Un'opera d'arte vivente: Elizabeth Taylor
Un’opera d’arte vivente: Elizabeth Taylor

Di VINCENZO LIGUORI

V

L’esistenza del bello non è più un problema come invece lo fu quando vi si ricorreva per mancanza di argomenti o in sostituzione di un piacere che non si poteva manifestare. Il bello è ormai sepolto insieme ai monumentali resti della terza Critica kantiana con la quale tuttavia ebbe la sua definitiva consacrazione. Quando Kant, cioè, gli edificò una cattedrale che poi lasciò cadere sotto il suo stesso imponente peso. Il bello, allora, per la prima volta, ebbe la solida consistenza di un oggetto e l’inequivocabile forma di un libro. Da quella volta in poi, insomma, il bello ebbe finanche un titolo, lo si poté sfogliare, portare sotto braccio o infine, annoiati, riporre su uno scaffale.

Il bello non pone più problemi, si diceva. L’arte ne fa volentieri a meno e all’estetica, che un tempo del bello aveva fatto il suo esclusivo interesse, oggi non rimane che trovare nuovi passatempi. L’illuminante esempio che all’Università di Monaco Weber costruisce dinanzi a un’assemblea di studenti e colleghi, rende perfettamente conto del disagio in cui questa disciplina ancora annaspa. «Il fatto che vi siano opere d’arte», dice Weber in quella occasione «costituisce, per l’estetica, un dato. Essa cerca di stabilire a quali condizioni questo fatto si presenti», eppure stranamente «[…] non si chiede se debbano esservi opere d’arte» (M. Weber – La scienza come professione). Con altre parole, noi avremmo semplicemente detto: che vi siano soltanto opere d’arte e non un piacere qualsiasi, rende vuota l’arte e inutile ogni estetica. Che l’estetica, senza dedicare neanche un rigo o una virgola d’inchiostro al tema del piacere, tenga conto soltanto degli “oggetti d’arte”, che si dilunghi in stucchevoli approssimazioni sul senso dell’arte, lo stile, la sua storia o che dedichi il suo tempo migliore a cavillare su argomenti che stanno a cuore soltanto ad un manipolo di ottusi accademici, la rende anacronistica e assolutamente insopportabile.

Oggi l’arte non vuole consolare più nessuno. Come lucidamente ricorda Wagner, sono finiti i tempi in cui essa era la dilettevole «distrazione di annoiati» (R. Wagner – L’Arte e la Rivoluzione). Proprio per questo essa deve essere consumata, sperperata, divorata fino all’ultimo boccone come quel piacere che infine procura. Come quel piacere che il nostro tempo, tediato dal bello, adesso con forza le chiede.

[Continua…]

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