Si dice “euro” oppure “euri”? Vexata quaestio in tempi di crisi (anche del linguaggio)

Di SONIA CAPOROSSI

Tempo fa ho discusso con alcuni amici su facebook circa la vexata quaestio: “si può dire euri? euri sì, euri no? Declinare il plurale di euro fa tanto buzzurro e peracottaro?” In realtà, lungi dal consistere in un atto di buzzurraggine congenita, usare il plurale di euro è una sciccheria, una raffinatezza, un atto di soverchieria intellettuale senza tema e senza pari. Ed ora cercherò di spiegarvi perché.

La questione è semplice, e me la spiegò un linguista di Roma 3, l’insigne Paolo D’Achille sulla cui auctoritas non sto qui a disquisire, rimandandovi al massimo qui: per dirla in breve, il punto è che il lemma euri è ammesso sia grammaticalmente che nell’uso in quanto non rappresenta un prefissoide, ma consiste in una neoformazione vera e propria, brutta (se si vuole) ma sufficientemente buona in quanto decisa a tavolino dal Dipartimento Parti Teratologici dell’Unione Europea. La risoluzione della questione, grammaticalmente parlando, è infatti la seguente: i prefissoidi sono invariabili, i neologismi no, o almeno non necessariamente. Di conseguenza si può dire benissimo euri. Infatti, in Spagna e nel Regno Unito, il plurale euros è all’ordine del giorno, senza che alcuno storca minimamente l’appendice respiratoria.

Volendo approfondire la questione, la cosa si delinea in effetti come abbastanza chiara. Infatti, la Treccani Online recita testualmente: “prefissòide s. m. [comp. di prefisso e -oide]. – Termine introdotto in linguistica da B. Migliorini per designare quei primi elementi di parole, generalmente composte, che, avendo acquistato una certa autonomia lessicale, possono essere premessi a parole di qualunque origine: per es. auto- nel sign. di «automobile» in autorimessa, autostrada e sim.; moto- nel sign. di «motocicletta» in motofurgone e sim.; foto- nel sign. di «fotografia» in fototeca, ecc.; i prefissoidi di questo tipo più diffusi sono, oltre a quelli già nominati, aero-, elettro-, fono-, radio-, tele-, termo-. In senso più ampio, si possono far rientrare nella categoria dei prefissoidi, piuttosto che in quella dei prefissi, altri elementi lessicali che hanno acquistato autonomia per la loro sempre crescente produttività di nuovi composti; tra i più frequenti, nel lessico ordinario e più spesso nel linguaggio scient. e tecnico: auto- (nel sign. di «da sé»), bio-, filo-, foto- (nel sign. di «luce, luminosità»), gastro-, geo-, idro-, megalo-, micro-, miso-, mono-, neo-, oleo-, paleo-, poli-, proto-, pseudo-, super-, zoo-, e il più recente porno-. Molto numerosi sono i prefissoidi della terminologia chimica (amino- o ammino-, ciclo-, etil-, fenil-, idro-, nitro-, tio-, ecc., talora anche di notevole lunghezza, come dietilaminoetil- e molti altri), che in realtà sono da considerare piuttosto elementi compositivi e che convenzionalmente si continuano (anche in questo Vocabolario) a chiamare prefissi”.

Ora, è chiaro che radio, per esempio, considerato come prefissoide, non si altera. Quindi non forma plurale, a differenza di euro, che può ammettere declinazione numerica essendo stato concepito dall’Unione Europea come una neoformazione linguistica atta ad indicare la nuova moneta comune e non come prefissoide come accade al contrario in parole quali “eurovisione”, “euro festival” et similia; ciò perché per i linguisti dell’UE la parola euro detiene valenza autonoma dal punto di vista semantico e morfologico.

Il prefissoide, infatti, è un elemento morfologico originariamente derivato da una parola di senso compiuto che si comporta come un infisso, più precisamente, di norma come un prefisso, quanto a posizione e funzione. In casi come radio-, moto-, auto-, ecc.ecc. I prefissoidi NON si declinano. Poi, è  ovvio che ci siano altri casi di mancata declinazione, come ad esempio certe  abbreviazioni, ed è anche ovvio che ci siano addirittura sostantivi invariabili senz’ulteriore determinazione, spesso rappresentati da parole straniere sulla falsariga di “bar”; ma insomma, la questione precipua verte sui prefissoidi e sul fatto che euro nel senso di banconota non lo è, perché tale non è stato dall’UE considerato: ad esempio radio– è un prefissoide, ed è questo il motivo per cui non si declina, non certo a causa del fatto che sia un’abbreviazione generica.

Il motivo per cui euro può declinarsi non avviene invece nemmeno, come alcuni ritengono, perché trattasi di sostantivo maschile, perché anzi la sua “maschilità” deriva dal fatto che sia declinabile, non ne è la ragione! Infatti, euro potrebbe essere pure femminile, sul tipo di la radio, appunto, che in quanto originario prefissoide nel momento in cui è considerato a se stante come abbreviazione non declina (non fa “le radie”, ma rimane “le radio”); potremmo quindi dire che euro nel significato di banconota possa soltanto somigliare a un prefissoide e per questo viene scambiato dai parlanti per un prefissoide perché a volte lo si usa nelle parole composte come tale, per esempio in “eurozona”. Anzi, molto probabilmente è proprio questo il motivo per cui in Italia lo percepiamo come invariabile! Ciò non toglie che nel significato di banconota, euro non è e non sarà mai un prefissoide; se infatti fosse un prefissoide non declinerebbe lo stesso indipendentemente dal genere; invece, tengo a ribadire, può declinarsi perché è una neoformazione, stabilita a tavolino dalle commissioni linguistiche dell’UE per indicare la banconota comunitaria: in quanto tale, è sostantivo a tutti gli effetti, e a differenza dei prefissoidi, le neoformazioni sostantivali ammettono struttura grammaticale completa, dunque ammettono anche il plurale. In sostanza, e per concludere, l’assurda pretesa italiana di non declinare euro è sbagliata, euri si può dire benissimo, e infatti in altre lingue il plurale c’è, come attestano la presenza e l’uso di euros altrove.

Per riassumere, è fondamentale dal punto di vista linguistico porre la differenza fra neoformazione sostantivale e prefissoide appunto per far capire perché, in quanto sostantivo, euro declina, se invece fosse prefissoide non declinerebbe. Basilare è anche, per contrasto, l’acquisizione della coscienza linguistica dell’esistenza della categoria del prefissoide, identificata per la prima volta da Bruno Migliorini; giacché il motivo per cui in Italia tendiamo a non declinarlo, è che lo percepiamo erroneamente come tale.

Poi è ovvio, delle regole possiamo infischiarcene, nella coscienza collettiva dei parlanti italiani ha vinto il plurale invariabile euro, euri ormai suona male e da qui non ci si schioda: lo dicono i linguisti stessi, la lingua è l’uso che se ne fa, come si evince dall’articolo in lettura cliccando qui. Certo, anche nelle questioni economiche e finanziarie la moneta è l’uso che se ne fa, come sappiamo bene in tempi di crisi, e non solo del linguaggio consapevole.

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