Abelardo ed Eloisa
Abelardo ed Eloisa

Di SILVIA CASTELLANI

Parigi, 1100. Eloisa e Pietro Abelardo, una storia struggente che val bene raccontare attraverso e soprattutto i loro incartamenti. “A quel tempo ero infatti tanto famoso e primeggiavo talmente per essere nel pieno della bellezza e della giovinezza che qualunque donna mi fossi degnato di amare non avevo da temere alcun rifiuto”. Lo scrive Abelardo in una lettera intrisa di quelle superbia e vanità che gli faranno forse meritare la terribile punizione subita poco più che quarantenne. Lui stesso dirà ad Eloisa:”considera quanto profonda è stata la provvidenziale pietà di Dio verso di noi; come misericordiosamente Egli ha trasformato il suo verdetto in mezzo di correzione: con quanta saggezza si è servito dei mali stessi e ha amorevolmente rinunciato alla severità per salvare, con una meritatissima piaga in una sola parte del mio corpo, due anime…”. Per la sottoscritta decisamente eccessivo, anche per un uomo di chiesa, ma magari non (per un uomo) di fede.

Cimitero di Père Lachaise, 1800. I due oggi vi riposano in pace dopo 700 anni di tribolazioni, attraverso la vita ma anche attraverso la morte. Seppelliti originariamente insieme, furono infatti divisi nel 1600 da una badessa ossessionata dai loro lussuriosi fantasmi, poi riuniti nel 1700 da un’altra religiosa e, alla fine di quello stesso secolo, trasferiti nella chiesa di Nogent-sur-Seine e collocati in uno stesso sepolcro, pur separati “per decenza” da un divisorio di piombo. Nel 1800, eccoli finalmente a Père Lachaise. Non poteva mancare una romantica leggenda: si narra che quando Eliosa morì, nel 1164 a distanza di 22 anni dalla morte dell’amato, e volle (riuscendoci) essergli sepolta accanto, le braccia del cadavere di lui si aprirono in un abbraccio.

Dopo la morte ci fu questo, ma in vita fu forse peggio.

Pietro Abelardo conosce Eloisa a 39 anni e ne diviene maestro. La ragazza non ha ancora 17 anni e ha fama di adolescente particolarmente sapiente. In un’epoca dove le donne sono praticamente quasi tutte analfabete, lei sa leggere il latino, ha nozioni di greco, d’ebraico e conosce a memoria Ovidio. E le arti liberali: grammatica, retorica, geometria e astronomia… Come per Paolo e Francesca, galeotto fu il libro. E “sepius ad sinus quam ad libros reducebantur manus” (più al seno che ai libri correvano le mani). È sempre Abelardo che scrive, in un momento successivo al consumarsi della storia carnale. Lei, invece, dal monastero di Argenteuil, in preda ad assoluta dedizione e, lasciatemelo dire, a quell’ardore sfrenato che confonde:

“Al mio signore, anzi padre, al mio sposo anzi fratello, la sua serva o piuttosto figlia, la sua sposa o meglio sorella… ti ho amato di un amore sconfinato… mi è sempre stato più dolce il nome di amica e quello di amante o prostituta,…”

Ma, all’epoca delle “lezioni d’amore” Abelardo, che arde letteralmente di passione per allieva che lo ricambia, per starle più vicino, chiede a Fulberto, zio della giovane che l’ha in custodia, di poter “andare a pensione” da lui. Il canonico approva. Accetta anzi con entusiasmo, di avere sotto il suo tetto il maestro più insigne di Parigi. Fino a quando scopre la relazione e allora lo caccia di casa. Eloisa è incinta. Abelardo decide di rapirla e di portarla presso la sorella, lontana da Parigi, dove la giovane partorisce un maschio che verrà chiamato Astrolabio. Abelardo però vuole riparare al male inferto alla famiglia di lei e chiede a Fulberto di sposarla con la clausola che il matrimonio deve rimanere segreto, perché lui non può sposarsi, essendo, oltre che docente, anche un chierico. Ne andrebbe della sua reputazione e della sua carriera. Ottenuta la garanzia del mantenimento del segreto dai parenti della giovane, i due si sposano, nonostante Eloisa sia contraria e cerchi ripetutamente di dissuadere l’amato da tale decisione. La notizia in qualche modo si diffonde e, per cercare di evitare ogni tipo di ripercussione, Abelardo fa rinchiudere Eloisa in monastero.

E più scrivo, più mi angoscio.

Poi, in qualche altro modo, il sentimento di vendetta di Fulberto prevale e la situazione una notte impazzisce.

Si legge ne “I segreti di Parigi” di Corrado Augias: “mentre dormivo tranquillamente in una camera appartata della mia casa, con l’aiuto di un mio servo che avevano comprato col denaro, si vendicarono su di me in quel modo così crudele e ignominioso che riempì tutti di inaudito stupore: mi amputarono cioè la parte del corpo con cui avevo commesso il peccato”.

I due non si rivedranno più. Solo una volta, per un solo momento, poterono appena incrociare lo sguardo.

Scriverà così, Eloisa, un giorno di vent’anni dopo l’evirazione, in preda a fantasie interiori mai più placatasi:“si può parlare di vera penitenza dei peccati quando, per grande che sia la mortificazione del corpo, l’animo rimane fermo nella volontà di peccare e arde degli antichi desideri? … È difficilissimo svellere dall’animo il desiderio delle supreme voluttà.”

Esiste a Parigi una coppia raffigurata quattro volte sul pilastro centrale della sala delle guardie nel palazzo della Conciergerie, che rappresenterebbe, secondo la tradizione, i due tragici amanti. Lei ha il capo velato, lui guarda nel vuoto ed entrambi impugnano ornamenti che fuoriescono dalla cornice e paiono fallici.

Ad ogni modo, è certo che i due rapirono le stelle.