Guercino, "Et in Arcadia Ego", 1618-1622
Guercino, “Et in Arcadia Ego”, 1618-1622

Di GUIDO TURCO

 

EPIFANIA DEGLI STOLTI

 

I poeti nascono e muoiono

ogni giorno

impegnati nel più completo

lasciano di sé il destino

delle limonaie nel deserto

né premio né castigo

ma storie a cui bastano le amnesie

quel nulla che esiste e che non può

essere altre radici

alberi per un giorno solo

i rovi il pane fradicio

quell’ingrediente fedeltà che nevica

e così ogni parola inizia con la fine

finisce come l’inverno

in un solo mattino

il tempo sufficiente per avocare a sé

il rendimento della lampada

il lungo filamento dell’anodo

responsabile dell’incendio

e dell’ombra successiva.

 

I CIELI DI GUERCINO

 

1.

 

Come il frumento e il sole

il papavero e l’acqua

veramente egli camminerebbe

nel profondo pensato

racconterebbe la stesura macchiata

del dialogo con i fantasmi

i giorni e le notti che fanno sbocciare

un sonno così profondo

da essere scambiato per un dio morente

un dio contrario che ha predicato sempre

alla vegetazione di risuscitare

al colpo di ventodi essere il mantello di Loth

luce tra gli incolti

da cui il regno delle ombre ne riparte

come fossero tir

e i pensieri volano molto in più in là

perché la lucentezza sia descritta

dai primi tratti della pittura

sappiamolo spirito (al centro del cranio) e l’eczema

che il cinabro sposa in ritardo

l’energia della linea

il nord il chiaro

e l’incantesimo lontano dal firmamento

veste l’abito dell’infatuazione

come questo giugno autunnale

che mangia l’inverno successivo

e restituisce alle attese l’impazienza

ai pali della luce le loro cime

in cui confliggono

il punto la superficie il colore e la materia

specchio del sovrammondo

di cui simbolo è il nome mio

Guercino, pittore di madonne

per le quali combattei come falangi

contro il nudo in pittura

che il significato abita nel velo

come la foglia primitiva

la sua doglia ha più genialità del fantasma

più scienza della coscienza delle stirpi

che io paragono alla vecchiezza del cercare

con gli occhi cisposi dell’altrui evidenza

il segno che vorrei

della supposta verità fondamentale

ultima vittoria delle cose umane

sulla morte vicinissima

quand’è fragile il senso per il quale m’aggiro

tra scaffali che non mi riesce

di chiamare biblioteche

mostrando il timore d’aver maturato

non una soluzione del problema

ma un ricciolo che si torce in aria

talmente immerso nel duello delle correnti

che sollevando la sua voce d’insetto

volge all’alta quota i conversari

che ho cura di non intaccare colla spatola

solo attendendo al recupero

del punto di immersione

dell’amo agganciato al cuore.

 

 

2.

 

Resisterà nel fragore dei nembi

ogni figura

nei pressi dell’improvviso

le scale del visibile

appariranno miniere

strade ferrate perdute tra i rovi

la vitalba sarà la spiegazione

acqua assorbita dal suolo

come primizia ineffabile

delle abrasioni dell’inverno

quando mostrano le margherite

come relitti

una moltitudine di profili

non perché il veleno sia più rapido

ma perché qui

su questo pezzo di tela

l’inventario quotidiano

di troppo appassite passioni

come una luce riesce a giacere

in buon ordine finalmente.

 

 

3.

 

Delle rocce dico la prominenza

i rapporti d’anonime correnti

a cadenza ritoccata

l’indebolimento del lontano

perché il più facile è ritornare a un ordine

e quando le ombre finiranno

ogni figlia si volgerà in madre

l’incastonatura della sabbia nella luce

accoglierà i battelli che ritornano

lasciando maree di malva e di scarlatto

all’intuizione degli incantesimi.

Cieli diversi di cobalto

alle intelligenze angeliche

ai loro segni alludo

me li annoto come citazioni

in questa fine di tempo vicinissima

e quegli accostamenti ripetuti

analoghi nella prevedibilità all’obbedienza

che dovrei partorire irregolare

ospitano infine queste fughe prospettiche

trittici e tralicci

per non aver diverso abbrivio

che quello che solca la distrazione

il pallor de’ l’apparire

per replicazione anamorfica della traccia

e se le albe deterse

si piantano come lampioni tra le foglie

ecco, vorrei ritenermi queste ignoranti tenerezze

confidente nell’incredula fantasia

che le mie cornee hanno

per imbibirmi dell’aspetto vischioso

della nuvolaglia quando ancora livida

tinge il corpo in cui mi trovo

un biglietto di sola andata

da logos a phantasmata.