Di EZIO SAIA

L’articolo di Sonia Caporossi La crisi del linguaggio filosofico nella seconda modernità: una riflessione dal sottosuolo mi ha spinto ad alcune riflessioni che, confermando sostanzialmente i suoi giudizi, seguono, tuttavia, un diverso percorso.

Nel 1905 B. Russell pubblicò On denoting. Il saggio trattava dell’uso del articolo determinato “il” e affrontava tre ordini di problemi: la questione ontologica di entità quali “il quadrato rotondo” a cui l’amico Meinong assegnava un’esistenza al di là dell’essere e del non essere, la distinzione di Frege fra senso e significato, il senso e la verità di proposizioni quali “L’attuale re di Francia è calvo”. Trattando la questione dello statuto dell’articolo”il”, Russell intendeva occuparsi di filosofia della matematica e di tutti quei teoremi del tipo “Il massimo della funzione…”, “La derivata della funzione…” ma, indipendentemente dalle questioni poste e dalle soluzioni prospettate, concludeva rivendicando la scoperta di una struttura logica profonda spesso occultata dalla forma grammaticale spesso ingannevole, ambigua e logicamente errata.

Di fatto Russell aveva fondato con Frege, la cui posizione era stata esposta in saggi quali “Senso e significato” e “Concetto e oggetto”, la moderna filosofia del linguaggio, o meglio, quella che oggi nelle università viene chiamata “Filosofia del linguaggio”. Forse impropriamente perché in forme simili o totalmente differenti, molta filosofia del secolo scorso ha per oggetto il linguaggio.

Sia per Frege che per Russell e, più tardi per il Wittgenstein del Tractatus le condizioni di comprensibilità del linguaggio andavano cercate nella struttura logica profonda dove questo termine comprendeva la logica proposizionale, quella degli insiemi e quella delle relazioni.

La contrapposizione fra superficie e profondità  ricompare nelle teorie linguistiche di Chomsky. Chomsky non individua però la struttura profonda delle lingue nella logica, ma in una grammatica comune a tutte le lingue. Non una teoria, che come la grammatica di Harris, individui delle regole di formazione e trasformazione per giudicare la correttezza delle frasi ma una teoria ricorsiva della grammatica che, generi, con regole di riscrittura, tutte le frasi corrette di una lingua. In questo contesto, Chomsky introduceva l’idea di una struttura profonda comune a tutte le lingue e di un innatismo, prodotto dell’evoluzione e in grado di spiegare la capacità degli uomini di creare sempre nuove frasi.

Con Heidegger giungiamo a un punto critico. Per Heidegger il linguaggio non coincide con l’Essere, come affermerà qualche suo interprete, ma è la casa dell’Essere. Per conoscere l’Essere bisogna dunque introdursi nella sua casa per studiarla e vedere come ci vive; ma il linguaggio di cui parla Heidegger non è il linguaggio della filosofia, della logica o della scienza indicato da lui come quel “linguaggio della metafisica”; che ha smarrito e occultato l’Essere; un linguaggio indigente ad esprimere la filosofia dell’Essere.

Non dico che Heidegger abbia scoperto l’acqua calda ma che il linguaggio fatto di parole non riesca a trasmetterci e a dirci tutto lo sappiamo da sempre. Che il linguaggio non riesca a trasmetterci ciò che ci trasmettono la musica, la danza, la poesia, il romanzo, la pittura, la scultura, lo sappiamo da sempre. Lo sa bene chi ha cercato di tradurre in parole le emozioni che ci trasmette la musica che, non ha altre armi che le metafore o la mera descrizioni degli spartiti.

Mi pare che Heidegger abbia parlato poco di musica. La sua estetica si limita al commento di qualche verso di due o tre poeti. Anche Croce parlò poco di musica e, se ricordo bene, si limitò ad affermare che la musica è ritmo. Mi chiedo se questi grandi filosofi fossero sordi. In ogni caso la musica è, si, ritmo ma è anche timbro, melodia, armonia, ecc. Individuare nel rimo l’essenza della musica è proprio da barboni della filosofia. Peccato che Heidegger e Croce non siano andati a lezione da Adorno.

In ogni caso il linguaggio di cui parla Heidegger è quello della poesia. La poesia, dove l’Essere, in parte, si rivela, è una via che consente un viaggio a ritroso nei secoli per riprendere contatto con l’Essere. Un percorso che prosegue col ricupero della sua genesi etimologia. Lo sanno i linguisti che si occupano di etimologia di essere i “veri” filosofi? Probabilmente no; e infatti, non lo sono: per fare un lavoro così delicato ci vogliono filosofi coi baffi, anzi un solo filosofo: l’unico, incommensurabile, infinito Heidegger.

Carnap ed Heidegger

In un suo articolo del 1932 (Uberwindung der Metaphysik durk logische Analyse der Sprache) Carnap polemizza contro la metafisica e contro quei termini che. non avendo alcun riferimento empirico o riconducibile, assumono significato metafisico. Nell’articolo il bersaglio polemico è l’uso del termine ‘Nulla’ in Heidegger di cui Carnap cita un passo tratto dal saggio Cos’è la metafisica? [i] del 1929: «indagato dev’essere l’ente soltanto e – null’altro; l’ente solamente e inoltre – nulla; l’ente unicamente oltre a ciò –  nulla. Come sta la cosa con questo nulla? … esiste il nulla solo perché c’è il Non, ossia la Negazione? O forse la cosa sta inversamente? Esiste la negazione e il Non esiste solo perché c’è il nulla?»[ii]  .

La conclusione di Carnap, dopo attenta disamina di espressioni contenenti il termine ‘nulla’, è che alcune proposizioni possono essere tradotte in equivalenti in cui il termine ‘nulla’ non compare mentre altre sono irrimediabilmente prive di senso o addirittura contraddittorie. A questo punto Carnap ricorda come la circostanza non sia affatto ignorata da Heidegger il cui commento, riportato da Carnap, è il seguente « “Domanda e risposta riguardanti il Nulla sono allo stesso modo, assurde […] La regola solitamente addotta, il principio di contraddizione esclusa, la logica in generale, sopprime questa domandaTanto peggio per la logica! [….]La stessa idea della ‘logica’ si dissolve nel vortice di un interrogativo più originario, per poi concludere che il non senso metafisico sia un surrogato dell’arte.»[iii]

Lo stretto rapporti tra arte e filosofia è, secondo Carnap, confermata dal fatto che Nietzsche, “nell’opera in cui egli esprime con la massima efficacia ciò che altri dicono per mezzo della metafisica o dell’etica, ossia in “Così parlò Zarathustra”, non sceglie l’equivoca forma teoretica, ma si decide apertamente per la forma dell’arte, la poesia.».[iv]

Di fronte a queste affermazioni concordanti di Heidegger e di Carnap si possono inferire due cose:

1) Heidegger rifiuta di sottomettere la sua speculazione alla compatibilità coi principi logici,

2) Heidegger è perfettamente cosciente della natura poetica del suo filosofare.

Il rifiuto della logica suscitò le proteste degli “analitici” ma dopo il grande sviluppo della teoria della dimostrazione, dopo il teorema di Goedel, dopo le logiche paraconsistenti o a coerenza parziale, oggi non appare più così traumatico come poteva apparire quando Heidegger lo scrisse.

Al contrario quello stesso rifiuto non scosse più di tanto i “continentali”: se forme di verità ci vengono trasmesse attraverso i “romanzi”, questi si esprimono sia tramite personaggi e mondi inventati ma verosimili sia attraverso romanzi e favole di fantasmi, di demoni, di maghi, di fate, di personaggi impossibili come Pinocchio che non solo non rispettano la “verità dell’esistere reale” ma neppure la coerenza logica. Mondi di favole, che pur nella loro debordante falsità, e incoerenza, sono tuttavia altrettanto vivi e vitali nella nostra cultura.

Non sbaglia Carnap nell’individuare in Heidegger e in Nietzsche non tanto un destino ma un normale approdo letterario, poetico, affabulatore della filosofia “continentale”, sbaglia nel considerare in blocco questo approdo come una degenerazione della filosofia. Del resto la “separazione” dei due modi di filosofare era già iniziata molto prima.

L’era del grandi sistemi, che ricomprendevano tutto lo scibile, e dei grandi filosofi informati su tutto, anche sulla fecondazione artificiale dei coleotteri, è finita con Hegel. Dopo di lui la speculazione filosofica tende a basarsi su ciò di cui ha conoscenza. I filosofi  non sono più onniscienti.

La filosofia quasi si specializza come filosofia impostata come sapere umanistico-storico-letterario (scienze dello spirito) o come sapere logico-scientifico (scienze della natura). Da una parte l’attenzione è posta alla poesia, all’arte alla storia, dall’altra al progredire delle scienze e ai suoi metodi, assumendo quel carattere duplice e contrapposto che oggi caratterizza l’opposizione analitici/continentali.

L’opposizione tra filosofie analitiche e filosofie continentali si esprime anche nelle modalità di procedere.

Importante è il trattamento dei termini ’vaghi’, in sospetto di senso metafisico. Un sospetto grave almeno da quando Kant, inaugurando la Filosofia Critica, tentò di mettere al bando la metafisica e di tracciare quel confine di senso che cominciò ad assumere, prima con Frege e Meinong, poi con Russell e Wittgenstein valenze logico-linguistiche sempre più forti. Il problema dell’identificazione del senso diventa nel secolo scorso un problema vivo sia in riferimento alle parole, che ai concetti, che alle teorie. Tanto più vivo quanto più si cerca di specificare il senso di quei termini ‘vaghi’. Una specificazione che secondo gli analitici deve essere avvenire secondo definizioni esplicite e secondo i continentali per via contestuale. Il “continentale” usa, in genere, termini come ‘Nulla’ senza porsi domande di senso o definizione ma semplicemente procedendo sicuro che sarà la discussione, l’elaborazione, la narrazione a dare loro un senso. Al contrario un pensatore analitico cercherà sempre una definizione esplicita o comunque almeno parzialmente esplicitabile.

Una definizione esplicita deve comunque:

 1)avvenire secondo le regole di una grammatica con determinate caratteristiche di garanzie logiche,

 2) deve aggregare termini di cui sia noto il senso.

Siamo in sostanza alle prese con la logica di un dizionario dove l’interdefinizione è obbligatoriamente circolare e dove, per uscire dalla circolarità, si deve approdare a un sistema di termini indefiniti primitivi o a contesti extralinguistici.

Non avviene dunque a caso che i continentali approdino spesso a filosofie avverse a ogni tipo di fondamento e che gli Analitici si affidino all’assiomatica, a termini primitivi e, nel caso del neopositivismo, a regole di formazione e trasformazione di e su protocolli empirici, generando spesso infernali meccanismi di proliferazione il cui meccanismo è il seguente: si costruisce una teoria sul mondo e ci si chiede se è vera; per rispondere a questa domanda bisogna, però, sapere cosa si intende per “verità” e quindi avere una teoria a questo riguardo. In tal modo avremo non più una sola teoria, ma due ed entrambe dovranno, essere giustificate da altre teorie e queste, a loro volta da altre. In fondo la teoria di Tarski produce questo meccanismo: costruisce una semantica per il concetto di “verità” e ottiene come risultato una gerarchia senza fine di linguaggi, ciascuno con il suo concetto di verità. Ognuna di questa verità verrà definita, sempre, nel linguaggio di ordine superiore. Questo è il meccanismo gerarchico che genera mostri come le antinomie, le cause incausate, i motori immobili.

Il miracolo del “senso” non avviene e non avverrà fino a che continentali e analitici non troveranno quelle modalità di reciproca fecondazione, senza le quali è naturale che i primi finiscano per narrare e i secondi per ipotizzare e dedurre su ipotesi. Ma almeno una via d’uscita c’è e l’ha indicata Wiener con la cibernetica che si è dimostrata capace di trattare quella logica circolare proprio quell’operare di “senso” dalla parte al tutto e dal tutto alla parte, che caratterizza l’operare continentale. Purtroppo da un punto di vista filosofico la cibernetica si trova in una situazione simile a quella della logica dopo Boole e attende un Frege che inizi ad esplicitarne le regole.

[ii] Tratto da Carnap Il superamento della metafisica mediante l’analisi del linguaggio. Saggio inserito ne Il Neoempirismo U.T.E.T, 1969 p. 504

[iii] Id. p. 519

[iv] Id. p. 531

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