Di ALESSANDRO SICILIANO

IN PRINCIPIO SI ERA

Qui non può esserci nessuna autorità perché si lavora in comune. Si lavora per giungere alla cosa stessa che è in questione. Di conseguenza l’unica autorità è la cosa stessa. Si tratta di arrivare a toccare la cosa stessa, e di esserne toccati.

Osteria dell’orsa, Bologna

1.

Ne L’Io e l’Es, Freud propone una nuova rappresentazione dello psichismo rispetto a quella classica proposta fino al 1922. La seconda topica freudiana vede protagonisti due attori, appunto Io e Es, due agenti. Es è, in lingua tedesca, il pronome neutro di terza persona usato per i verbi impersonali e corrisponde al latino id e all’inglese it. E’ un concetto che scivola da Nietzsche a Freud passando per Georg Groddeck e sta ad indicare ciò che di noi, dentro di noi, si vive in modo estraneo, alieno, non appartenente a sé. Qualcosa che è in me ma non è mio, un territorio interno straniero. Es è un movimento che (spesso via angoscia) io intuisco in me ma da cui prendo le distanze identificandone la causa generalmente nell’Altro. Ad essere rigorosi, l’Es è l’Altro.

D’accordo con Groddeck, Freud scrive che «il nostro Io si comporta nella vita in modo essenzialmente passivo e […] noi veniamo “vissuti” da forze ignote e incontrollabili». Più avanti: «Un individuo è dunque per noi un Es psichico, ignoto e inconscio, sul quale poggia nello strato superiore l’Io».[1]

Es è dunque il nome di ciò che, già in Al di là del principio di piacere, Freud individuava come il primo tempo della vita dell’uomo, un tempo caratterizzato da una condizione di passività, di oggettualità nelle mani dell’Altro. La stessa condizione di passività di cui, nel suo celebre gioco del rocchetto, il piccolo Ernst tentava di rovesciare i termini rendendosi protagonista. Se in un primo tempo era la madre del bambino ad abbandonarlo uscendo dalla stanza – scomparendo dalla sua vista per un lasso di tempo sufficiente a richiamarne l’attenzione sulla di lei assenza – il lavoro del gioco serve ora a trattare questa assenza, vissuta indubbiamente come problematica e penosa. Il bambino fa sparire e riapparire il rocchetto così come, in un primo tempo, la madre spariva ai suoi occhi e, potremmo dire, egli spariva a sé stesso.[2]

Quando Freud afferma che l’individuo è un Es psichico sul quale poggia l’Io, non ci sta forse suggerendo che ognuno di noi, in quanto Io, si trova impegnato a soggettivare una vita che si vive dapprima come impersonale? Una vita senza individuo, un film senza regista né spettatori, pura esperienza al di qua della differenziazione di un soggetto che si rapporta a un oggetto. Lacan punterà molto su questa scansione dell’indagine psicoanalitica e proverà a riprendere Freud nei suoi punti più oscuri e rapidamente liquidati – in primis, pulsione di morte e al di là del principio di piacere. La posta in gioco sono i rapporti del vivente col linguaggio, le insondabili soluzioni singolari che l’essere (non ancora) umano attua nei confronti del primo grande trauma, quello del linguaggio.[3]

 Nella lezione 31 di Introduzione alla psicoanalisi, Freud pronunciava le celeberrime parole “Wo Es war, soll Ich werden”. La traduzione del testo sarà luogo di scontro che vedrà contrapposte da una parte la corrente dei post-freudiani, per cui «dove era l’Es, deve subentrare l’Io»[4] – se non addirittura «Le moi doit dèloger le ça. L’io deve sloggiare l’es»[5] nella traduzione francese –, dall’altra la psicoanalisi lacaniana, che nasce e si fonda sulla critica feroce di qualunque ortopedia dell’Io: «Là dove c’était, possiamo dire, là dove s’était, s’era, vorremmo far sì che s’intendesse, è mio dovere ch’io venga ad essere».[6] Il problema di un dover essere là dove in principio si era, nel luogo in cui una traccia si è impressa e da cui solo posteriormente avrà origine il movimento del senso, rimanda immediatamente alla questione dell’etica della psicoanalisi: cosa orienta il mio vivere? Come desiderare? Che rapporto ho con la mia straniera ma intima origine?

2.

Siamo alle prese col rovescio della psicoanalisi. Al di là del principio di piacere è, in effetti, il rovescio di una psicoanalisi che nasce e si sviluppa sullo studio dell’individuo nei suoi rapporti con il conflitto intrapsichico, a partire cioè da un certo ego-centrismo, da una scansione verticale dell’Io cosciente in rapporto al rimosso e al suo ritorno. A partire da Al di là del principio di piacere assistiamo al rovesciamento di questo discorso, dove oggetto di interesse diventa l’economia paradossale di un «piacere di tipo diverso»[7] che si imprime sul corpo, si subisce. All’origine dell’economia libidica e, dunque, all’origine del rapporto problematico dell’individuo col suo godimento, ci sarebbe una traccia impersonale, una scena di nessuno e per nessuno ma che pure si registra in una memoria a-soggettiva.

E’ ciò che Rocco Ronchi ha descritto molto bene parlando di «intuizione cieca»,[8] riprendendo Kant in uno dei suoi passi più celebri: «Senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato, e senza intelletto nessun oggetto pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetto sono cieche».[9] Ronchi, facendo luce su ciò che in questa frase di Kant era inconscio, ci propone di pensare un’immagine che, non elevandosi al rango di rappresentazione, non assumendo valore significante, resta impressa in una memoria a-soggettiva come immagine puramente guardata ma non vista.

Lacan racconta nel Seminario xi di quando, giovane ragazzo nel mezzo di una battuta di pesca con amici, gli viene indicata dal suo amico Giovannino una scatoletta di sardine galleggiante in mezzo al mare: «La vedi, quella scatoletta? La vedi? Ebbene, lei non ti vede!»[10]. Il giovane Jacques non partecipa al divertimento dei compagni perché è molto turbato dalla rivelazione. Più avanti spiega come, seppure quella scatoletta non poteva effettivamente vederlo, era però lì che, in un certo senso, lo guardava.

Nell’ottica antropocentrica è chiaro che può essere solo il soggetto della visione a puntare la scatoletta o qualunque altro oggetto del mondo e, nel movimento della significazione, com-prenderla e annetterla al mondo umano dotandola di un senso. Ma se proviamo, come fa Lacan nel corso del Seminario xi, ad isolare il momento dello sguardo dalla funzione significantizzante propriamente umana, che informa il mondo come ordine simbolico, possiamo pensare che prima di (o fuori da) questa stessa funzione ci sia altro. Una scena (che noi ora immaginiamo da osservatori esterni) in cui stanno in effetti un uomo su una barca, un mare, una scatoletta ma non ancora un soggetto vedente in rapporto a un oggetto visto. Se non c’è apparato significante a supportare questa colonizzazione del mondo da parte del senso, tutto ciò che rimane sono intuizioni cieche. Qualcosa viene visto ma non rappresentato, laddove la rappresentazione è l’unità simbolico-immaginaria di una realtà psichica che attinge alla realtà esterna.

Lo sforzo che Lacan ci chiede di fare è di provare a pensare l’immanenza assoluta al di qua di qualunque trascendenza propriamente umana. Il primo tempo della vita è, già in Freud, inquadrato a partire dall’immersione traumatica e fuori-senso in una scena, sì, ordinata simbolicamente, dunque per me in quanto essere umano, ma strutturalmente anche altra da me. Prima di/fuori da quest’ordine simbolico si dà qualcosa di pensabile solo attraverso il mito. E’ sempre Ronchi a ricordarci che in fondo Freud non ha mai rinunciato, durante la sua speculazione, all’intuizione della scena primaria. Che cosa vede, in effetti, un bambino – è il caso dell’uomo dei lupi – che alzandosi nel cuore della notte, guarda i genitori fare l’amore more ferarum? Cosa può sapere un bambino di pochi anni del coito more ferarum? Nulla. Eppure quella scena guardata ma non vista si condenserà al cuore del soggetto orientandone l’economia libidica.[11]

3.

Tale questione appare sempre molto complicata dal momento che è in gioco il tentativo di pensare l’al di là della rappresentazione, dunque l’al di là del pensiero stesso che stiamo pensando. Tuttavia, l’unica psicoanalisi degna di un interesse è quella che punta a far luce sul rapporto del soggetto col reale della sua esistenza. Incontro sempre mancato, dice Lacan, in quanto siamo esseri di linguaggio e incontriamo tutto ciò che possiamo incontrare solo nel linguaggio. Così come l’individuo sarebbe un Es psichico sul quale poggia nello strato superiore l’Io, il mondo tutto è un Reale sul/nel/fuori dal quale poggia da qualche parte il linguaggio e l’umano.

Reale primordiale. Abbiamo qui tutto il peso di una questione che interroga l’uomo da sempre. Il reale primordiale è ciò che Lacan pone come dato fondamentale quando, nel Seminario vii, così definisce “la Cosa”: «[…] questa Cosa è quel che del reale – intendete qui un reale che non dobbiamo ancora limitare, il reale nella sua totalità, tanto il reale del soggetto quanto il reale con cui esso ha a che fare in quanto gli è esterno –, è  quel che del reale primordiale, diciamo, patisce del significante».[12]

Nella prima parte di questo seminario dedicato all’etica della psicoanalisi, Lacan rispolvera un testo dimenticato di Freud, il Progetto di una psicologia, del 1895. L’Entwurf è il primo momento in cui Freud tenta di sistematizzare una teoria dell’apparato psichico nei suoi rapporti coi due grandi scogli con cui sempre avrà a che fare e che sempre gli saranno in parte estranei: il corpo e il mondo esterno. Descrivendo la facoltà del giudizio in rapporto alla percezione, Freud dice:

Supponiamo che l’oggetto che fornisce la percezione sia simile al soggetto, cioè un essere umano prossimo. L’interesse teorico [suscitato nel soggetto] si spiega anche in quanto un oggetto siffatto è stato simultaneamente il primo oggetto di soddisfacimento e il primo oggetto di ostilità, così come l’unica forza ausiliare. Per tale ragione è sul suo prossimo che l’uomo impara a conoscere. […] Così il complesso di un altro essere umano si divide in due componenti; di cui una s’impone per la sua struttura costante come una cosa coerente, mentre l’altra può essere capita mediante l’attività della memoria: può cioè essere ricondotta a un’informazione che [il soggetto] ha del proprio corpo.[13]

Nella seconda parte del passo, vediamo in corsivo “cosa” e “capita”. Freud parla di due componenti in cui si scinde l’esperienza che il neonato fa del contatto con l’essere umano prossimo (in tedesco, Nebenmensch), prima conoscenza del mondo. Ciò che di questa esperienza viene capito (dal greco antico kàptein, prendere e comprendere) è ciò che si scrive nella memoria in forma significante, che ha senso. D’altra parte, qualcosa non passa, non viene capito, non è preso nel significante. Qualcosa, dice Freud, s’impone per la sua struttura costante come una cosa coerente. Sta già qui, in queste poche parole, tutta la densità, la durezza se vogliamo, di ciò che Lacan definirà “il registro del Reale”. A partire precisamente da qui, Lacan costruirà una teoria della Cosa, Das Ding, asse portante su cui ruota l’intero Seminario vii nonché punto di non ritorno nell’insegnamento lacaniano.

«Il Ding è l’elemento che originariamente il soggetto isola, nella sua esperienza del Nebenmensch, come per sua natura estraneo, Fremde».[14] Il lavoro della rappresentazione origina nell’incontro, nel contatto con il Nebenmensch e si sviluppa nel tentativo di ri-trovare l’oggetto perduto, l’oggetto in quanto Altro assoluto del soggetto, l’oggetto come Das Ding. E’ ciò che Freud spiega nell’articolo La negazione, in cui lavora sulla costituzione del soggetto e dell’oggetto, ciò che è accolto dentro e ciò che è tenuto fuori dall’Io, e dice:

Il fine primo e più immediato dell’esame di realtà non è dunque quello di trovare nella percezione reale un oggetto corrispondente al rappresentato, bensì di ritrovarlo, di convincersi che è ancora presente […] Si riconosce comunque come condizione necessaria per l’instaurarsi dell’esame di realtà il fatto che siano andati perduti degli oggetti che in passato avevano portato a un soddisfacimento reale.[15]

La prima mitica esperienza di soddisfacimento reale innesca da una parte l’avvio dell’apparato psichico, che lavora sulla rappresentazione del dato di realtà in termini primordiali di buono e cattivo;  il bambino allucinerà e ricercherà quello stesso oggetto di soddisfacimento ogni qual volta si presenterà in lui ciò che Freud chiama Die not des lebens, l’urgenza della vita, un bisogno puro, essenziale, parte in causa fondamentale dell’antropogenesi. Lo stato di necessità, di pura urgenza della vita, chiama inintenzionalmente in causa il soccorso dell’Altro, che risponde offrendo principalmente la propria presenza, nella forma di oggetto di soddisfacimento. Questo primo impatto col corpo e la presenza dell’Altro (stando a Freud, con il seno), d’altra parte non si scrive, resta fermo come cosa (als Ding), dice Freud. Il mitico oggetto perduto di cui si tratta ne La negazione è qui, a questo livello dell’esperienza. Dell’incontro del bambino col seno materno, del suo primo impatto in questo territorio strutturalmente Altro, qualcosa non sarà simbolizzato proprio perché Altro. Questo qualcosa è Das Ding, la natura “cosale” di qualunque esperienza umana.

[CONTINUA]

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[1] S. Freud, L’Io e l’Es (1922), in Id., Opere, a cura di C. Musatti, Bollati Boringhieri, 12 voll., Torino 2010, vol. 9, p. 486.

[2] Id., Al di là del principio di piacere (1922), in Opere, cit., vol. 9.

[3] Cfr. A. Pagliardini, Jacques Lacan e il trauma del linguaggio,  Galaad Edizioni, Giulianova 2011.

[4] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni) (1932), in Opere, cit., vol. 11, p. 190.

[5] J. Lacan, La cosa freudiana. Senso del ritorno a Freud in psicoanalisi (1955), in Id., Scritti, a cura di Contri G.B., Einaudi, Torino 2002, vol. 1, p. 408.

[6] Ibidem

[7] S. Freud, Al di là del principio di piacere, cit., p. 202.

[8] R. Ronchi, L’intuizione cieca. Psicoanalisi e fenomenologia, in A. Pagliardini, R. Ronchi (a cura di), Attualità di Lacan, Textus, L’Aquila 2014.

[9] I. Kant, Critica della ragion pura (1781), a cura di Mathieu V., La Terza, Bari 1966, p. 94.

[10] J. Lacan, Il Seminario. Libro xi. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. 1964, Einaudi, Torino 2003, p. 94.

[11] R. Ronchi, op. cit., p. 30.

[12] J. Lacan, Il Seminario. Libro vii. L’etica della psicoanalisi. 1959-1960, Einaudi, Torino 2008, p.140.

[13] S. Freud, Progetto di una psicologia (1895), in Opere, cit., vol. 2, p. 235.

[14] J. Lacan, Il Seminario. Libro vii, cit., p. 61.

[15] S. Freud, La negazione (1925), in Opere, cit., vol. 10, pp. 199-200.