Cerimonia, una prosa inedita di Francesco Brancati

Alberto Burri, Sacco 5P, 1953, Fondazione Burri, Città di Castello
Alberto Burri, Sacco 5P, 1953, Fondazione Burri, Città di Castello

Di FRANCESCO BRANCATI

Cerimonia

This is why events unnerve me,

They find it all, a different story,

La propensione verso una fisicità dell’esistere pienamente consapevole confonde chi ritiene il pozzo delle ore una staticità in completo grigio, ridotta bianca e sterile da uno svogliato sguardo concesso all’ontologia degli orologi. Je ne serai pas votre bourreau.

Gli accadimenti spossano, non è questo il punto.

Ruminare tutto il dì, tonfo involuto verso l’interno, incerta visuale sbalzata appena verso la superficie: dopo aver attraversato il crinale, la Giovane Donna, che silenziosa attende il suo momento per la cotidiana abluzione del raramente sempre presente fine-turno, potrà vedere infine luccicante inversione di un’impervia rinascita.

Rimarrà apnea. Il faut que je me taise?

Notice whom for wheels are turning,

Turn again and turn towards this time,

Dunque Monsieur Fl., impettito, lui – divertito – tra il sì e il no il capo ci devasta?

Bisognerà premunirsi una qualche spicciola feritoia, piana sicumera che frivoli piaceri da mori e paladini saranno poi schiuma e carta, allo sguardo del rotondo Gran Signore.

Da Mosè a mosè, nessuno è rotondo quanto te.

Seduto, ancora arenato presso i lidi di una esterna placidezza tutta in verticale; molle giallo calore gettato contro il viso della bambina: un dono, un ciuffo, un tuffo di biondo sangue alfine.

Ma registriamo, osserviamo. Il suono fuori palco non tardi il suo cammino; divertite fratture: sarà preghiera di bosco senza cieli.

All she ask’s the strength to hold me,

Then again the same old story,

Avere la forza per immaginarne il gesto, Chiarezza degli occhi che sfiorano l’atto.

Saperne impallidire poi l’effettiva realizzazione in fronte al volto riflesso nel lavabo (a piedi scalzi, scapparono nel cortile della villa), senza dover pagare per la sua ardita noncuranza verso il cristo piccolino, bruciato e franto, che le strappa un sorriso-legnoso-tuttavia (al pensiero della violenza della carne instupidita nella città di Tebe).

Bruciati e franti, non una mano in aria a disegnare un forse.

Ma noi non siamo biblioteche! Potremo mai bruciare?

Dal vangelo secondo Mio Padre™:

Volteggia potenza senza visione di infinitesimali e sconquassate plausibilità (già poste tra l’altro al ricordo di una stessa aria spossata, silana noncuranza):

di nuovo giochiàm, oh sì – saltiàm

corse a perdifiato da donare a saggi sguardi di pensili invetriate.

Word will travel, oh so quickly,

Travel first and lean towards this time.

Di nuovo emergere. Concedersi di riprendere fiato in una camera senza ossigeno: – Che cosa vedi? – ancora confusa è la rotta (il perché è presto detto: «ogni proposizione deve già aver un senso», ma soldato semplice Kozyrev era sovrappensiero quando le ingentiliva il retto a colpi di fucile).

Le strade hanno sentenziato il proclama del vetro, con gioia calpestato

da

Giovane Donna che indossa le iridi del marito, dona gigli e profumi di bianco – gesso – a piene mani, mentre a lei intorno le Banche dell’Immaginazione hanno salvato, ancora una volta, gli astanti alla cerimonia da un definitivo schianto – ci assicurano inevitabile – delle gioie e dei dolori.

– Come immaginare l’atto dell’altro – Le sfiora per un attimo il pensiero, grossa trave di ottone sul portone dell’isolamento.

Oh, I’ll break them down, no mercy shown,

Heaven knows, it’s got to be this time,

Ineludibile, sarà disastro. Sfavillante paccottiglia nel rumoroso montacarichi della catena di montaggio. La selva non può trattenere il ricordo del suo essere stata attraversata, nel folto d’altronde mai vi trova santi scalatori, profeti loro delle scorciatoie. Lei lacera e strazia.

Implode di luce, quel tanto che basta in una radura.

Oh pontili di Ostenda, chiarore di grigio mare del Nord, – Sia per solo un attimo –; sentendosi rifugio, Monsieur Fl. decise di buon gusto non saper attendere oltre.

Watching her, these things she said,

The times she cried,

Too frail to wake this time.

Una banale questione di funzione: la sua parola sarà paura per la sottrazione della voce.

Resterà forse un’isola che ne ripeti la scoperta denuncia, movimento in quattro atti (e dal fondo della sala una luce: ­– «da finirsi in tragedia») per nervi grossi come cavi, schiumosi di tori e labirinti.

Non chiedere più; – già so mancherà il pudore di semplice tocco di pane e dirà Ella, saprà cantare di una tragedia mai abbastanza reiterata e mai adeguatamente superata (userà la glottide, lo so)? –

– Ma basti lllll… /Monsieur regala timidezze/ usino pure tre grafi per

tacere di ogni impossibilità di rendiconto dal libro paga del campo di sterminio. –

Avenues all lined with trees,

Picture me and then you start watching,

E Monsieur Fl. non l’assolve dal suo puerile consueto affanno dei luoghi. Suo bisnonno Leo Pold sghignazza schiuma, Brianza in doppiopetto.

Che sia sempre dilacerata e china sopra i due impensabili giganti? Cortina che affonde, palude che assonna: distruzione di ogni necessità bellica gli occhi al tontolone infine avvampa.

– Tu osserva, disegnami. Qualsiasi cosa non sia silenzio. A me ascoso fra i due termini incerti del cerchio, la mancanza di un confine sarà spazio insostenibile (legionari limes, – In Toscana, ieri ne sono atterrati ventinove e ne stanno aspettando ancora ventiquattro, e lo sai perché li hanno spostati? Perché non avevano ombra nel parco di San Rossore –), decreta possibilità all’adeguarsi dell’azione;

comprende il rischio nell’autodiagnosi, torre

carceraria che adesso sovrasta,

pure perpetuandosi decreta la realtà del suo bisogno di sguardi e condanna bagliori, suoni e pratali invernali al ripetersi di una stanca vecchiaia,

Ebete patosi da canzonetta, stolidamente sola nel suo piagnucoloso incedere. –

Watching forever, forever,

Watching love grow, forever,

Letting me know, forever.

Corteo di mille lame dunque infine raggiunto! Osservino pure rossi buchi sopra i polsi di Ragazza di Albione.

Demens Monsieur Fl. pianeta pallido rimase, deterso sudore dietro la colonna finché Mosca suo consorte baciò capi e antenne ai suoi fratelli, nella stanza adamantina.

Senza l’aspersorio Ella dunque sentenziò:

– Io vi amo e vi venero. Io vi amo e vi venero, divinità e croste delle mie nevi e mani, io vi amo e vi venero santuari sempre pieni delle movenze settembrine, io vi amo e vi venero possibilità naufraghe, decimate dalle pestilenze delle colonie. Io vi amo e vi venero donne dai capelli della secchezza di foglia. –

Lasciatemi conoscere il segno. Voglio toccare la figura. Voglio essere sintomo di simboli.

Per sempre.

_______________________________

Francesco Brancati svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa. I suoi studi riguardano prevalentemente il poema epico-cavalleresco del tardo Quattrocento e Cinquecento (Ariosto, Berni, Boiardo), la ricezione di Dante nel Rinascimento, la prosa e la poesia del primo e secondo Novecento (Tozzi, Gadda, Rosselli, Pasolini) e l’opera di Giovanni Verga.

La pubblicazione della sua prima silloge poetica, L’assedio della gioia, è prevista entro la fine dell’a.d. 2016. La sua opera maggiore – il romanzo Suzanne – sarà èdita, postuma, nel mese di febbraio 2026.

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