Herberto Helder
Herberto Helder

Di DOMENICO ARTURO INGENITO

Herberto Helder è morto. Quello che per me era il più grande poeta vivente (quasi sconosciuto e tradotto pochissimo e male in Italia). Un pezzo di lingua portoghese, un suo atrio, una curva dell’aorta, muore oggi nel mio cuore. Lo traducevo ossessivamente a ventun’anni in un freddo salone della campagna portoghese, e poi nella sala enorme e vuota di una casa napoletana dal soffitto elevato e dalle piastrelle di nobiltà decaduta. La lingua che parlo, il mio transitare per immagini e l’articolazione della mia voce sono inseparabili dalla sua poesia. Dal passaggio della sua voce nei fiumi che da più di dieci anni la sua poesia ha aperto in me. E’ morto un maestro. Dedico in suo memoria tre sue poesie da me tradotte. Quando la lingua mia era incerta e sgraziata riusciva a seguire le pulsazioni del cuore:

 

I

No sorriso louco das mães batem as leves
gotas de chuva. Nas amadas
caras loucas batem e batem
os dedos amarelos das candeias.
Que balouçam. Que são puras.
Gotas e candeias puras. E as mães
aproximam-se soprando os dedos frios.
Seu corpo move-se
pelo meio dos ossos filiais, pelos tendões
e órgãos mergulhados,
e as calmas mães intrínsecas sentam-se
nas cabeças filiais.
Sentam-se, e estão ali num silêncio demorado e apressado
vendo tudo,
e queimando as imagens, alimentando as imagens
enquanto o amor é cada vez mais forte.
E bate-lhes nas caras, o amor leve.
O amor feroz.
E as mães são cada vez mais belas.
Pensam os filhos que elas levitam.
Flores violentas batem nas suas pálpebras.
Elas respiram ao alto e em baixo. São
silenciosas.
E a sua cara está no meio das gotas particulares
da chuva,
em volta das candeias. No contínuo
escorrer dos filhos.
As mães são as mais altas coisas
que os filhos criam, porque se colocam
na combustão dos filhos, porque
os filhos estão como invasores dentes-de-leão
no terreno das mães.
E as mães são poços de petróleo nas palavras dos filhos,
e atiram-se, através deles, como jactos
para fora da terra.
E os filhos mergulham em escafandros no interior
de muitas águas,
e trazem as mães como polvos embrulhados nas mãos
e na agudeza de toda a sua vida.
E o filho senta-se com a sua mãe à cabeceira da mesa,
e através dele a mãe mexe aqui e ali,
nas chávenas e nos garfos.
E através da mãe o filho pensa
que nenhuma morte é possível e as águas
estão ligadas entre si
por meio da mão dele que toca a cara louca
da mãe que toca a mão pressentida do filho.
E por dentro do amor, até somente ser possível
amar tudo,
e ser possível tudo ser reencontrado por dentro do amor.

 

Nel sorriso folle delle madri sbattono lievi

le gocce della pioggia. Nelle amate facce

pazze battono e sbattono

le gialle dita delle lampade.

E dondolano, che dondolano. E son pure, che pure.

Gocce e lampade pure. E le madri

si avvicinano soffiando sulle dita fredde.

I loro corpi si muovono per le ossa dei figli,

tra tendini e organi sommersi,

e le calme madri, intrinseche, si siedono

sulle teste dei figli.

Si siedono, e restano lì in un silenzio che perdura

frenetico,

vedendo tutto,

e bruciando le immagini, alimentando le immagini,

perché l’amore è sempre più forte.

E sbatte sui loro volti l’amore lieve

l’amore feroce.

– E le madri sono sempre più belle –

pensano i figli che su di loro aleggiano.

Fiori violenti sbattuti sulle palpebre

respirano loro da cima a fondo. E sono

silenziose.

E il loro viso nel mezzo di ogni goccia

di pioggia,

intorno alle lampade. Nel continuo

scorrere dei figli.

Le madri sono le più alte cose

che i figli crescendo crearono, perché permangono

nella combustione dei figli, perché

i figli sono come invasori denti di leone

nel terreno delle madri.

E le madri sono pozzi di petrolio nelle parole dei figli,

e si lanciano con loro come schizzi

che zampillano fuori dalla terra.

E i figli s’immergono con scafandri

all’interno di molte acque,

e portano via le madri come polpi

avvolti alle mani

e nell’acume di tutta la loro vita.

E il figlio siede con la madre a capotavola,

e con lui la madre sposta da parte a parte

le tazze e le forchette.

E grazie alla madre il figlio pensa

che nessuna morte è possibile e che le acque

si intrecciano per mezzo della sua mano che tocca la

faccia folle

della madre che tocca la mano diffidente

del figlio.

E dentro l’amore, è solo possibile arrivare

ad amare tutto,

e nella possibilità che tutto possa ritrovarsi

dentro l’amore.

 

(traduzione di Domenico Arturo Ingenito, su I Poeti Sono Vivi, 22/03/2013)

 

II

 

Parliamo di case, del sagace esercizio di un potere

fermo e silenzioso come solo lo fu

nei tempi più antichi.

Questi sono gli architetti, quelli che moriranno,

sorridendo con ironia e dolcezza nel fondo

di un alto segreto che li restituisce al fango.

Di dolci mani incontenibili.

– Sui mesi, sognando nelle ultime piogge,

le case incontrano la loro innocente utilità di durare

contro la bocca sottile circondata in alto dal buio delle parole.

 

Diciamo che scopriamo more, la corrente occulta

del gusto, l’entusiasmo del mondo.

Scopriamo corpi di gente che si protegge e affonda, e il silenzio

ammirevole delle fonti –

pensieri nelle pietre di qualcosa di celeste

come fuoco esemplare.

Diciamo che dormiamo nelle case, e vediamo le muse

un poco inclinate su di noi come stretti e irti fiori

tenebrosi, e possediamo memoria

e assorbente malinconia

e attenzione alle porte sull’estinzione degli alti giorni.

 

Queste sono le case. E se noi stessi moriremo,

ci spaventiamo un po’, e molto, con tali architetti

che non videro i torrenti di rose

interminabili, o le acque permanenti,

o un segno di eternità sparso nei cuori

rapidi.

– Che fecero questi architetti di queste case, loro che vagabondarono

per i molti sensi dei mesi,

dicendo: qui va una casa, qui un’altra, qui un’altra,

perché si formi un ordine, una durata,

una bellezza contro la forza divina?

 

Qualcuno aveva portato cavalli, scendendo per i sentieri della montagna.

Qualcuno era venuto dal mare.

Qualcuno era arrivato dall’estero, ricoperto di polvere.

Qualcuno aveva letto libri, poemi, profezie, comandamenti,

ispirazioni.

-Queste case saranno distrutte.

Come un girasole, elaborato dall’ebbrezza, insistente

nel suo sposalizio solare, così

si svuoterà ogni casa, spogliata da un fuoco,

abbassando la lenta testa sui fiumi misteriosi

della terra

dove gli stessi architetti si disfano con le loro mani

multiple, i visi che ardono nelle veloci

illuminazioni.

 

Parliamo di case. È estate, autunno,

nome profuso tra i paesaggi inclinati.

Portavano sale, i costruttori

dell’anima, portavano dentro

bagliori restituitori in presenza della sospensione

Di animali e stelle,

immaginavano bene la purezza al lato di uomini e donne

uno accanto all’altro, sorridendo enigmaticamente,

toccandosi-

commossi, difficili, generosi,

ardendo lentamente.

 

Solo per un istante, in ogni primavera, si trovavano

Con la giunchiglia originale,

raffreddavano nel resto dell’anno, erano brevi i maestri

dell’ispirazione.

-E le case si alzano

Sulle acque nella lunghezza del cielo.

Più case, architetti, incantevoli scambi di carne

Dolce e ossessiva – tutto questo

È lontano dalla canzone che bisognava scrivere.

 

-E di tutte le cose, gli specchi sono l’invenzione più impura.

 

Parliamo di case, di morte. Case sono rose

Da annusare molto presto, o di notte, quando la speranza

Ci abbandona per sempre.

Case sono fiumi diuturni, notturni fiumi

Celesti che sfolgorano lentamente

Fino a una baia fredda – che forse non esiste,

come una segreta eternità.

 

Parliamo delle case come chi parla della sua anima,

tra un incendio,

accanto al modello delle messi,

nell’apprendimento della pazienza di vederle ergersi

e morire con un po’, un po’

di bellezza.

 

(trad. di Domenico Arturo Ingenito, su Anterem, 12/2005 (XXX) Fascicolo LXXI L’ospite, pp. 32-5)

 

III

 

Non so come dirti che ti cerca la mia voce

e l’attenzione comincia a fiorire, quando avanza

la notte splendida e vasta.

Non so cosa dire, quando a lungo i tuoi polsi

si riempiono di uno stupendo brillare

e ti scuoti come un pensiero appena sovvenuto.

Quando, all’inizio del campo, il grano acerbo

ondula toccato dal presentimento di un tempo distante,

e nella terra che lievita gli uomini intonano la vendemmia

-io non so come dirti che in me cento idee

ti cercano.

 

Quando le foglie della malinconia si raffreddano con astri

accanto allo spazio

e il cuore è un seme inventato

nel suo fondo buio e nel suo turbine di un solo giorno,

tu trascini i sentieri della mia solitudine

come se la casa intera ardesse poggiata sulla notte.

-E allora non so cosa dire

accanto alla tazza di pietra del tuo silenzio così giovane.

Quando le creature si svegliano nelle lune spaventate

che a volte precipitano in mezzo al tempo

-non so come dirti che in me la purezza

ti cerca.

 

Durante la primavera intera e i trifogli aperti,

l’acqua soprannaturale, il lieve e astratto

scorrere dello spazio –

e penso che dirò qualcosa pieno di ragione,

ma quando l’ombra cade dalla curva impaziente

delle mie labbra, sento che mi mancano

un girasole, una pietra, un uccello – un qualcosa di

straordinario.

Perché non so come dirti senza miracoli

che dentro me sono il sole, il frutto,

la creatura, l’acqua, il dio, il latte, la madre

l’amore,

che ti cercano.

 

(trad. di Domenico Arturo Ingenito, inedita)