Pop e popolare: un imperdonabile fraintendimento

Pop Art - Gary Grayson
Pop Art – Gary Grayson

Di MATTEO VOLPE

 

Secondo alcuni il Festival di Sanremo sarebbe nazional-popolare, fraintendendo completamente la lezione di Gramsci. Parole come “nazionale” e “popolare”, hanno a che fare col sublime della cultura umana e chi li usa a sproposito accostandoli all'”intrattenimento” commette un errore tutt’altro che veniale. “Pop” e “popolare” non sono sinonimi. Il pop (come quello delle canzonette di Sanremo) è quella cultura industriale (cioè prodotto dell’industria culturale) che serve a colonizzare l’immaginario delle masse. Sebbene si rappresenti sotto forma di un messaggio di facile e immediata comprensione, il pop in realtà cela il vero messaggio. Presentandosi sotto le vesti di un’espressività di poche pretese, il cui fine sarebbe soltanto quello di divertire il proprio pubblico, cela a quello stesso pubblico il vero referente, ovvero l’affermazione totalitaria della società massificata. Il pop, contrariamente alle dichiarazioni di certi suoi cultori, non disvela, non chiarifica l’interpretazione, ma la inibisce e infine distrugge il senso. Riducendo tutto al suono e all’immagine (anche la parola) tradisce l’arte e si distacca da essa, la quale invece usa la sensorialità come segno del pensiero, aprendo così le porte alla creatività umana (culturale, sociale, politica); mentre il pop riduce il significato al segno stesso. Quest’ultimo non funge da veicolo per la trasmissione del significato, ma è esso stesso significato. A cosa rimandano una coreografia di colori o le note di una canzone se non a loro stesse o ad altre analoghe coreografie e sinfonie? “Medium is message”, il mezzo di trasmissione coincide col messaggio stesso, come notava Baudrillard riguardo alla pubblicità. E in effetti il pop è intrinsecamente pubblicitario. Come la pubblicità esso non conduce al mondo reale, ma rimane nel circolo della virtualità sensoriale.

In verità, però, dietro il “disimpegno” del pop viene nascosto il suo vero scopo: dietro la dichiarata rinuncia a qualsiasi ideologia c’è l’imposizione totalitaria dell’unica ideologia ammessa, cioè appunto l’ideologia della mancanza. Il senso dell’espressività pop è la mancanza di senso; il fine la mancanza di fine (divertimento, futilità, fuga dalla realtà). Ma ciò vuol dire che esso impedisce la creazione del senso, e l’immaginazione dei fini. L’unico fine ammesso è la perpetuazione dell’eterno esistente. Ma quest’ultimo non si afferma, bensì, nega l’alterità. L’arte, la vera arte, nega il presente come unico universo possibile e dunque apre al pensiero infiniti altri mondi. L’anti-arte pop, invece, nega questi altri mondi, e così imbriglia il pensiero nell’unico accettato, quello virtuale rappresentato. Questo universo non è la realtà, perché quest’ultima (come insegnava Hegel) non esiste senza coscienza, ma una iper-realtà che è il potenziamento dei sensi attraverso la tecnica.

Al contrario, il popolare, è autenticamente verace e non soltanto in modo simulato. Esso è di immediata comprensione e accessibile universalmente, ma non cancella l’alterità. Il popolare non rinuncia al senso e al “regno dei fini” che questo dischiude. Il popolare non è imposizione di surrogati culturali alle masse, ma loro autoelevazione. Se il pop pretende di essere democratico abolendo la differenza tra segno e significato, il popolare la ripristina e rende la fruizione del significato aperta a tutti.

Il popolare sfonda le porte delle accademie, abbatte il muro della cultura di classe e permette alle masse di appropriarsi del sapere quanto di produrlo, di farsi popolo. Laddove il pop universalizza la fruizione del segno, ma non del significato, imprimendo nelle masse una cultura che è da queste subita, seppure in modo spensierato, il popolare rovescia i rapporti di subalternità e decolonizza l’immaginario delle plebi che da semplici acquirenti di merci diventano autoproduttori di cultura.

Dunque, pop e popolare sono aggettivi non interscambiabili, ma opposti e inconciliabili.

L’accusa dei sostenitori del pop ai suoi detrattori è perciò viziata da un equivoco. I primi accusano questi ultimi di intellettualismo snob e cioè di voler negare alle masse la fruizione culturale, mentre è proprio il pop che impedisce ad esse il controllo sulla cultura. Si appiattisce la critica a una posizione reazionaria, alla Ortega y Gasset. Una presa di potere delle masse avrebbe prodotto un imbarbarimento della società e della cultura. Ma il pop non è affatto il prodotto di una democratizzazione culturale, bensì, al contrario, un controllo ancor più capillare e totalitario esercitato sulle masse. L’arte borghese o aristocratica, per quanto arte esclusiva e di classe, non impediva un’arte popolare, pur (spesso, ma non sempre) disprezzandola o ignorandola. Mentre il pop si appropria di entrambe, svuotandole. Non ci sono limiti alla sua dissacrazione onnicomprensiva. Gli affreschi della Cappella Sistina possono diventare decori da gadget per i turisti o per t-shirt a basso prezzo; la 9° Sinfonia un jingle di uno spot.

L’arte e la cultura non vengono rese pubbliche, ma piegate alla pervasività del pop e imposte alle masse sotto forma di merci. L’arte popolare ha potuto sfuggire alle maglie di questo totalitarismo solo ove è riuscita porsi in aperta contraddizione con la cultura pop.

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4 pensieri riguardo “Pop e popolare: un imperdonabile fraintendimento

  1. Non sono del tutto d’accordo. È vero che il pop è cultura industriale, o meglio cultura di massa, ma non necessariamente prodotta per controllarle, quelle masse; semmai è cultura di massa perché necessita degli strumenti di comunicazione di massa sia nella fase creativa (citando altri prodotti pop, anche molto bassi) sia in quella, sì potrebbe dire, distributiva, avendo bisogno, per propagarsi, di radio, televisione, internet. Ma se è smaccatamente pop il festival di Sanremo, altrettanto pop sono Frank Zappa, David Foster Wallace e Pedro Almodóvar. L’equazione [pop = prodotto non artistico bensì di controllo] non mi convince affatto.

    1. Con “pop” non mi riferisco tanto ai metodi tecnici di produzione e di distribuzione dell’opera, quanto piuttosto a una “cultura” della produzione artistica e della sua fruizione. Ovvero, l’opera diventa funzionale al sistema di scambi, diventa una merce come tutte le altre e pertanto prodotta per il mero scopo di essere venduta e generare profitto. In questo senso, essa deve essere fruita in modo immediato, “usa e getta”, per così dire, ed essere presto sostituita da un’altra merce culturale. Con tutte le conseguenze che ho cercato di mostrare nell’articolo.

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