Antonio Porta
Antonio Porta

Di ANTONIO PORTA *

Ecco un libro che ci invita e ci permette di rivisitare il misterioso e sempre proliferante “pianeta” Gadda muovendo da un punto fino ad ora trascurato per ragioni di forza maggiore, dall’esaurimento cioè, di quella preziosa antologia di letteratura spagnola che fu il “Pantheon” di Bompiani curato da Carlo Bo nel 1942, prontamente rilevata, per quel che si riferisce al Gadda traduttore, dall’infallibile fiuto di Contini che vi dedicò subito una recensione uscita su “Trivium”.

Non è certo indifferente che si tratti di traduzioni dallo spagnolo: si pensi prima di tutto che sono traduzioni non servili, che Gadda, dunque eleggeva e mai subiva dall’editore, e che in quegli stessi anni si andava formando uno dei suoi testi fondamentali, “La cognizione del dolore”, che con la lingua spagnola compone più di un intreccio soprattutto in chiave parodistica e comica. Ma è merito dell’attenta introduzione di Manuela Billeter se possiamo cogliere numerose facce nuove del problema di questo rapporto e della genesi dei risultati che questo rapporto ha dato: il punto focale mi sembra quello della interna corrispondenza tra Gadda e il barocco del Siglo de oro.

Proprio nell’ auto-presentazione della “Cognizione del dolore” Gadda scrisse: “… talché il grido-parola d’ordine “barocco è il G.!” potrebbe commutarsi nel più ragionevole e pacato asserto “barocco è il mondo e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine””. A me pare che con questa nuova edizione delle traduzioni, dovuta a Maria Corti, si possano sciogliere alcuni nodi critici legati alla definizione di “baroccaggine del mondo” in quanto percepita e “riprodotta” da Gadda e capire bene le conseguenze che questa visione, che il Contini definì  “lirica”, ebbe sul piano dello stile narrativo non solo del nostro autore.

A me pare che il discorso possa farsi più chiaro e puntuale se si presta attenzione a due piccoli esempi che la Billeter mette nella giusta luce. Il primo: come Gadda traduce il semplice verbo dire il più banale in qualunque narrazione. Così: gridare, rimbeccare, ghignare crudelmente, scaracchiare fuori l’anima sua, ripetere per la centesima volta, esclamare imbizziti, mettere fuori du’ occhi di basilisco… Il secondo: come Gadda traduce il passaggio quasi convenzionale di Barbadillo che così suona: “le pareciò que era illusiòn de su vista y que se engafiaba”. Così: “da pensare che si trattasse di sogno o di fantasma, o di miraggio, o di un inganno dei sensi”. Nel caso del verbo dire si tratta certo di un tipo di amplificazione generata anche dal contesto narrativo, nel secondo caso ci troviamo di fronte a un’amplificazione di possibilità, a un raddoppio di percezione, che è come il cuore del procedimento narrativo gaddiano. Quella spregiudicatezza nel tradurre che Contini definì “inaudita” supera i confini del puro “esercizio di stile” per svelare le radici stesse del suo raccontare. Amplificare e raddoppiare non sono due verbi che cadono per caso: esprimono la poetica di Gadda, che non prevede di abbandonare alcuna possibilità di sviluppo di verità di ciascuna situazione senza averla esplorata fino all’ultima ragionevole sua efflorescenza. Come suggerisce il titolo del libro, la verità è sempre sospetta e dunque è compito primario del narratore mettere a disposizione, propria e del lettore, una catena significativa, dove sarà possibile scegliere secondo una spinta vitale piuttosto che con un criterio rigidamente logico. Di qui, tra l’altro, nasce l’idea di un giallo “barocco”, come “Er pasticciaccio”, che non può finire, perchè sarebbe troppo facile ricevere una spiegazione dalla vita indicando o “incastrando” un colpevole.

Gadda ha anche scritto in ”Come lavoro” (saggio incluso nell’ormai introvabile raccolta intitolata I viaggi, la morte) che “ognuno di noi appare essere un nodo, un groviglio, di rapporti fisici e metafisici”. Narrare significherà, di conseguenza, inseguire e dipanare tutti i fili del groviglio, quasi con la certezza di non potere mai arrivarne a un capo. La matassa meticolosamente dipanata e illuminata da invenzioni ora comiche ora parodiche ma anche patetiche e impietose, rimane lì, enigmatica: “barocco è il mondo!”. E questo accade perchè Gadda è narratore quant’altri mai e la sua visione della vita è l’opposto che “lirica”, e non può che obbedire alle leggi di tutta la narrativa contemporanea la quale certo non si affida alla ripetitività delle trame o alle sequenze prevedibilissime degli eventi così come sono descrivibili in superficie: si affida, al contrario, alla possibilità di sviluppare in modo “abnorme” (barocco) ogni segmento di narrazioni.

___________________________-

Baroccaggine del mondo. Una spregiudicatezza che oltrepassa il puro “esercizio di stile”, recensione a: “LA VERITA’ SOSPETTA”, tre traduzioni di Carlo Emillo Gadda, Bompiani, in “Il Giorno”, Giornolibri, 23 novembre, 1977, pag. 3.