Raffaella D’Elia, “Come le stelle fisse” (Empiria 2014): una recensione di Fabio Ciriachi

 

Raffaella D'Elia, "Come le stelle fisse", Empiria 2014
Raffaella D’Elia, “Come le stelle fisse”, Empiria 2014

Di FABIO CIRIACHI

Il dibattito in corso sullo stato del romanzo ha nell’antagonismo trama/forma uno dei suoi snodi fondamentali. Il prevalere in modo schiacciante delle ragioni della trama su quelle della forma (inclusa la corte imbarazzante che la maggior parte delle trame fanno al cinema, inteso come utilizzatore finale del testo) è forse la causa prima del degrado che la “grande” produzione letteraria italiana ha subito negli ultimi decenni.

Amanti della forma quali siamo, e insoddisfatti per la scarsa considerazione a essa riservata in ambito romanzesco, salutiamo con grande piacere l’uscita di Come le stelle fisse (Empiria, 2014), seconda prova di Raffaella D’Elia, apparsa a cinque anni di distanza dal sorprendente Adorazione (EdiLet, 2009). A chi obiettasse che qui non si tratta di romanzo (mancano personaggi ortogonalmente definiti, non c’è una trama evidente e non si applica mai l’aureo show, don’t tell tanto in voga nelle scuole di scrittura) non sarebbe difficile rispondere che il genere gode di coordinate talmente vaste e mobili da poter ben includere narrazioni atipiche come la presente, che ha il suo baricentro nel lavoro abile sulla parola. Il che non la priva di una sua trama del tutto originale, nel duplice senso di “non comune” e di “attinente alle origini”; dote, questa, che la esclude dal sospetto di fedeltà a quel dio minore della tradizione italiana che è la prosa d’arte e la fa accogliere invece, col fervore riservato agli innovatori, nel cuore stesso di un ambito che mostra di avere un grande bisogno di prendere coscienza delle proprie possibilità.

Romanzo quindi, Come le stelle fisse e, a nostro avviso, di formazione, anche se sui generis, perché è vero che l’infanzia è presente in più punti con tutte le sue dinamiche di memoria filtrata, di ricordi incerti e di sentimenti controversi, ma è altresì vero che lo stato adulto in cui questa evolve – dalla più lontana memoria alla grazia del presente da cui nasce la scrittura – non è proprio rappresentativo della maturità media, per come la capacità di incantarsi che la D’Elia presta al suo personaggio non smette mai di sostenere, al pari di un basso continuo, il suo sguardo aperto sul mondo, sempre, anche quando l’altalenante dimensione onirica lascerebbe presumere occhi di sicuro chiusi.

Romanzo felicemente plurale, sia per i tanti personaggi chiamati in causa dalla camaleontica protagonista (Nasser e Man Ray, Benjamin e Wahrol, Parise e Schifano, Joyce e Carlo Bernari, fra gli altri), sia per le suggestioni suscitate dal titolo della prima parte, Dalla sfera celeste (La sfrontatezza ottusa), dietro cui riverberano la Ortese di Corpo celeste e la Rosselli di Diario ottuso, senza contare l’allusione all’infanzia, implicita in “sfrontatezza”; parti che possono essere viste, se si vuole, come altrettanti capitoli o sezioni, a seconda che si privilegi la prospettiva prosastica o quella poetica, entrambe legittimate da una scrittura che oscilla di continuo fra le due dimensioni, oltre a diventare, in molti tratti, una loro felice sintesi.

La nervatura lungo la quale l’io-narrante procede come un’equilibrista è il filo teso fra lo Shakespeare del Sogno di una notte di mezza estate e di Amleto (Scrivevo, nuotavo, forse sognavo, si legge alle pagine 42 e 43) e Lope de Vega, per come a prevalere è il tema del sogno, o meglio, dell’incertezza fra sonno e veglia (e, per allusione, anche della morte che nel monologo di Amleto corteggia sonno e sogno), e della veglia in sonno che è il sonnambulismo, con tanto di citazione da La sonnambula di Bellini cui segue, a riprova della grande libertà associativa (i temi toccati sono tanti e, apparentemente, eterogenei) una nota estratta da un testo di etologia del ’67 sul “mimetismo come protezione” (a proposito, da quali microscopici processi vitali si protegge, la D’Elia, mimetizzandosi nella confusa e macroscopica irriducibilità dei processi celesti?).

In epigrafe alla seconda parte, quella che dà il titolo al libro, si interloquisce prima con uno scintillante pensiero di Teresa d’Avila (Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte) e poi con una riflessione della Lispector sulla inesprimibilità della vita interiore che certifica quanto fuori strada sarebbe chi, partendo dagli elementi autobiografici utilizzati (da sottolineare l’abile organizzazione dei materiali), volesse chiamare in causa auto-fiction e altre amenità simili. Per quanto auto-riferibili possano essere gli argomenti trattati (si va dal progetto e costruzione del Canale di Suez, non esclusa la crisi del ’56, alle esperienze fotografiche di Eugène Atget che mette insieme “un archivio dei suoi sguardi”, dall’occhio tagliato in Un chien andalou, di Luis Buñuel, alle visite nella frascatana Villa Lancellotti con tanto di illustrazioni a matita dell’esterno e di un interno, dalla grande casa di via Capodistria alle chiese di Sant’Agnese e Santa Costanza), i modi del loro utilizzo li privano subito di ogni coloritura autobiografica per includerli in un processo creativo dove l’energia edificante ha caratteristiche di così spiccata profondità da rendere impossibile riconoscerli, e quindi considerarli, alla luce di un troppo facile ricorso al proprio vissuto.

È chiaro fin dalle primissime pagine che qui si parla d’altro che non – alla Carrère, per intendersi – delle faccende private della D’Elia. Lo dimostra l’andamento a forte caratura poetica delle prime tre pagine senza titolo e con funzione preliminare, che contengono due importanti indicatori: il primo è l’esistenza di un vero tu; “sui miei passi falsi incrociati ai tuoi” (pag.7), ovvero un soggetto altro che, se la memoria non c’inganna, rimane non più espresso in tutto il resto del libro (fa eccezione il tu di “In ascolto, in attesa” di pagina 119, ma è troppo palesemente un io in maschera per reggere il confronto); il secondo è l’ammissione di “un cortocircuito dell’equilibrio sonno-veglia” elemento, questo, che verrà confermato e smentito di continuo per quanto il procedere della lettura saprà mantenere incerto il confine fra l’uno e l’altra (“intenta alla lotta contro la veglia e il sonno impossibili” si dice nella pagina successiva).

Notevole, il punto di vista “stratosferico” da cui spesso viene svolto il racconto; una prospettiva aerea e lontana saldamente costruita sull’incipit della prima parte e articolata su due lunghi periodi che sono  altrettante domande per nulla retoriche; e alla fine quasi della seconda domanda (lasciamo a voi il piacere di scoprire soggetto e verbo che reggono l’interrogativo), a pagina 13 possiamo leggere quanto segue “…nel tracciare un nuovo reticolato geografico in cui i meridiani e i paralleli sonnecchiano confusi e sbilenchi aspettando di riposizionarsi in una mappa di senso e dignità dopo che un soffio di vento ha sbiadito le ascisse e le coordinate?” (viene in mente, in proposito, un bellissimo lavoro di Luigi Ghirri del 1973 intitolato Atlante, basato per lo più su fotografie di pagine di atlante, appunto, che a vederle danno l’impressione di essere state prese da altezze siderali).

A leggere queste parole già si comincia a dubitare (il paratesto ha la sua importanza) che aver visto l’immagine di copertina come una ragnatela da cui svolazzano piccoli insetti forse non è stato corretto, e poco alla volta la possibilità che si tratti, invece, di meridiani e paralleli sfrangiati da qualche cosmica fatica prende sempre più corpo, fino ad averne certezza grazie al chiarimento della didascalia posta sotto lo stesso disegno della copertina riportato a pagina 27.

Tutto, nel racconto, sembra avvenire in un clima sempre percepito, anche in mancanza di un riferimento preciso, come caldo, estivo, estenuante, panico, quasi correlativo di uno stato mentale capace di infondere una confusione fertile non troppo diversa, per intensità, da quella che, negativa, avvolge e sopraffà il Meursault de Lo straniero. E tanto più questo è vero se si considera che le sole eccezioni di freddo dichiarato si svolgono l’una, come all’inizio di pagina 61 è esplicitamente detto, in pieno disaccordo, addirittura nascondendoselo “Di nascosto da se stessa torna in quelle stanze buie e fredde”; e l’altra, quasi neutralizzata da un improvviso velocizzarsi del tempo cronologico “ma i mesi del buio e dell’inverno si srotolano l’uno dietro l’altro, con una velocità tale che è difficile stargli dietro” (pag. 116).

Prima di chiudere il suo lavoro con un “Glossario dei termini utili (pag. 125), che a leggerlo di fila suona come una ruvida e spiazzante poesia, la D’Elia gioca e rischia, poiché mette sul tavolo da lavoro il conscio e l’inconscio, il dire, in parte ben controllato dai suoi molti strumenti, e l’essere detta, che è invece fuori da possibili controlli, e perciò la espone a ogni pericolo; su tutti, per rimanere nelle suggestioni del letterale, la possibilità di essere o “bene-detta” o “male-detta”. Gioca con  le sue stelle fisse quando invita il lettore a “Riunire i puntini numerati fino all’apparire della figura” (pag. 121) e poi non mette i numeri, in quanto sa che “la figura” non ha bisogno della carta per apparire perché sta apparendo già negli universi intimi dei lettori grazie alla ricomposizione, dopo opportuno ruminare, del magmatico materiale fin lì attraversato.

È nel testo di pagina 122 però, quello incluso fra il gioco dei puntini e il “Glossario dei termini utili”, che il vertice creativo raggiunge il suo culmine e l’opera tocca, al contempo, il massimo del rischio. Quel testo (due pagine scarse, più una terza di appendice conclusiva) si apre con un’ammissione cruciale: “Sono il sogno dell’altrove”. Nel secondo paragrafo allude a un concepimento che, di primo acchito, sembra chiamare in causa il “piccolo” a cui è dedicato il libro. Quindi, descrivendo in dettaglio la genesi del sogno alla fine del terzo paragrafo, evidenzia col massimo della chiarezza l’umana esigenza di farne “racconto”. Ma bruciante, in questo estinguersi di storia dall’alto peso specifico, è l’altrove dell’inizio. Le parole, se lavorate con cura, sono potenti calamite e all’occorrenza si attraggono in modo irresistibile; basta passarci sopra con lo sguardo ed ecco aggregarsi i loro doppi gemelli, i loro evidenziatori, le risposte diverse che non si sospettavano incluse nell’innocenza della domanda. È così che l’altrove della D’Elia si completa, in noi, con un diverso altrove, quello che genialmente Manganelli chiama in causa alla voce “Ebreo” del suo Mammifero italiano. Andrebbero citate per intero, quelle due pagine risalenti al 29 ottobre 1982, ma lasciamo al lettore il piacere di farlo.

Qui ci limiteremo a riportarne un breve estratto. Da solo è incomprensibile, è vero, ma ben si presta a fare da clausola al racconto di questo Come le stelle fisse che, per diritto “geologico”, merita di stargli accanto: “… il non sapere cosa significa questa serie di eventi disordinati che chiamiamo «vita», e che non ha quiete e senso se non appunto nell’incontro col terribile, con l’altrove; forse quest’ultima parola tocca da vicino il tema di cui è impossibile parlare se non con tremore e angoscia; l’occidentale ha il terrore dell’altrove, odia l’altrove, e tuttavia sa nelle sue viscere geroglifiche che solo l’altrove custodisce il suo significato”.

  • Raffaella D’Elia, Come le stelle fisse
  • Edizioni Empiria, 2014
  • pp. 131
  • € 15,00
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...