrebbero stare lontani dalla Verità. Fuggirla come il Male.

La Verità ha la pericolosità delle linee troppo dritte, delle forme troppo spigolose, l’insulsaggine dei colori uniformi e senza sfumature.

La realtà che incontro al limite della veglia è invece priva di confini, è il regno dell’illimitato, dove tutte le possibilità sono permesse. Questa dimensione non ha limiti – e non ha responsabilità, se volete. Quando vi avrò raccontato quel che mi successe in quel soleggiato ed irreale mattino di maggio, probabilmente mi capirete.

Rientravo dal lavoro. Come al solito bastò uno sguardo del mio principale, il Signor Campbell, per capire che avevo la sua accondiscenza e così mi avviai in anticipo verso l’uscita fra lo scuotimento di teste dei colleghi, una scena che si ripete ogni volta sempre uguale e sempre prevedibile. Il caro e compassionevole Signor Campbell. Non lo biasimerei se d’un tratto mi buttasse fuori a calci dalla Campbell & Co Insurance. Probabilmente, nel mio zelo e nella mia indiscussa superiorità verso i colleghi, vede un valido motivo per tenermi a bordo. Il mio successo nel procacciare clienti in stato di veglia lucida controbilancia la devastazione del mio stato semi-allucinatorio dopo le famose quarantotto ore. E così, quando Campbell intravvede in me un vacillare del passo o una fissità nello sguardo, si avvicina silenzioso, mi guarda negli occhi e con un cenno della testa, accompagnato da un mezzo sorriso, m’invita ad uscire. ‘Vai a casa e riprenditi’ è il tacito, paternalistico ammonimento. E non so dire se sia più grande il senso del privilegio nell’avere Campbell come capo o il senso di vergogna rispetto ai miei validi colleghi, i quali una volta uscito, ne sono sicuro, dibattono lungamente sul senso di tenere in ufficio un cadavere rammollito come me – per quanto capace e meritevole nelle sue ore più splendide – che perde regolarmente un giorno o due di prezioso lavoro a settimana per andarsene a casa a riprendersi.

Bene. Ma io non me ne andavo certo a casa a dormire. Qui iniziava la parte in assoluto più eccitante. Come un vampiro a caccia di sangue umano, cominciavo a vagare per i vicoli bui della città, in cerca di un frammento di vita che bastasse a soddisfare la mia sete. Non sono mai stato un grande bevitore. L’alcool non ricopriva alcun ruolo nel mio felice gioco allucinatorio. Se nelle ore di lucidità mi concedevo un goccio per uniformarmi alle riconosciute norme di socialità umana, giunto a questo livello non permettevo che un insulso sorso di brandy o un calice di rosso siciliano rovinasse il perfetto squilibrio così faticosamente raggiunto. La mia era una sete radicalmente diversa e bramavo di scorgere una rissa fra amici, un dibattito politico improvvisato presso un venditore ambulante di hot-dog, o un mendicante che mi sporgeva, in segno di gratitudine per la carità ricevuta, una poesia scritta con mano incerta sopra un tovagliolo di carta. Questa era la mia dipendenza: vispe parentesi di pura umanità.

Sapevo, in quella fase, che di lì a poco sarei scivolato sempre più rapidamente nel semi-delirio. Molti di voi scorgeranno qui una contraddizione. Ebbene, lo riconosco: il mio immenso sforzo per bere tutto il succo della vita si riduce poi a godere di una realtà fittizia, che mescola pezzi di vita reale con schizzi di proiezioni interiori. Eppure ammetterete il tremendo fascino di un simile stato. E non mi rivolgo solo all’apparente assenza di limiti di cui parlavo prima. Credo di capire sia uno stato di coscienza molto vicino a quello provato dagli epilettici durante quei fenomeni denominati ‘assenze’. Si tratta di episodi molto diversi dalle classiche fitte, nelle quali il soggetto viene colto da violenti spasmi, suscitanti panico e sensazione, tanto che un tempo si pensava fossero opera del demonio. No, in questo caso un osservatore esterno non percepirebbe alcun segno eclatante, nessun fremito e men che meno spasmo, nulla di nulla; eppure ad uno sguardo attento non sfuggirebbe una cert’ombra cadaverica negli occhi e un immobilismo inusuale degli arti. In poche parole: il soggetto in questione sta esperendo, per pochi secondi, uno straordinario fenomeno di vuoto di coscienza. La sua mente è come spenta. Il mondo attorno a lui continua a scorrere col suo mare di dati, ma li percepisce senza registrarli. Il gatto nero, il viso barbuto, il foulard rosso passano davanti ai suoi occhi, che li vedono ma non li guardano. Sono solo ombre che hanno la consistenza dei sogni. Il soggetto non ha alcuna consapevolezza di cosa questi oggetti siano e non riesce ad attribuir loro un’identità separata dallo sfondo. ‘Gatto’, ‘foulard’, ‘rosso’, ‘viso’…null’altro che etichette momentaneamente assenti nel serbatoio della memoria, temporaneamente fuori uso. Tutto è allo stesso livello in un afono magma d’incoscienza.

È come se gli occhi, per esempio, gli organi precipui alla facoltà della vista, fossero indipendenti dalla coscienza, la quale se n’è andata chissà dove, sospesa in un luogo-non-luogo. Lo stesso dicasi per i suoni: giungono all’apparato uditivo, ma il loro è un fluire monotono e indistinto, come una musica distante. In breve, è come se, per pochi istanti, questi individui fossero morti. E pur tuttavia – qui sta la parte sorprendente – gli organi vitali continuano a funzionare per inerzia in assenza di coscienza, liberi di operare senza il suo aiuto. Come il motore di una lavatrice, che mantiene il suo moto una volta che questa sia spenta.

Certo gli organi lavorano. In modo incompleto sì, confuso. Ma lavorano. Generando dei momentanei non-morti.

Ora, come tutto questo abbia luogo, senza il collassamento del corpo o addirittura la morte fisica, è uno dei misteri che, se ha trovato riposo nelle spiegazioni medico-scientifiche, continua a suscitare in me una profonda costernazione.

Mi fa sovvenire un pensiero stupefacente nella sua semplicità: le cose accadono; poi la coscienza ci mette qualcosa sopra. E allora prendono colore. Talvolta il colore è troppo piatto e monocromo. Talvolta è talmente ricco di sfumature che ti perdi nel rincorrerle. Talvolta è tanto acceso che ti acceca. E a quel punto chiudi gli occhi, ti devi fermare.

Il sognatore – salvo rare eccezioni – non è consapevole di stare a sognare.

E allora sogna.

È questo diavolo di consapevolezza che ci frega.

Vogliamo essere consapevoli di stare a vivere. E così non viviamo.

Dimenticarsi della fottuta consapevolezza. E vivere.

Percepire la meraviglia dell’infante. Quella che ogni psicologo ambisce a carpire, ma non ce la fa – fintanto che indossa il suo càmice.

La luce di maggio solleticava fastidiosamente i miei nervi scoperti.

In fretta, corri.

Volevo raggiungere presto una tana, un rifugio ove proteggere i miei sensi eccitati senza per questo perdere il contatto con il resto dell’umanità, al contrario: intendevo assaporare un goccio di vita proprio nel momento in cui la mia soglia di consapevolezza fosse abbassata al minimo.

Ma il cielo era troppo chiaro, troppo abbagliante.

Presi il parco comunale, quello che porta ai quartieri bene della città. Lì avrei trovato sollievo all’ombra dei castagni, sebbene la luce del sole s’insinuasse furtiva fra le foglie e tormentasse i miei occhi con la sua intermittenza battente.

Mi feci schermo con la mia ventiquattróre e proseguii, lasciando che le mie orecchie venissero accarezzate dal gorgoglìo del ruscello che scorreva al mio fianco. Finché non fui scioccato da un improvviso scoppio – il sollevarsi in volo di un nutrito gruppo di piccioni, che la mia valigetta mi aveva impedito di notare: un battito d’ala è impercepibile, ma il fracasso di una moltitudine d’ali che si muove all’unisono è un’esperienza che mi desta tuttora ancora meraviglia.

I volatili si dissolsero nell’aria e all’orizzonte mi apparvero gli edifici squadrati ed asettici del quartiere bene.

Profumavano di nuovo.

Mi avventurai con passo incerto: non ero sicuro di voler investire il mio prezioso tempo ipnagogico proprio lì. Ma l’inerzia mi spingeva.

Non c’era anima viva.  Era come se quegli alti e mostruosi palazzi avessero risucchiato e nascosto nelle proprie nicchie geometriche ogni segnale di vita circolante.

Se ti avvicinavi potevi avere la fortuna di scorgere un’anima dietro un pilastro quadrangolare o una piantina disperata su un davanzale spoglio.

Decisi di provare a vedere.

In lontananza scorsi l’insegna della galleria d’arte e le sbarre sulla soglia: ma certo, era lunedì e al lunedì musei e gallerie stan chiusi.

Eppure ci sarà qualcuno?

Chissà, forse nei piani sopra la mia testa la vita pullulava ritmica, scandita da scadenze improrogabili e dalle grida dei capiufficio.

Se mi concentravo bene potevo quasi sentire i battiti del cuore dell’ultimo apprendista arrivato – chino sulla scrivania – mentre il suo manager ne controllava il lavoro dietro le spalle. In un’altra stanza, le donne delle pulizie ridevano di quel che avevano trovato nel cestino di Miss Lewis,  mentre con una mano si toglievano il grembiule e con l’altra si passavano il rossetto davanti allo specchio.

In ascensore qualcuno trepidava, forse Miss Lewis.

Nell’attico su in alto uno scrittore in erba ancora dormiva e soppesava nell’inconscio l’efficacia delle sue parole.

Un alito di vento impertinente s’infiltrò chissà come fra gli arcigni pilastri grigi, una di quelle brezze primaverili sufficienti a farti venire un brivido qualora ti colgano impreparato in una zona d’ombra.

Rabbrividii e mi riscossi da quella temporanea ebbrezza.

Feci per attraversare la strada ed una macchina senza viso quasi m’investì: in quest’angolo di città nemmeno le macchine sembravan contenere vita, schermate com’erano da vetri scuri e riflettenti.

Conoscevo bene – per lavoro – l’utilità di tali vetri, pubblicizzata dalle compagnie automobilistiche: ti proteggono dagli sguardi indiscreti, respingono il calore nei mesi estivi, ti aiutano a presevare gl’interni. Eppure la vera ragione per cui la gente li compra – e che nessuno dice – è poter fare l’amore in santa pace. A detrimento dell’enorme potenziale eccitante suscitato dall’eventualità di essere scoperti.

Ma questo non lo dicevo ai miei clienti.

Proseguii diritto, con l’insegna della galleria a fare da catalizzatore.

Il mio stato allucinatorio amplificò l’agente disturbante che è per me una costante sempre presente in certi luoghi pubblici quando giunge il momento di spegnere le luci, mandare via gli ultimi tira-tardi, chiudere le porte con doppio chiavistello e sistema d’allarme azionato.

La fredda luce aurorale di tali ambienti, quando colta da un occhio furtivo come il mio, non poteva non suggerire l’odore di acrilico che nessuno avrebbe più colto fino al mattino seguente, misto alla cera dei pavimenti tirati a lucido e al disinfettante dei bagni in fondo al corridoio a destra.

Ma soprattutto sono sicuro che se mi fossi trovato per caso lì – unica vita palpitante in mezzo ai frutti inanimati del genio umano – sarei caduto preda del più folle ed inspiegabile terrore.

Ma quel che atterrisce attrae.

Il guinzaglio dell’irrazionalità mi tirava per il collo.

Mi avvicinai alle intimidatorie sbarre in acciaio. Osai sbirciare dentro e colsi subito mezza figura di quella che sembrava essere una pessima riproduzione di un’opera di Canova.

Più a destra le pennellate nervose di un pittore contemporaneo mi distrurbarono la vista. Dalla stanza in fondo mi fissava, confuso dalla penombra, lo sguardo atterrito di un ritratto di donna, i capelli neri fluenti sulle spalle, gli occhi cerchiati come i miei. Ricambiai lo sguardo estasiato. Le mie dita cercarono istintivamente le sbarre e vi si aggrapparono.

Non c’era verso di muoversi da lì; avevo già designato l’incontro con il ritratto come momento topico della mia alterazione psico-fisica.

Strinsi gli occhi per cercare di decifrare il nome dell’autore inciso sulla targhetta: El…H…p…Troppo lontano. Troppo piccolo.

Non aveva grande importanza. L’avrei dimenticato dopo poche ore.

Mi concentrai sul dipinto, sugli occhi incavati e sulle spalle contratte che quasi tentavano di contenerli. Maledissi le sbarre ed il vetro spesso per impedirmi di avvicinarmi a quel viso, di tendere una mano a quel corpo affranto. Quando – per il mio immenso stupore – fu il ritratto a tendermi una mano. E la bocca si contrasse in un gemito che io non ero in grado di udire. Oh miserabile, cos’altro potevo fare se non aggrapparmi ancora di più alle sbarre crudeli? E sentire il mio cuore palpitare all’unisono con il cuore contenuto fra le spalle magre al di là del vetro. Ora le spalle ossute strisciavano dolenti sul marmo asettico del corridoio centrale, lasciando dietro di sé una scia purpurea. Con una risata isterica pensai ad un esemplare di lumaca umana.

Sì, condannatemi pure per la mia condotta.

Un po’ mi vergogno di ciò che la mia coscienza riaccesa ritiene una sconsiderata leggerezza.

E tuttavia non posso non considerare – persino ora che lo rammento – la pulsante bellezza di quella creatura sofferente.

Non vi è bellezza laddove non esistano contraddizioni.

La perfezione delle statue di Canova è tale da apparire irreale. Il resto sono solo brutte copie, come quella nell’angolo a sinistra.

Questo è il segreto: talmente reale da assurgere ad irreale.

Talmente grottesco da meritare l’appellativo di reale.

Non vi sono vie di mezzo.

E mentre la mia coscienza in risveglio condanna la mia inazione, la memoria onirica serba la perfezione di un viso straziato, di un corpo strisciante, di labbra che dischiudono un urlo rimasto inascoltato, rappreso fra le sbarre di un museo chiuso.

All’interno del sogno di un insonne.