La poesia c’è e non se ne va da nessuna parte

Natura morta-1
Uno spettro si aggira per casa mia.
 Di FRANCESCO TERZAGO
La più recente polemica letteraria estiva ha riguardato le condizioni della poesia nel nostro paese, nei termini editoriali e, seppur vagheggiandolo, il rapporto che riguarda questo genere di manifestazione creativa a un suo pubblico, effettivo o presunto. Senza che io stia a ripercorrere questa discussione dalle sue origini sino a ora mi sembrerebbe sensato soffermarmi su alcuni punti:

1) nel 2015 parlare di ‘ricostituire un pubblico competente’ suona francamente difficile e pretenzioso – certo, la “Dittatura della abitudini” di Charles Duhigg ci suggerirebbe che alcuni comportamenti, e soprattutto certe propensioni al consumo, siano definite in età scolare. È del resto il periodo, l’età scolare, della vita di un individuo segnato dal maggior numero di cambiamenti; ma siamo sicuri che, dal punto di vista morale, sia da considerarsi questa la nostra missione: ripeto, siamo sicuri che promuovere la lettura nelle scuole di certi autori, e di tal’altri no, non possa avere come conseguenza il diffondersi di questa forma espressiva (la poesia) attraverso quelle dinamiche che contraddistinguono altre merci di larga diffusione. Vogliamo concentrarci su un eventuale valore d’uso o di scambio? E chi ne gioverebbe, poi, i piccoli editori o quelli grandi? Chi sarebbero, oltre tutto, gli autori idonei per essere trasmessi e secondo quali criteri? A quest’ultima domanda, in modo particolare, non è data da alcuno una risposta esaustiva.2) Bene, ora che ho sollevato le prime perplessità, vorrei concentrarmi su un altro aspetto, un aspetto che viene sistematicamente eluso, per ragioni che, secondo me, hanno più a che fare con le dinamiche sociologiche che contraddistinguono le religioni che con l’analisi scientifica, il mondo della letteratura è governato da processi simili a quelli di una chiesa: c’è una liturgia, c’è un credo, abbiamo il culto dei santi. Se qualcuno volesse discutere del dogma gli verrebbe risposto – non ora -, se qualcuno volesse sapere, trascendendo le ragioni storiche e sociali, che cosa abbatta il confine tra i secoli, e soprattutto per quali motivi, gli verrebbe risposto “ai posteri l’ardua sentenza”, quante volte abbiamo sentito questa affermazione? Ai posteri l’ardua sentenza? Avrebbe senso, umilmente, domandarsi quali siano i tratti distintivi di quei testi poetici che sono entrati nel nostro patrimonio comune e che si contraddistinguono per la loro universalità, qualcosa che li accomuni, forse poche cose e in termini generali, credo esista. Bisognerebbe forse riscoprire dei concetti come – patrimonio comune –  e – tradizione inventata -, che in questa sede non approfondirò; quello che segue è solo uno spunto “per «tradizione inventata» si intende un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato”[1].

Casadei, nel suo intervento sul Corriere della Sera «La poesia è viva, ma ora bisogna ricostruire un pubblico competente» [che potete leggere qui] scrive di ‘pubblico competente’ ma quali siano nello specifico queste competenze non ci è dato saperlo, possiamo dedurle e, in linea di principio, l’idea che mi sono fatto è che la tesi sostenuta da questo studioso preveda che si debba impartire una interpretazione, dotare lo studente di lenti attraverso le quali osservare il mondo.

Quale dovrebbe essere un pubblico competente? Di quale armamentario dovrebbe essere davvero provvisto? Cari amici, se implicitamente si sta parlando di addestrare le persone al ‘bello’, a un bello nello specifico [2], se le motivazioni che ci muovono sono il pallido tentativo di consacrare alcuni nomi alla storia decidendo l’oblio per altri – definendo, tra le altre cose, delle gerarchie – io mi trovo costretto a tirarmi indietro; mi trovo costretto a tirarmi indietro perché, con mio dolore, ritengo che la contiguità biologica tra autori, quali propaggini ultime di una sorta di organismo vivente, (e dunque un unicum) abbia perso il suo valore nell’epoca che stiamo vivendo – affinità biologiche, questo sì ma non evidente dipendenza né rimando.
Chi saremmo noi per decidere che cosa sia giusto, o che cosa non lo sia affatto, che i più giovani leggano e per quali motivi? Non voglio con ciò svuotare la funzione dell’insegnamento della sua importanza, anzi, vorrei però che indagassimo quali siano le ragioni che ci sospingono e le ricadute che queste possono avere sulla società; la scuola è il luogo deputato alla crescita spirituale dell’individuo o alla sua omologazione? quando mi imbatto in questo genere di polemiche rimpiango la Scuola catechetica di Alessandria dove, per lo meno, erano insegnate le sette arti liberali: retorica, logica, grammatica, matematica, astronomia, geometria, musica. Del resto, in un momento come questo, dove l’unica lingua capace di attrarre a sé, per motivi di prestigio, l’interesse di persone provenienti da generazioni tra loro distanti, è la ‘lingua cucula’ [3] per antonomasia: l’inglese, che cosa dovremmo fare, concentrarci sulla disanima del lessico poetico e sulla storia di questo genere letterario? O su quegli strumenti linguistici che travalicano i confini tra i codici.
Quello che vi chiedo è uno sforzo teoretico che, salvo in alcuni casi, è ancora del tutto inespresso ma che io credo animi il lavoro di alcuni giovani accademici. Mi spiego meglio – in un momento storico come quello attuale, nel quale ci troviamo a fronteggiare una palingenesi, un momento nel quale le istituzioni culturali del mondo moderno si stanno dissolvendo e un nuovo mondo, contraddistinto da fenomeni globali che ci è impossibile ignorare, sta sorgendo, la lettura di quali autori, e in virtù di quali parametri, dovrebbe essere diffusa nelle scuole?

Non c’è più spazio, io credo, per un insegnamento storicistico che non presupponga una distanza psicologica nei confronti dell’oggetto di studio stesso – ci troviamo a operare in un contesto di multiculturalità, da una parte, o di culture residuali, e di omologazione economica e culturale dall’altro. La poesia, dall’epoca classica ai giorni nostri, si contraddistingue per esprimere alcune urgenze e, per lo meno, su un certo piano, questo è sempre stato fatto utilizzando gli stessi strumenti; concentriamoci dunque, su quel poco, o su quel tanto, che è capace di attraversare le epoche.

3) Sempre nell’articolo di Casadei si afferma la ‘grandezza’ di testi come ‘primavera hitleriana’, non ho nulla contro questa opinione né non ritengo che il testo di Montale appena citato sia ‘grande’ ma dovremmo guardare con maggiore interesse il mondo nel quale viviamo, il mondo che sta là fuori, al di là dei confini letterari che ci sono stati consegnati dalla nostra storia nazionale: che cosa sarebbe questa ‘grandezza’?

Forse sarebbe il caso di ripartire dalle fondamenta: gli strumenti della grammatica, della retorica, dovrebbero essere le fondamenta sulle quali edificare qualsiasi altro discorso critico; l’impressione che ho è che per alcuni la poesia sia divenuta la pallida espressione di un rito; crediamo davvero che, in questo nuovo millennio, il ruolo sociale del letterato sia quello di corrispondere a un’élite che, dall’alto, abbia la forza di impone un canone? Abbiamo coscienza dell’universo di stimoli, di immagini, di storie, entro cui si muovono le persone che ci circondano, che condividono per noi gli spazi pubblici; treni, strade, supermercati, centri commerciali, bar?
Esclusi alcuni precipui gruppi sociali, fatti storici, tradizioni, risultano del tutto alieni all’uomo contemporaneo, l’accesso al contesto è venuto meno. Dato per assodato che, dal punto di vista strutturalista, un testo se posto in relazione a una cultura, a una storia a, in pratica, dei fatti sociali, acquisisce per l’individuo un valore specifico, l’estraneità a questi fatti sociali e alle narrazioni che li hanno contraddistinti, può inficiare una proficua interpretazione del testo: il testo, tuttavia, ricollocato, acquisirà un nuovo valore, rigenerarsi in virtù di una nuova collocazione.
Ci ricordiamo, vero, che nel nostro paese il 70% delle persone non è capace di comprendere un contratto di lavoro o un programma elettorale, che ci troviamo dinnanzi a un analfabetismo di ritorno endemico? E allora è davvero giusto ritenere che la poesia, per così dire ‘facile’, debba essere posta su un gradino più basso, rispetto a quella che – per altro da me amata – nasce e cresce in un ambiente ristretto e di persone dotate di competenze letterarie, per così dire, elevate?
4) la poesia facile che cosa sarebbe? Facile non vuole dire molto, definiamo ‘facile’. Pascoli è facile? Brodskij è facile? Esenin? Carver? Catalano? Ci riferiamo, con ‘facile’ al patrimonio lessicale adoperato, povero? Facile, per la somiglianza che questa poesia ha con il più logoro discorso politico? Facile perché si contraddistingue per la frequenza di taluni deittici, avverbi di tempo e luogo, pronomi dimostrativi; o per il fatto che si possano riscontrare degli avvicinamento attanziale, il ricorso all’aneddoto, dell’ironia; per l’utilizzo dei luoghi comuni, del paradosso, delle giustapposizioni, per i campi semantici di riferimento? O ancora, facile, perché a nostro dire, in essa si produce una già additata cesura: si rinunci a specifici riferimenti, che sia assente il tributo, le eco stilistiche o la derivazione, nei confronti dei padri e delle madri, quei padri e quelle madri già venerati dalle élite (accademiche) del passato e del presente.
⁂⁂⁂
Questo articolo è già comparso su Vermena, di Francesco Terzago.
[1] Hobsbawm E. J. e Ranger T. (a cura di), 1983, L’invenzione della tradizione, Giulio Einaudi Editore, 1987 e 1994, Torino.
[2] E non considerando, per esempio, le lezioni di discipline pionieristiche come la bioestetica.
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