Giovanni Gentile
Giovanni Gentile

Di MARIA TERESA MURGIA *

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Nella comunicazione di Palermo del 1911 – scritto raccolto nell’opera La riforma della dialettica hegeliana nel 1913 — che rappresenta il primo atto ufficiale della dottrina attualistica, Gentile sostiene, precisamente nel secondo paragrafo dal titolo Pensiero concreto e pensiero astratto, che «l’unico pensiero di cui si possa affermare la verità, poiché in fatti è il solo pensiero che realmente sia pensiero, non è il pensiero astratto, ma il pensiero concreto»[1]. Il solo pensiero vero è il pensiero concreto che è il pensare attuale, ossia l’atto del pensare che in quanto eterno e universale è la sola categoria trascendentale che costituisce l’unico orizzonte logico-ontologico possibile; esso è l’assoluto. Quest’ultimo inteso alla luce del trascendentalismo kantiano dell’Io come unità sintetica di opposti. Infatti il pensare è il terzo termine dialettico, la sintesi, di due termini, il pensato e il pensare stesso, che dà origine non solo al pensare soggettivo, ma altresì alla realtà. Tale termine che definisce la sintesi, appunto, è la sola categoria in quanto essa non è ottenuta per via deduttiva, ovvero non costituisce l’esito di un procedimento analitico, come, invece, fa Hegel prima con le sue categorie, bensì esso è il primo, l’Io universale, che sorge da principio facendo sorgere la sola sintesi possibile, quella originaria. In questo senso il pensare attuale è il concreto, ciò che in nessun caso e da nessun altro elemento può essere trasceso; esso è la verità. Una verità che consiste del suo opposto, dell’errore, in quanto si dà originando ciò che essa non è, ossia, precisamente, l’errore. Nel linguaggio gentiliano, la verità è il pensare, e, il suo opposto, l’errore, è il pensato. Il pensare è la verità perché è «il pensiero assolutamente nostro, o assolutamente attuale»[2], mentre il pensato è il pensiero impensabile, «è ciò che altri pensa e noi non possiamo pensare, o che pensammo già noi, ma ora non riusciamo più a pensare»[3]. Insomma, l’individuo può pensare solo la verità, perché essa è pensiero attuale e concreto, ovvero l’intrascendibile, e, di conseguenza, non può pensare l’errore che è per definizione l’impensabile. Si può dire meglio: l’errore si dà, si deve dare perché «non è un attributo accidentale del pensiero altrui, o non più nostro; anzi necessario»[4], infatti è l’elemento insieme al quale il pensare definisce la sintesi originaria del pensare, ma esso, per Gentile, è quell’elemento che si dà non dandosi, ovvero, in quanto non si autopone ma viene posto da altro, dal pensare appunto, la sua verità non è depositata in se stesso ma nell’altro da sé del quale occupa l’orizzonte fondativo; quindi l’errore non si dà mai come tale, come se stesso, in quanto quel suo essere se stesso è originato da altro e ha dunque la verità in altro, nell’altro nel quale consiste il suo vero essere, il suo effettivo se stesso. Pertanto l’errore come errore, cioè la forma astratta dell’errore, è l’inattuale e l’astratto, mentre l’errore come verità, ossia l’errore che presenta il suo vero essere, il suo volto autentico, è l’errore che non è più tale essendo la verità stessa. Tale verità, tuttavia, non è la verità che è, o meglio, non è la verità che è inquadrata nella rigida logica dell’essere espressa dalla formula aristotelica identitaria di A=A, ma è la verità che è divenire concreto, ovvero «principio della dialettica o del pensiero come attività che si pone negandosi» [5]. Essa è quell’unica categoria che consiste nella sintesi originaria che è pura attività, vero divenire; il quale diverge dal divenire hegeliano, in quanto, quest’ultimo, dovendo essere il primo è, invece, subordinato alle svariate categorie logiche che sono ricavate analiticamente, ovvero secondo un procedimento logico sviante, così come lo stesso divenire. Per questo, per il filosofo italiano, il divenire hegeliano è inattuale e quindi astratto.  Il vero divenire, però, non nega semplicemente il divenire astratto — che, per Gentile, non si distingue dall’essere inteso tradizionalmente, dall’errore come pensato — e i principi della logica dell’essere aristotelica, ma li nega dialetticamente, ovvero li invera, «poiché la dialettica non nega la verità della verità, ma la fissità della verità, e afferma quindi che la verità è se stessa ma nel suo movimento» [6]. Tale movimento della verità è l’atto dell’Io, il pensare, che avendo come oggetto il non Io, il pensato, il suo opposto dialettico, ha in realtà come oggetto l’Io stesso, il pensare; è «coscienza in quanto autocoscienza» [7]. Un’autocoscienza che non è identità astratta ma attività del pensiero, «intima alterità» [8], che pone se stessa ponendo l’altro da sé; questo suo altro è l’essere, il pensato, la natura, ciò che semplicemente è uguale a sé, e dunque è originato da altro, in quanto è l’immobilità che per muoversi ha bisogno d’altro e di conseguenza è necessitata e non libera. L’autocoscienza è il divenire puro, la sintesi originaria, il primus in senso assoluto che non è mai anticipato dal suo essere, ma in quanto assoluto movimento coincide con l’essere. Insomma, non c’è prima una logica e poi una fenomenologia, alla maniera hegeliana, ma una logica che è fenomenologia, e viceversa.

L’essere come essere è l’errore come errore, cioè è l’astratto nel quale non ci si può fermare perché è l’essere del pensiero che il pensiero come attività, nel suo eterno processo, nega incessantemente. Esso è ciò che perennemente sfugge in quanto è qualcosa che non ha consistenza se non in altro, che manca di autonomia, e che deve essere ogni volta annientato; pertanto esso è l’errore, il negativo, il “nulla del pensiero”.

L’essere (tesi) nella sua astrattezza è nulla; ossia nulla di pensiero (che è il vero essere). Ma questo pensiero che è eterno, non è mai preceduto dal proprio nulla. Anzi questo nulla da esso è posto; ed è, perché nulla del pensiero, pensiero del nulla; ossia pensiero cioè tutto.[9]

L’essere è l’astratto, l’errore, il nulla di pensiero e del pensiero; è così che Gentile ci presenta l’astratto essere nel 1911 e in tutti i primi scritti attualistici, e anche nella Teoria generale dello spirito come atto puro. Il processo del pensiero come autoctisi, cioè come atto che pone se stesso, afferma Gentile nella Teoria generale, «ha per suo momento essenziale la propria negazione, l’errore di contro al vero. Sicché errore c’è nel sistema del reale in quanto lo sviluppo di cotesto processo pone l’errore stesso come suo momento ideale, una posizione, cioè, già superata, e quindi svalutata» [10]. L’essere è l’errore di contro al vero del pensare che, come sua verità, lo definisce e lo spiega; esso è la funzione del pensare, un momento ideale del circolo del pensiero, la negazione di cui si serve il pensare per realizzarsi che nel momento in cui sembra mostrarsi si sottrae e sfuma venendo eternamente negata dal pensare, il quale è quell’attività che consiste proprio nel negare perennemente se stessa come essere, come immobilità, quasi questa forma di sé fosse una caduta inevitabile, un’assenza di essere, del vero essere.

Tutta la filosofia occidentale che viene elaborata nel corso dei secoli confonde, secondo il filosofo attualista, il concreto con l’astratto intendendo la verità come essere che è, come essere identico a se stesso secondo la formula aristotelica dell’A=A, ed elevando così la natura, che è proprio questa fissità dell’essere, a una posizione ontologica dominante. Altresì Hegel, nonostante l’autenticità delle sue istanze, rimane irretito in questo astratto sistema dell’essere non facendo coincidere il divenire come pura attività con l’essere, ma bensì ponendo il movimento puro dello Spirito come un posterius rispetto al suo essere.

La prerogativa dell’attualismo è precisamente di trasferire i problemi dal pensiero astratto al concreto previa consapevolezza della loro distinzione.[11]

(pp. 135-140)

* Estratto da Maria Teresa Murgia, LIMINA MENTIS EDITORE,
dicembre 2015, nono volume della Collana AM

LA DIALETTICA GENTILIANA
Premesse e esiti

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[1] G. Gentile, L’atto del pensare come atto puro, in La riforma della dialettica hegeliana (Terza edizione), Firenze, G. C. Sansoni – Editore, 1954, pag. 183.

[2] Ivi, pag. 186

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, pag. 188.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, pag. 194.

[8] Ibidem.

[9] Ivi, pag. 195.

[10] G. Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro, Firenze, Le Lettere, 2003, p. 93.

[11] Cfr. G. Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro, cit., pag. 94.