Indiscrezioni sul bello. Prolegomeni alla fondazione di un’estetica del piacere 3/6

Raffaello, "Giustizia", 1508, Stanza della Segnatura, Musei Vaticani
Raffaello, “Giustizia”, 1508, Stanza della Segnatura, Musei Vaticani

Di VINCENZO LIGUORI

III

L’etica non è che un corpo. Il bene, che molti credono sia il suo contenuto, è soltanto un secondario accidente. Nulla di vago vi è in un’etica. Anzi, si potrebbe dire addirittura che il corpo è la sua parte tangibile e consistente, la sua res extensa. Dove regna un corpo, insomma, vi è sempre un’etica che accampa le sue pretese: questo si deve sapere.

L’etica nasce già con un corpo, un suo corpo su cui allungare le mani. Tutto il resto, ossia quel variegato complesso di scritti normativi, princìpi e regole pratiche che inutilmente distinguono un’etica da un’altra, non è che una futile e noiosa astrazione. Al corpo l’etica ha dedicato il suo tempo migliore, parole da aedo, le attenzioni di un amante. Quando Seneca, ormai vecchio, scrive le sue Epistulae morales è al corpo di Lucilio che pensa, e attraverso quello, al corpo di tutti i Romani.

Marco Aurelio, intanto, fa di più. È per se stesso (ta eis eautòn) che scrive i suoi Pensieri: un’etica da accampamento militare, vergata indossando calzari da condottiero.  Egli costruisce un’etica circolare, ripiegata su se stessa, un’etica in cui il corpo che essa deve raggiungere è il medesimo di chi l’ha concepita. Non ha altre ambizioni, quest’etica, che arrivare là da dov’era partita senza nessun’altra intermediazione. La forma scritta in cui si presenta, non è più che l’esempio di un desiderio esaudito e di una promessa mantenuta.

Un’etica, dunque, non nasce per una moltitudine di corpi come una politica o come le leggi di uno Stato. Essa dà il meglio di sé al cospetto di un solo corpo, dinanzi al quale è pronta a fare follie. Finanche un trattato di politica come l’Etica Nicomachea di Aristotele ne prende atto: «[…] ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo», dice tra i denti, ma poi si ricorda della sua missione politica e aggiunge con convinzione: «[…] ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città.» (Aristotele, Op. cit.). Aristotele cede il solitario bene di un unico individuo per quello di un intero popolo; baratta, cioè, la singolarità di un’etica con la molteplicità di una politica. Invece, non vi è nessun corpo nei Principia Ethica di Moore. Nessun corpo cui l’etica possa far sentire la sua ingombrante presenza. Nel suo metodo analitico, l’etica si astrae. Nel tentativo di trovarne il fondamento autentico, il filosofo la riduce alla trasparenza di una carta velina: «Il bene è il bene. Fine della questione» (G. E. Moore, Principia Ethica), sentenzia con apodittica soddisfazione. Intanto l’etica lo raggiunge con un ceffone e lo inchioda alle sue responsabilità. Lo bracca, lo scuote, lo strattona. Ma non un corpo degno di questo nome sopravanza alle pagine della sua Ethica da accademia. E ciò che Moore ci lascia, come si sa, sono soltanto Principia per un corpo a venire, un corpo ideale.

Vi è una controllata ambizione nell’Ethica di Spinoza. Lo sforzo che essa compie per mettere le grinfie sul corpo per eccellenza, si palesa in poche pagine e appena alla Proposizione 11: «Dio, ossia la sostanza che consta di infiniti attributi, di cui ognuno esprime eterna e infinita essenza, necessariamente esiste» (B. Spinoza, Op. cit.). Tutta la sua etica è qui racchiusa, nell’esistenza di quella sostanza infinitamente illimitata (una sorta di corpo dei corpi) che con lingua da filosofo egli chiama, senza timori e vergogna, Dio.

Ma che splendore, invece, nelle parole di Seneca. Ci bastano appena quel timido «Caro Lucilio» con cui si rivolge all’amico o il laconico «Addio» con cui chiude ogni lettera, per ammirare la grandezza di un’etica scritta come si deve. Il destinatario di quelle parole – il corpo di Lucilio, dicevamo – rimane silente come ogni corpus homini, se ne sta in attesa, immobile, eppure vibra di emozione mentre il canuto filosofo cesella per lui un’etica come Dio comanda.

Sono magistrali anche le parole che Kant mette in fondo alla sua seconda Critica. Si conoscono a memoria e non ho voglia di ripeterle. Eppure anche quella legge morale che egli richiama in opposizione al cielo stellato, dopotutto, aveva trovato un suo corpo.

[Continua…]

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