Le pretese dei clandestini, ovvero della corda che si sta spezzando

Migranti irregolari che gettano i pasti offerti dallo Stato ospitante
Migranti irregolari che gettano i pasti offerti dallo Stato ospitante

Di FRANCESCO GALLINA *

Acquisto frutta e verdura da un egiziano.

Mi sono affidato a un medico di origini centrafricane per curare un problema di salute particolarmente grave. Un curriculum invidiabile.

Quando bevevo il latte (ne sono diventato allergico), sapevo e so perfettamente che è stato estratto da una mungitrice azionata da un indiano. Come lo so? Quell’indiano è mio amico, e sa la matematica meglio di me; sua sorella la insegna a Mumbay.

Verso questi tre uomini nutro totale rispetto. Me ne frega assai che siano di colore o che credano in una religione diversa dalla mia. Mi interessa, invece, la passione con cui lavorano, il servizio che svolgono, la loro educazione, umiltà e intelligenza. Anche loro sono venuti in Italia per cercare una vita migliore: sono venuti in Italia, spaesati, con i loro documenti, e si sono integrati chi con lo studio, chi con il lavoro. Hanno contribuito, cioè, per il bene loro e della società che li ha ospitati. Non hanno fatto pesare la loro presenza, le loro posizioni; non hanno preteso niente, anzi, hanno ricambiato con qualcosa di loro. Eppure, mi raccontano, il loro iter burocratico non è stato per niente facile e, nei primi tempi, si sono dovuti arrangiare alla bell’e meglio.

Questi tre uomini hanno bussato alla porta legalmente e si sono integrati mettendosi all’opera.

Questi tre uomini sono l’esatto contrario dei clandestini che, tre giorni fa, hanno protestato a Milano, bloccando il traffico e gente che doveva magari andare a lavoro, perché qualcuno, ancora, in Italia, lavora. Ci giungono notizie di continue e pressanti ribellioni dovute al fatto che, a costoro, i centri di accoglienza non garbano, sono brutti, vi stanno tutti addossati, il cibo è gramo, per i documenti ci vorrà un anno se va bene. L’insoddisfazione più totale. Hanno evidentemente scambiato l’Italia per il Paradiso Terrestre, ma hanno fatto i conti molto male: d’altronde, mica tutti possono essere bravi in matematica come il mio amico indiano. Questa gente, però, benché possa provenire dai luoghi più disastrati della Terra, non ha alcun diritto di fare i capricci, manifestando collera nei confronti degli ospitanti, solo perché le cose non vanno o non sono nella condizione che si erano immaginati. Perché? Perché il Paradiso Terrestre non esiste, è una vana e mitica illusione.

Ricordo un aneddoto autobiografico. 2011. Ospedale di Parma. Mi mettono su un lettino con bollino verde, nell’allora oscena sala d’attesa: uno squallido e piccolo quadrato in cui stavano ammassati fino a una trentina di letti, con annesse carrozzelle e sedie. Ci sono stato otto ore. Mi hanno rispedito a casa scambiandomi una peritonite per una colica. Quando sono rientrato, c’è mancato poco che crepassi. In quelle otto ore di attesa (e ignoranza medica), non m’è saltato in mente per un istante di scendere dal lettino e spaccare la mia flebo sulla testa del magrebino ubriaco che mi è “passato davanti” con urgenza. Eppure avrei potuto farlo, fosse magrebino o meno. Ma l’ospedale non era e non è mio, anche se le tasse che pago confluiscono in parte nelle sue casse. E, di questo, sono felice. Almeno se vengono fatte le giuste diagnosi.

Non è finita qui. Dopo avermi tagliato l’appendice in gangrena e avermi lavato l’intestino con 8 litri di soluzione, la mensa mi propose un orrendo pezzo di carne di maiale – che tutti sanno essere un toccasana per le viscere chirurgicamente tartassate – . Avrei potuto sbatterlo giù dalla finestra come successo a Eraclea, o magari tagliare la gomma delle auto dei cuochi, come è successo a Ponte nelle Alpi, o direttamente pestarli a sangue come accaduto all’asilo Pampuri di Brescia. Invece non l’ho semplicemente mangiato, senza tanta petulanza. Provenivo anch’io da una guerra, fatta di atroci spasmi e dolori di cui, ad oggi, ne soffro le conseguenze, senza aver malmenato il muso alla dottoressa che confuse pomo per pero.

Cosa ne deduciamo? Che l’Italia è messa male di per sé, anche senza profughi. Ne deduciamo, inoltre, che leggere i testi classici greci e latini, è importante: capiamo che ospitalità è l’atto di adeguarsi ai costumi dell’ospitante, ricambiando l’accoglienza con un dono tanto prezioso quanto quello ricevuto, pena il disonore.

Nel 2015, da rifugiati ed emigranti irregolari di altro genere, non possiamo chiaramente pretendere più nulla.

Per questo ve lo chiedo con il cuore in mano: non fate dispetti, non create ulteriori problemi a un’Italia che è già di per sé un problema. Fatevi un giro per ospedali, case di cura, ospizi, baraccopoli italiane e, se davvero venite da posti devastati dalla povertà, comprenderete che il Paese dei Balocchi esiste solo per Pinocchio, cioè un asino patentato. Il razzismo è odio ingiustificato verso fattori somatici e, per pseudoscienza, anche psichici. Il razzismo, in altre parole, è fallace.

Invece, il detto c’è un limite a tutto è una sacrosanta e rispettabilissima legge umana che non conosce né colore né partito, ma si tramuta in naturale insopportazione. Il che non è da sottovalutare: la corda si sta spezzando. E, quando le corde si spezzano, la storia non lascia presagire belle cose.

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* Articolo precedentemente apparso su BUSILLIS.

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6 pensieri riguardo “Le pretese dei clandestini, ovvero della corda che si sta spezzando

  1. Questo è un brano tratto da una lettera che scrissi ai miei alunni di seconda media, in occasione della Giornata della memoria.
    “Quasi tutto il popolo tedesco odiava gli ebrei. Gente normale. Gente che si riteneva buona, a volte saggia, di sicuro sana di mente.
    E allora dove nasce il male? A monte del massacro, dove è il suo germe? Io credo sia il razzismo. Il razzismo è il pregiudizio nei confronti di un essere umano a causa del suo appartenere ad una sorta di “categoria”, a una “specie”, a un “tipo”, insomma a un complesso di persone raggruppate secondo un certo criterio. E questo criterio è sempre insignificante nel definire qualcuno. Una persona appartiene al genere umano: è questo il criterio che conta. E conta anche ciò che fa di ognuno di noi qualcosa di unico e irripetibile, col suo carattere, le sue qualità. Una persona è tale non perché italiana o svedese o russa. E anche la religione che essa dichiara di professare (se ne ha una), è importante sì, ma non può, solo quella, dire tutto di lei, e soprattutto non rappresenterà mai qualcosa di negativo, da condannare. Una persona è una persona. E se anche quel carattere e quelle qualità non ci piacciono, non per questo possiamo considerare giusto ritenerla meritevole di sofferenze indicibili e di una morte atroce.
    Il razzismo nasce quasi come una cosa normale: io sento l’autista dell’autobus che impreca contro gli immigrati, la signora al supermercato che parla male degli zingari e addirittura qualche politico alla TV che esprime liberamente e fieramente il suo disprezzo verso una determinata nazionalità o una cultura o una tradizione religiosa.
    E’ una cosa normale: mi succede quasi ogni giorno. Eppure solo questo porta ciò che ha portato la Shoah. E’ lo stesso razzismo, anche se questo è l’anno 2011 e non il 1935 o il 1942.”
    Lo riporto per proporre questa considerazione, credo semplice: basta poco per generalizzare. E da quello basta poco per giungere alla rabbia razzista. Forse non è sufficiente conoscere bene tre persone provenienti dal sud del mondo, contro le migliaia di sconosciuti di cui parlano i telegiornali ogni giorno (presumo, perché non ho la TV), per farci un’idea di quella disperazione, un’idea che ci affrancherebbe in buona parte dalla rabbia e dal fastidio.
    Il fatto che nessuno sappia porre rimedio a queste ondate ineluttabili, non deve, io credo, mai, indurci a cedere alla tentazione di trasformare queste persone (in quanto facenti parte di un “tipo”, una “categoria”, come dicevo ai ragazzini della scuola, e che vengono in questo articolo definite “clandestini”, “rifugiati”, “immigrati irregolari”, “profughi”, ed a loro ci si rivolge, in toto: “Non fate dispetti…”) in una minaccia per il singolo cittadino italiano, nella sua quotidianità.
    Ed evitare di ignorare il problema che sta a monte (ciò che accade nel mondo), in favore esclusivamente di quello che sta a valle (ciò che accade in Italia) ci preserva almeno da conclusioni pericolose. E’ già qualcosa.
    Daniela Gliozzi

  2. Mi duole dover sottolineare una cosa che molte persone che si ritengono dotate di senso critico non ravvisano come pacifica, ovvero che riguardo quest’articolo non c’entra proprio niente il razzismo.
    Non si può infatti evocare lo spettro del razzismo ogni volta che qualcuno dimostri di avere il coraggio di commentare, senza la falsa pietà della coscienza sporca occidentale ed europea, fatti di cronaca pur occorsi esattamente nei termini riportati. Non si può evocare lo spettro del razzismo ogni volta che qualcuno non si adegua al politically correct.
    Il razzismo è ben altra cosa: è una forma d’odio, e qui non c’è odio, bensì l’amara constatazione che c’è un errore di prospettiva, che l’Europa non è l’albero delle mele d’oro, che la questione sociale sta degenerando, che si tratta di una guerra tra poveri e che in gioco c’è la rottura del rapporto etico ospitante-ospitato e la violenza crudele di uno scontro sociale specie in situazioni d’ emergenza come questa. Ma ormai siamo talmente assuefatti all’opinionismo di massa che vediamo il razzismo ovunque, anche dove non c’è.
    Un po’ come quando tiriamo fuori la Shoah ogni tre per due anche laddove non c’azzecca (è argomento, del resto, sempre buono in questi casi). Un po’ come quando ci sentiamo timorosi di poter dire liberamente che gli israeliani fanno una guerra ferocemente illegale contro i civili palestinesi, perché poi arriva quello che ci taccia di antisemitismo col dito alzato. Un po’ come quando dobbiamo stare attenti a dire che Hamas è un’organizzazione terroristica e di eroico ha poco o niente (perché manda in guerra i bambini imbottiti di tritolo a farsi esplodere come scudi umani) per non essere tacciati di filosionismo: la parte politica è quella contraria, ma il dito è sempre l’indice, e viene agitato in aria allo stesso modo.
    Io personalmente, di questo livello di politically correct, di questa forma di violenza concettuale che ravvisa la violenza ogni dove tranne che in se stessa, ne ho abbastanza.
    Sonia Caporossi

  3. Partiamo dalle basi. Il razzismo, sin dai suoi inizi marcatamente illuministici, sfrutta la speranza di un mondo sano e felice, coniugando l’aspetto estetico-somatico dell’uomo con la sua sede nella natura ed il suo corretto procedere spirituale: l’uomo è considerato alla stregua di un ingranaggio all’interno di un disumano universo-macchina, regolato da predefinite e, oserei dire, divine e gelide leggi matematiche. Anche per questo – ma non solo – reputo gli Illuministi poco illuminati e per niente laici, anzi, religiosissimi più che mai. Sono proprio gli osannati Diderot e D’Alambert a credere che bianchi e neri discendessero da progenitori diversi. Vi si aggiunga l’attrazione che gli Illuministi nutrono verso l’ideale di canone trasmesso dalla classicità: in altre parole, la perfezione, l’apollineo, la proporzione trasmessa dal neoclassicismo di Winkelmann. Con il primitivismo, si radica l’idea che l’intelletto primitivo possa accogliere solo nozioni concrete, mentre quello superiore possa sviluppare concetti astratti e, solo per questo, più belli, più validi. Migliori. Fallacia delle fallacie. Di lì, l’Europa diffonde l’idea della civilizzazione. Al di là della pretestuosità dell’intento (che sappiamo era esclusivamente politico-espansionistico), si inizia davvero ad intravedere il vero nocciolo del razzismo: educare, o meglio, ammaestrare quelle – al tempo – che sono considerate delle bestie. E bestie e uomini non sono per niente uguali. Sa va sans dire? Mica tanto, date certe idee che si fanno spazio di questi tempi.
    Ovvero: il vero razzismo spersonalizza l’essere umano ritenuto inferiore e, spersonalizzandolo, lo aliena dal libero arbitrio e dalle sue azioni che ne derivano, cioè l’unica cosa per cui l’uomo può essere giudicato. E può essere giudicato perché non siamo macchine, ma esseri pensanti, e il pensiero nulla ha a che vedere con le macchine. Il cuore del razzismo sta proprio qui. Poi venne de Gobineau, Lombroso, Rosemberg, Hitler, Mengele ed eugenetica compagnia bella. Ma non siamo a un convegno sulla storia del razzismo. Mi chiedo allora se quanto scritto sopra abbia, a questo punto, a che fare con il razzismo o si permetta invece di fare una scomoda considerazione su quanto si stia verificando in questi giorni ed è attestato non solo da parole, ma da foto e video di contestazioni. Tutti contestano? No, sarebbe generalizzare: eppure, la cronaca e le Forze dell’Ordine riportano diversi casi che fanno riflettere. Gli uomini non devono essere trattati come bestie, in nessun modo, ma, se ospiti, accontentarsi almeno a breve termine di quello che viene loro concesso. Poi siete liberi di pensarla come volete (se non siete d’accordo, non solo non vi considererò bestie, ma nemmeno amebe).
    Un altro punto, ad esempio, sarebbe capire una volta per tutte che l’uomo non è né Dio né infinito, così come né divina né infinita è la Terra. Il mondo è di tutti, è vero, ma ci sono dei limiti spaziali, temporali, vitali e legali che non possono essere trascurati, così, per sembrare più buoni. Le utopie sono antiumane. I velli d’oro portano solo rovina. E allora, abbracciare la cruda realtà è, forse, la soluzione migliore. La realtà è limitata, le politiche sono limitate, gli spazi sono limitati, i desideri sono limitati, tutto è limitato, ma non vogliamo dirlo, perché è un tabù.
    Ultima riflessione: siccome siamo uomini, facciamo uso della parola. Ormai “razzismo”, come “amore”, non è più una parola, ma un purissimo flatus vocis, tanto usato quanto vuoto significante.

  4. Vorremmo ricordare agli aspiranti commentatori che il blog è moderato e che la policy recita così: “Verranno cancellati i commenti anonimi o firmati con uno pseudonimo che non renda riconoscibile l’autore del commento almeno in privato, ecc.ecc.”
    Si prega i lettori di adeguarsi di conseguenza, scrivendo correttamente il proprio nome e cognome e rendendosi reperibili tramite una mail non fasulla.
    Grazie.
    La Redazione

  5. Sento l’esigenza di risponderti, Francesco Gallina, ma forse non sono all’altezza della tua analisi.
    Io ho scritto quasi d’istinto, alle due di notte, ciò che mi urgeva di fronte al tuo articolo. Era una sorta di preoccupazione. Non ho molto di più da dire rispetto a quello, ma – nella maniera più assoluta – non perché mi chiudo ad ulteriori riflessioni, anzi. Condivido molto di ciò che dici in questa risposta, ma vedevo nel tuo post, al contrario, qualcosa, non direi di scomodo (perché sono tanti, mi sembra, coloro che elaborano un ragionamento del genere), ma di pericoloso.
    Spero non ti offenda quest’ultimo aggettivo un po’ forte. E’ l’ultima delle mie intenzioni, anche perché non credo di avere paura del mio stesso “lato oscuro”, per cui di solito ( “di solito” perché sono “umana”, perché, appunto, come tutti, non sono immune dal “lato oscuro”! ) non mi interessa sparare giudizi sugli altri, usare toni aggressivi, e parlare, parlare, parlare per chissà quale affermazione di sé.
    Avrò scritto un commento ad un post quattro, cinque volte in vita mia. Se lo faccio è perché, evidentemente, lo sento particolarmente importante. La mia era una proposta di riflessione, anche molto semplice, visto che scaturiva da una lettera scritta a ragazzini di dodici anni. E forse ragionamenti più elaborati non sono neanche in grado di farne.
    Io, quel termine – “razzismo” – continuo ad usarlo molto spesso, soprattutto proprio con quei ragazzini. Lo faccio perché ho la percezione contraria a quella che hai tu, cioè mi pare spesso che le persone che mi stanno intorno evitino di chiamare “questa cosa” col suo nome. E forse proprio perché credo che quella parola esprima, invece, un sentimento banale, alla portata di tutti, non usarla è come nascondersi dietro ad un dito.
    In quella lettera continuavo più o meno così:
    “[…] E’ questo il motivo per cui non dobbiamo dimenticare ciò che è successo, perché non è così pazzesco pensare che si possa tornare a quel male.
    E’ così poco assurdo pensarlo che una filosofa (tedesca ed ebrea) lo chiamò ‘banale’. Lei si interrogava: ‘Perché la gente normale non disse di no a questo orrore? Perché tanta gente comune, tanta ‘brava gente’, approvò (e provò) un odio senza motivo e spinto a conseguenze così tremende? E’ poi così facile allora capire cosa è il bene e cosa è il male?
    Io penso che l’essere umano tenda naturalmente al bene, ma a patto che non smetta mai di coltivare in sé questa risorsa, e che non smetta mai di interrogarsi su quella domanda.”
    Non scomodo la Shoah per metterla sempre in mezzo, come se sapessi parlare solo di quello, ma è un po’ come la parola “razzismo”: secondo me, se si mettono sempre in mezzo, fa più bene che male, anche se il ragionamento che ne viene fuori non risulta, proprio per tale motivo, così intelligente.
    Ti ringrazio per la tua risposta così articolata, e tengo a sottolineare che questa ultima mia non commenta che molto parzialmente ciò che hai scritto e, inoltre, vola su altri temi, spinta da chissà che suggestioni. Quindi non è rigorosa né lucida, e me ne scuso.
    Daniela Gliozzi.

    1. Anch’io posso ritenere che parlare il più spesso possibile dei fagioli come fonte proteica vegetale alternativa alla carne faccia più bene che male, però in genere non parlo alla gente di fagioli come volendo subodorare che non si ricorda di mangiarne abbastanza quando la conversazione, magari, verte già sui ceci proprio per dire che i legumi in una dieta vanno bene e la carne rossa va male, ma che comunque buttarla dalla finestra con disprezzo è un peccato che genera vergogna e protestare gridando “vogliamo i legumi!” è un atto contrario a qualsiasi legge dell’ospitalità, specie se nessuno naviga nell’oro.
      E’ l’atto in sé dello spreco a essere inaccettabile.
      Poi se uno protesta, invece, con sit in e manifestazioni di piazza, per accelerare i compimenti burocratici affinché possa avere i tagliandi per farsi la spesa da sé, visto che sono cose che gli spettano, questo è lecito e giusto.
      Spero che la parabola sia sufficientemente chiara.
      Aggiungo solo che, in un precedente commento che ho dovuto cassare perché privo di tracciabilità come da policy, si accusava l’articolo di non aver nemmeno accennato ai dovuti distinguo tra clandestini e profughi che richiedono lecitamente asilo politico. A parte che non si tratta di un articolo analitico sul fenomeno dell’immigrazione, evidentemente non vi si fa cenno perché di fronte ad atti inconsulti di violenza come quelli citati nell’articolo stesso (la defenestrazione di cibo a Eraclea, il taglio delle gomme delle auto a Ponte nelle Alpi, i pestaggi a sangue all’asilo Pampuri di Brescia, le violenze sessuali contro le volontarie a Napoli ecc. Ah no, gli stupri l’autore li ha pure omessi) non c’è differenza che tenga: non credo infatti che si possa affermare pacificamente che un profugo di guerra debba essere dispensato dal rispetto delle più elementari leggi etiche e civili del paese ospitante più di un clandestino o più di un italiano, di un tedesco o di un francese, indipendentemente da chi abbia compiuto quegli atti di violenza. Perché è questo e non altro, il rispetto reciproco, e solo questo, che invoca l’articolo. E il fatto che passi per razzismo una cosa così pacifica ed ovvia, il fatto che quasi non se ne possa parlare a rischio di anatemi fa solo capire quanti siano quelli che hanno la coscienza sporca.
      Buona riflessione.
      Sonia Caporossi

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