Democrazia, libertà, dittatura e Unione Europea: l’analisi storico – filologica di Luciano Canfora

Luciano Canfora
Luciano Canfora

Riportiamo su Critica Impura alcuni stralci del saggio “La democrazia. Storia di un’ideologia” di Luciano Canfora, in cui lo studioso discute filologicamente il significato originario del concetto di democrazia a partire dall’attenzione di Aristotele circa “il nesso profondo tra appartenenza popolare e ruolo di capo, esemplificato nella storia greca arcaica dall’esperienza delle cosiddette “tirannidi”, e spiega il contrasto primigenio che vige nei due concetti di democrazia e di libertà, anche alla luce dell’uso strumentale e falsato che del termine greco “democrazia” hanno fatto gli artefici dell’Unione Europea.

«[…] “Pisistrato – dice Aristotele – essendo demagogòs [cioè capo della fazione popolare] divenne tiranno; e la frase potrebbe intendersi “in quanto era demagogòs divenne tiranno, considerato quel che lo stesso Aristotele scrive nella Politica: “il tiranno viene instaurato dalla massa popolare contro i nobili, perché la protegga contro di essi” (1360, 12-14). La traiettoria di Pericle, del resto, era sfociata alla fine nel potere personale, come diagnosticava, con ammirazione, Tucidide.
Nel linguaggio politico greco di età romana si osserva un uso non frequente, ma interessante, di demokratìa, e di un derivato demokràtor, che significano chiaramente, se correttamente si intendono i contesti, “il dominio sul popolo” (o sull’intera comunità). Del conflitto fra Cesare e Pompeo infatti si dice, nelle Guerre Civili di Appiano, che i due avevano lottato “contendendosi la demokratìa (perì tes demokratìas). E Dione Cassio, lo storico vissuto al tempo dei Severi, sembra, a giudicare da un tardo testimone di epoca bizantina che ne riferisce il pensiero, che definisse Silla, dittatore, col termine demokràtor. Il termine corrisponde nella sostanza alla nozione di dittatore, ma non nel senso tecnico – costituzionale bensì nel valore, ben più ricco, di “dominio personale incontrastato e accettato”, di cui magari l’assunzione della dictatura può essere, come lo fu nel caso di Silla, una premessa: ma il tratto determinante, caratteristico, è che si tratta di un forte potere personale al di sopra della legge.  Demokratìa e dittatura a questo punto coincidono.
Appare così, in tutta la sua concretezza, la estrema, imbarazzante vicinanza di forme diverse e magari classificate dalla “dottrina” come distanti od opposte. E sembra innegabile che l’esperimento, o “ritrovato”, politico che più ha contribuito a creare quest’impressione di vicinanza, e a confondere le idee non solo delle masse ma anche dei teorici della politica, è il cesarismo – bonapartismo – fascismo. Non se ne esce se si lasciano in ombra i contenuti di classe che stanno sotto la “corteccia” dei “sistemi politici”.
[…] Che la democrazia sia un’invenzione greca è opinione piuttosto radicata. Un effetto di tale nozione approssimativa si è visto quando è stata elaborata la bozza del preambolo della Costituzione Europea (diffusa il 28 maggio 2003). Coloro che, dopo molte alchimie, hanno elaborato quel testo – tra i più autorevoli, l’ex presidente francese Giscard D’Estaing – hanno pensato di imprimere il marchio greco-classico alla nascente Costituzione anteponendo al preambolo una citazione tratta dall’epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle (430 a. C.) […]: “la nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero” (Queste parole sono scomparse nella redazione definitiva). E’ una falsificazione di quello che Tucidide fa dire a Pericle. E non è per nulla trascurabile cercar di capire perché si sia fatto ricorso a una tale “bassezza” filologica.
Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide gli attribuisce: “la parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico [ovviamente è modernistico e sbagliato rendere la parola politèia con “costituzione”] è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione [la parola adoperata è appunto oikèin], esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza [dunque non c’entra il “potere”, e men che meno il “popolo intero”]. Pericle prosegue: “perciò nelle controversie private attribuiamo a ciascun ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà” (II, 37). Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle pone in antitesi “democrazia” e “libertà”.
[…]Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo “popolare” definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (kràtos indica per l’appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all’assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. […] Prende le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della “maggioranza”, nondimeno da noi c’è libertà.
[…]Ecco dunque come si incomincia a comprendere la gaffe compiuta dagli artefici del preambolo della Costituzione europea. Da un’informazione di tipo scolastico, e forse anche medio-bassa, essi sapevano che: “la Grecia inventò la democrazia” (formula ad effetto e talmente schematica da risultare, se studiata in profondità, falsa). Sapevano anche che gli autori antichi (ateniesi o che parlano di Atene) menzionano e discutono e giudicano il meccanismo della democrazia politica. Probabilmente hanno cercato dapprima tra i pensatori politici (Platone e Aristotele), e debbono essersi stupiti constatando che nelle loro opere, così largamente conservate, la democrazia è un bersaglio polemico costante, nel caso della Repubblica di Platone addirittura il bersaglio di una feroce polemica. Si sono rivolti altrove. Hanno cercato forse tra gli oratori? Non sappiamo. Se l’hanno fatto ne saranno usciti allarmati. Avranno trovato in Isocrate la definizione di Sparta come “perfetta democrazia” e si saranno chiesti con imbarazzo: ma come? Non era la città oligarchica per eccellenza? (altro luogo comune). E allora sono finiti a bussare alla porta di Tucidide (da Demostene era meglio non fermarsi, visto che suggerisce che gli avversari politici bisogna “bastonarli” e che per lo più vanno bollati come “traditori” e “agenti del nemico”). Ma cosa scegliere nell’arduo, dialettico Tucidide? Sono finiti, sempre grazie all’informazione scolastica, sull’epitaffio di Pericle. Basta un index verborum, un lessico, e dalla voce demokratìa si arriva facilmente a quel luogo. Però, una volta letto, non deve aver dato molta soddisfazione. Anche le traduzioni correnti, per quanto composte, e talvolta accomodanti, non riescono a nascondere il tono distaccato e perplesso con cui Pericle si esprime. Di qui la soluzione più brillante, e a suo modo classica: cambiare il testo; far dire a Tucidide quello che non dice.
Il viaggio attraverso i Greci dev’essere stato comunque istruttivo, speriamo. Deve aver fatto intravvedere una realtà particolarmente significativa, quantunque non edificante: non esistono autori ateniesi che inneggino alla democrazia. Non sarà un caso […]»

Tratto da Luciano Canfora, La democrazia, storia di un’ideologia, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 9-16, passim.

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10 pensieri riguardo “Democrazia, libertà, dittatura e Unione Europea: l’analisi storico – filologica di Luciano Canfora

  1. La riflessione filologica di Canfora è doverosa e valida, ma i suoi risultati non costituiscono una novità. Per la moderna critica storica è pacifico che il mondo classico non abbia conosciuto la democrazia come noi la intendiamo; né che questo sistema sia stato inventato in Grecia. Il calco lessicale δημοκρατία-democrazia indica due realtà estremamente diverse, esattamente come il termine repubblica è un calco del latino res publica pur intendendo concetti assai divergenti. D’altronde l’incontrastato potere personale conseguito da Pericle non costituisce nemmeno un’anomalia, una sovversione “costituzionale” (intendendo il termine, cum grano salis, come l’assetto complessivo delle istituzioni ateniesi e del loro funzionamento): Pericle discendeva dalla potente famiglia aristocratica degli Alcmeonidi. Un’alcmeonide era andata in sposa a Pisistrato prima che egli decidesse di esiliare la famiglia; alcmeonide fu, prima di Pericle, il Clistene alle cui riforme è solitamente fatta risalire la nascita della “democrazia” ateniese. Alcmeonide sarà Alcibiade: questi tre nomi, da soli, ricapitolano il secolo di storia dell’Atene classica dalla fondazione del regime democratico alla sua caduta al termine della guerra del Peloponneso. Per Pericle potere e preminenza non erano obiettivi che andassero conseguiti ma – esattamente come avverrà per i nobiles della “repubblica” romana – un diritto ed una prerogativa connessi ai suoi alti natali. Ed esattamente come accadrà nella Roma repubblicana coi cosiddetti populares, il corpo elettorale – su cui far leva tramite politiche demagogiche – costituirà la massa di manovra adoperata dal capoparte di turno in funzione legittimante della sua (temporanea) preminenza.

  2. condivido quelo che dice Canfora; inoltre mi preme sottolineare che quella greca non era una democrazia totale, era, se non erro,censitaria, non prevedeva, come tutti snno, il voto delle donne e di gran parte della popolazione, quella lavorattrice, e inoltre era una forma di governo allora vista come decadente rispetto ad alre forme che privilegiavano gli “aristoi”, il merito.

  3. Ma è innegabile che sia esistito quantomeno un tentativo di democrazia nell’Atene classica! Chi ha stralciato in questo modo vuol fare del sensazionalismo, cercando il pelo nell’uovo e finendo per attribuire a Luciano Canfora una parte del suo pensiero.
    In primo luogo qui si dimentica infatti che Aristotele, tanto quanto Platone, scriveva dopo il fallimento della democrazia ateniese. Nella Pentecontaetia – che ha come fonti soprattutto Tucidide e Senofonte, nonché Diodoro attraverso Eforo – c’è stato il più alto tentativo di democrazia diretta quale la Grecia e il mondo occidentale non conosceranno mai più. Non è irrilevante che ci fossero nella Grecia dell’età classica assemblee popolari quali centro di ogni discussione, certo veicolate con l’oratoria dai demagoghi, cioè appunto i capi della fazione popolare. Ma è altrettanto evidente che esiste una storia del termine demokratia, e di come esso fosse diversamente percepito dai Greci attraverso le fasi della loro storia e i singoli autori, dunque è naturale che se il cambiamento lessicale non c’è stato fino ai nostri giorni, è cambiato invece il significato da attribuire a quella parola. La democrazia greca non era dunque quella teorizzata in epoca moderna, democrazia peraltro che nel suo gioco maggioritario e legalistico produce i danni che conosciamo ma a parte questo – e non è di poco conto – è Carfora stesso altrove a scrivere: “se demokratia comincia ad affiorare più di frequente nel tardo quinto secolo, quando infatti per noi comincia ad essere attestato, ed allora è adoperato soprattutto nel suo etimologico significato di ‘dominio’, nel venticinquennio tra la morte di Pericle (429) e l’avvento dei Trenta (404), tale dominio effettivamente prende corpo e caratterizza la vita politica di Atene. Naturalmente il termine è in uso già prima, ma sempre come specchio della tensione oligarchica (o moderata) nei confronti del demo” (“Il mondo di Atene”, Laterza, 2011, p. 154).
    Il problema non è infatti la demo-kratίa ma l’eunomia o isonomia – “il Pericle tucidideo pone l’accento sull’uguaglianza (τὸ ἴσον), intesa appunto – e il Menesseno lo rispecchia fedelmente – come antitetica rispetto al dominio di una sola parte” (Canfora, 2011, p. 155) – o buona politeia, e che queste siano parole greche non c’è dubbio.
    Attenendoci all’età classica, di democrazia della polis parla espressamente Detlef Lotze a proposito di una delle idee ispiratrici di Pericle, in particolare “quella di permettere ai cittadini di partecipare il più possibile agli affari dello stato. […] Il versamento di diarie ai funzionari statali era un tratto caratteristico della democrazia ateniese (altrove ciò accadeva solo in via eccezionale)” (“Storia greca”, il Mulino, 2010, p. 60). In definitiva, “resta il quesito se siamo di fronte ad una più scaltrita e meglio motivata critica aristocratica alla democrazia (analoga alle critiche di un Nietzsche o di un Maurras della democrazia moderna), o se invece quei fermenti ideali abbiano anche prodotto orientamenti di segno contrario, trascendendo il livello di mero gioco o paradosso intellettualistico. È questo, forse, il punto più delicato da valutare: anche in relazione all’effimero esperimento dei Trenta. Al centro del quale si colloca una personalità contraddittoria come quella di Crizia” (Canfora, 2011, pp. 158-159).
    Detto questo, non ci piove sul dato di fatto che nel trentennio della guerra del Peloponneso si assisterà al fallimento della democrazia ateniese e a uno sviluppo antidemocratico e ideologico del mondo greco.

    1. Sensazionalismo citando le parole esatte di Canfora? Attribuiscilo a lui, allora, casomai.
      No, qui Canfora vuole semplicemente mettere in evidenza, filologicamente, il significato di “demokratìa” come di “governo SUL popolo” piuttosto che “DEL popolo”; salvo tutto il resto che esponi, e che Canfora non nega.
      Tutto qui.
      Sonia Caporossi

  4. Quello di Canfora è uno dei tanti contributi, indubbiamente autorevole, ma uno dei tanti, che non mirano a particolari attualizzazioni e contestualizzazioni ideologiche, ma al chiarimento “scientifico” (se il termine si può applicare alla storiografia e alla politologia) dei problemi. Attualizzando, vi è una tradizione falsa sulla democrazia, che dice che è ciò che invece non è, e una tradizione scientifica che dice ciò che davvero è. In sostanza vi è una idea del tutto ideologica e propagandistica, che va per la maggiore e che è costantemente ripetuta da politici, da educatori, da cultori del senso comune ecc.; e un’idea critica, prevalente fra gli studiosi seri, ma quasi clandestina agli occhi del grande pubblico.
    Facciamo degli esempi schematici:
    1) La democrazia è il governo del popolo / non è vero, la democrazia è una delle diverse forme di governo sul popolo e spesso contro il popolo.
    2) La democrazia è libertà / non è vero. La democrazia è solo una particolare forma di governo che garantisce alcune libertà e ne proibisce tante altre.
    3) La democrazia è uguaglianza / non è vero. La democrazia afferma alcune forme e norme di governo delle disuguaglianze.
    4) La democrazia è giustizia / non è vero. La democrazia è solo una forma di governo dei rapporti giuridici e di potere, che realizzano un concreto assetto della “giustizia”, più ingiusta che giusta, in ogni suo aspetto (dall’amministrazione della giustizia ai suoi contenuti concreti).
    E così via. La democrazia è pertanto solo una forma di governo (o di Stato, o di ambedue), che, nel confronto con altre forme di governo (e/o di Stato) presenta sia vantaggi sia svantaggi. L’esame scientifico delle dottrine e delle prassi democratiche ci insegna a demitizzare la propaganda che ci presenta la democrazia come una specie di governo ideale.
    Va sempre operato il calcolo dei vantaggi e degli svantaggi. E qui sorge il problema dell’attualizzazione del discorso e del che fare. Certamente lo Stato democratico è meglio dello Stato totalitario, autoritario, dittatoriale e forme analoghe. Ma sicuramente non è il meglio in assoluto, o il meglio possibile, senza alternative.
    Innanzi tutto lo stesso concetto di democrazia è plurimo, e le differenze fra una forma e l’altra è notevole. La storia del concetto e delle forme di governo della democrazia ci indica almeno tre grosse ripartizioni: 1) La democrazia come difesa dei ceti più numerosi nei confronti dei meno numerosi ma più potenti. Questo è un concetto “rivoluzionario” della democrazia che in pratica ha sempre portato a forme di governo dittatoriali ma con la pretesa di realizzare la “vera” democrazia, cioè l’emancipazione dei ceti subalterni. Ha sempre fallito sul lato dell’emancipazione mentre è riuscita benissimo su quello della dittatura (lo stesso comunismo “reale” ne è un esempio, con le sue democrazie popolari ecc.). I politologi considerano questa pretesa forma di democrazia una falsa democrazia, un mascheramento del reale governo dittatoriale.
    2) La democrazia, diretta o indiretta (negli Stati di oggi la forma diretta è quasi sempre impossibile se non per particolari istituti, come il referendum), come modalità di organizzazione della vita politica e come insieme di regole per il ricambio della classe politica. Si tratterebbe, secondo molti, della democrazia liberale, la sola possibile secondo alcuni, mentre i critici la definiscono democrazia solo formale, solo delle regole, che non intacca, o lo fa in misura insoddisfacente, gli squilibri di potere, le diseguaglianze, le ingiustizie ecc. In sostanza si tratta di una forma di governo che rispetta (in misura più o meno ampia, perché poi la casistica storica e giuridica è vastissima) i principi di governo della maggioranza nel rispetto dei diritti della minoranza, di Stato di diritto, di libere elezioni per il ricambio della classe politica, di garanzia dei diritti fondamentali politici, civili e “umanitari”.
    3) La democrazia etica, che ai contenuti della democrazia liberale aggiunge una finalità etica, la quale, mentre per i liberali questa è di competenza della sfera privata, per la democrazia etica (o giacobina) è di competenza dello Stato. Di conseguenza, almeno a parole e come programma politico, la democrazia giacobina ha una propria dottrina e dei propri obiettivi etici e si assume un compito di guida dei cittadini nel perseguirli. Ciò fa sì che l’apparato dello Stato non è e non deve essere “neutrale” rispetto alle idee dei cittadini, ma deve orientarle. Tutto lo Stato, e non solo la scuola e le istituzioni più direttamente coinvolte nell’istruzione e nell’educazione, diventa pertanto una macchina etica, che discrimina e seleziona i valori ritenuti positivi da quelli negativi, che fa pressione sulle libertà e sui diritti dei cittadini, fino a coartarli, affinché i cittadini si comportino secondo i valori etici positivi stabiliti dallo Stato.
    Come si vede, anche fermandoci qui – ma l’analisi potrebbe essere molto più lunga (non c’è annata libraria che non veda decine e decine di nuovi volumi sulla democrazia!) – parlare di democrazia senza specificare in che senso se ne parla, è fare vuota propaganda.
    Ma detto questo, vale il vecchio aforisma che la democrazia è una cattiva forma di governo, ma tuttavia la migliore fra quelle esistenti e possibili? La radice di questo aforisma sta nella concezione, sottolineata in particolare da sant’Agostino e da una tradizione cristiana, ma in altro modo presente già nel mondo antico (in Platone, ad esempio) e in culture non occidentali, secondo la quale l’uomo è incline al male, per cui necessita di essere governato, cioè, detto in altri termini, di essere tenuto a freno e guidato. Un’umanità di santi o di eccellenti virtuosi non ha bisogno di governo, ma gli uomini normali sì. In questo modo si qualifica il governo, qualunque tipo di governo, come un male necessario. Si tratterebbe di scegliere il governo che, con minor male (minore coartazione delle volontà individuali), riesce a garantire più bene (comportamenti liberi e responsabili, eticamente ricchi di valori positivi, degli individui cittadini).
    È la democrazia questa forma di governo che realizza il miglior equilibrio fra male e bene, fra libertà ed eticità, fra disuguaglianza e giustizia ecc.? L’aforisma dice di sì. Molte dottrine non democratiche dicono di no, tuttavia, come il socialismo e il comunismo “reali” (“reale”, che è un po’ come dire di Stato), hanno sempre fallito e hanno finito per sostenere la necessità di inglobare nelle loro dottrine gli aspetti positivi della democrazia (e così abbiamo il socialismo democratico, il comunismo democratico ecc.), identificandosi, piuttosto che come forme di governo alternative, come forme di governo che realizzano una democrazia più vera e più ampia.
    Tanto che oggi più nessuno rinuncia a definirsi democratico, come se il termine avesse solo valenze positive dalle quali nessuno può prescindere.
    In realtà l’alternativa alla democrazia, l’alternativa che smentisce l’aforisma citato, esiste, ed è quella libertaria. Mentre la democrazia è sempre e comunque una forma di governo e di Stato, cioè una dottrina politica che pone comunque lo Stato al centro del potere e gli affida il monopolio della forza, con la conseguenza che tende ad abusare del potere e a trasformarsi in democrazia autoritaria o addirittura totalitaria (si vedano i tanti studi in proposito), le dottrine libertarie pongono l’individuo e le comunità autogestite al centro del potere e tendono a eliminare o ridurre al minimo lo spessore delle istituzioni statali, sostituendone le competenze con il libero esercizio delle volontà private e degli accordi privati fra individui e gruppi di individui.
    Non lo Stato che governa sui cittadini e spesso contro i cittadini, ma l’autogestione dei cittadini che governano se stessi.
    Non è qui possibile sviluppare ulteriormente questa posizione, ma centinaia di libri e di esperienze pratiche dicono che non si tratta di una utopia, ma di una reale e possibile forma di organizzazione politica non statale. Prescinde cioè dall’organizzazione statale nella quale individua una vera e propria organizzazione a delinquere, fonte di guerre, di oppressioni, di rapina fiscale ai danni dei cittadini, di distorsioni dei meccanismi spontanei e naturali di gestione dei rapporti sociali, economici e culturali fra i cittadini, di potere concentrato nelle mani di gruppi parassitari, di corruzione diffusa e così via.
    In questa visione la democrazia non è più la forma di governo ideale, ma, al massimo, la più sopportabile fra le tante forme di governo che perpetuano quella iniziale: lo sfruttamento, da parte di gruppi minoritari, armi alla mano, del lavoro e delle risorse delle masse popolari.
    [Luciano Aguzzi mercoledì 25 gennaio 2017]

  5. @ Sonia Caporossi

    Ho una perplessità che mi viene dagli entusiasmi “trumpiani” che sento crescere attorno a noi e ti chiedo: questi “alcuni stralci” del saggio di Canfora che cosa dovrebbero dimostrare? Che c’è bisogno di più democrazia o che la democrazia è una truffa e se ne può tranquillamente fare a meno?
    Sì, demoliamo pure “con Canfora un sacco di convinzioni comuni sulla reale entità della democrazia come pre-concetto europeo”, ma , per favore, ditemi con che cosa *va sostituita*. Col socialismo e il comunismo pare di no, perché hanno “fallito”. E allora con che cosa?

    P.s.
    Questi stralci mi paiono parziali, poco contestualizzati storicamente e forse reticenti perché non *attualizzano* la riflessione di Canfora dicendo chiaramente cosa se ne pensa e a cosa dovrebbe “servire” . Non ho letto questo saggio di Canfora, del cui latente togliattismo-stalinismo un po’ diffido, pur riconoscendo l’importanza del suo lavoro storiografico. Ma avevo letto “Il mondo di Atene” dove questi stessi temi vengono sviluppati; e copio almeno due passi che permettono di evitare – credo – eventuali derive “trumpiane”:

    1. “La grandezza di quel ceto consistette nel fatto di aver *accettato la sfida della democrazia*, cioè la convivenza conflittuale con in controllo ossessivo, occhiuto e non di rado “oscurantista” del “potere popolare”: di averlo accettato pur detestandolo, com’è chiaro dalle parole dette da Alcibiade, da poco esule a Sparta, quando definisce la democrazia “una follia universalmente riconosciuta come tale”” ( pag. 10, Il Mondo di Atene)

    2. “Il ‘miracolo’ che quella straordinaria élite ha saputo compiere, governando sotto la pressione non certo piacevole [!] della ‘massa popolare’, è stato di aver fatto funzionare e prosperare la comunità politica più rilevante del mondo delle città greche, e, ciò facendo, aver modificato almeno in parte, nel vivo del conflitto, se stessa e l’antagonista” ( pag. 13, Idem)

    1. 1) Trump, per carità…
      2) Ma se il saggio non l’hai letto, leggilo, no?
      3) Questi stralci vogliono solo dire che il concetto di democrazia è molto meno ovvio di quanto si pensi. E spesso, alquanto strumentalizzato.
      SC

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