Alberto Rossi, “Nonsense e Popular Music” (MMC Edizioni 2014): capitolo II, 1/4

Alberto Rossi, "Non sense e popular music", MMC Edizioni 2014
Alberto Rossi, “Non sense e popular music”, MMC Edizioni 2014

Pubblichiamo per intero per gentile concessione dell’Autore, in quattro puntate, il secondo capitolo del saggio musicologico “Nonsense e Popular Music” di Alberto Rossi uscito nel 2014 per la MMC Edizioni. Ecco la prima parte.

Di ALBERTO ROSSI

To be is to do” – Socrates
To do is to be” – Jean-Paul Sartre
Do be do be do” – Frank Sinatra

Kurt Vonnegut Jr

2.1 Cos’è la popular music?

Prima di capire come e perché il nonsense e la popular music sono tra loro strettamente legati è necessario capire cos’è la popular music. Richard Middleton (1994: 19-58), fra i massimi studiosi nel campo, fa notare come ci sia ancora scarsa consapevolezza del termine, tanto che alcuni lo associano alla musica popolare, altri addirittura fondano la definizione di popular solo ed esclusivamente in base alle vendite di un determinato prodotto musicale1. La popular music potrebbe allora essere definita come un contenitore di tutta quella musica, generalmente (ma non necessariamente) destinata alla fruizione su larga scala, che non può essere descritta né come musica classica2, né come jazz, né come musica folk. Questa definizione negativa appare purtroppo necessaria poiché risulta molto difficile, se non improbabile, trovare dei campi comuni tra le più diverse esperienze della popular music (dal crooning al pop, passando per il blues, il rock, la disco, il soul, il rap). Perché allora si sente la necessità di porre tutti questi generi in un unico termine contenitore? Per il semplice motivo che tutte queste sotto-etichette presentano dei confini troppo sfumati e troppo spesso accade non solo che due o più di essi si sovrappongano e si mescolino3, ma anche che sia proprio impossibile dire a quali dei sottogeneri appartenga un particolare sound: Solex è pop o rock? I Rage Against The Machine sono rock o rap? Captain Beefheart è blues o rock? I Bran Van 3000 pop o rap? E la techno tutta è rock, è disco, o è magari un ulteriore sotto-genere?

Non solo, il contenitore popular music è necessario anche perché è costruito attorno a una fruizione che è la stessa per tutti i suoi sotto-generi, ovvero quella su disco. Ovviamente esistono dischi anche di musica classica, jazz e folk, ma nessuno di questi tre generi è espressamente pensato per essere messo su disco. La musica classica infatti nasce su pentagramma e solo in seguito viene resa concretamente da un’orchestra, cosa che peraltro può generare delle differenze più o meno notevoli in base a come ogni singola orchestra interpreta la composizione4; il jazz è una musica pensata per essere eseguita dal vivo, tanto che molto raramente i dischi sono riusciti a esprimere alla perfezione il suo contenuto emotivo, per non parlare dall’ampio valore dato da questo genere all’improvvisazione, che ovviamente non può essere registrata se non in una sola delle sue infinite possibilità; la musica folk fa parte della tradizione popolare, quasi sempre trattandosi di canzoni tramandate oralmente di generazione in generazione e arrivate sì fino ai giorni nostri, ma chissà con quante variazioni rispetto alla loro versione originale. La popular music è invece raramente scritta su carta (spesso è anche difficile farlo perché contiene linguaggi diversi da quelli classici, tanto che le riscritture su pentagramma fatte in seguito all’uscita di una canzone sono quasi sempre foriere di numerose imprecisioni [Middelton, 1994: 151-59]), non è parte della tradizione orale e in genere viene presentata dal vivo solo in seguito alla sua registrazione, registrazione che comunque viene considerata come l’unico originale di cui le riproposte dal vivo non sono altro che variazioni sul tema.

Il termine “popular music” diventa poi ancor più essenziale nel nostro paese. Ci si potrebbe infatti chiedere perché non tradurre il termine in un più accessibile “musica popolare”. La risposta la fornisce con perfetta puntualità Franco Fabbri (2008: 17-18) nel suo saggio intitolato appunto Perché la chiamiamo popular music?, scritto come replica a chi gli dava dello snob perché usava il termine inglese:

In Italia c’è una tradizione di discorsi e di studi intorno alla musica popolare, e si è sempre sottinteso che si trattasse di musica della tradizione orale. Il riferimento dominante, per quell’aggettivo, è la nozione di «popolo».

C’entra Gramsci, naturalmente. Nei paesi anglosassoni sussiste perlomeno un’ambiguità tra popular come «del popolo» e popular inteso come «che piace a molti», con una certa prevalenza del riferimento alla popolarità.
Dato che in quella lingua la musica di tradizione orale è già indicata dal senso comune come
folk music, non c’era dubbio che parlando di popular music si intendesse la musica di larga diffusione che circola attraverso media come il disco, la radio, la televisione. Così, quando una ventina d’anni fa5 è stata riconosciuta la necessità di un campo di studi che affrontasse le musiche dei media, si è cominciato a parlare di popular music studies. Bisogna anche dire che gli studiosi di lingua inglese quando si occupano di musiche di tradizione orale usano il termine traditional music. Sono, in effetti, campi di studio molto specifici: in uno ci si occupa dell’estetica del sound, del copyright nell’era dei campionatori, di Dylan o dei Radiohead, di sessualità e videoclip, di lessici del rap o dei cantautori; nell’altro ci si occupa di trance e ritualità, di politiche del corpo nelle danze tradizionali, della diffusione di strumenti a corde sfregate in diverse aree del Mediterraneo, di vocalità dei tenores sardi o dei pigmei Ba’ Benzele. Il fatto che si tratti di campi di studi e di discipline diverse non impedisce, anzi rende ancora più produttivo l’incontro su argomenti che mettono alla prova diverse competenze (la trance dei tarantolati e i comportamenti in discoteca, l’elettrificazione delle musiche di tradizione e il movimento opposto, la «contaminazione» della popular music). Purtroppo, «musica popolare» non è una traduzione accettabile di popular music. E dato che non abbiamo tradotto parole come jazz, come rock, come blues, come fado, come Lied, non si vede perché dovremmo sentirci degli snob a non tradurre popular music.

[…]

La popular music è già abbastanza articolata in sé, e ha ampi insiemi di frontiera che condivide con altre musiche: confonderla (per di più volontariamente) con la musica popolare serve solo a confondere le carte. Quella sì che è una cosa da snob.

(Fabbri, 2008: 17-18)

1Definizione erronea e fallace che può essere attaccata da più punti. Se per assurdo la settimana prossima dovesse esserci un boom nelle vendite della IX Sinfonia di Beethoven e questa dovesse schizzare in testa alle classifiche, si potrebbe allora etichettare come popular music? E Beethoven sarebbe un musicista popular?
Non solo, ma potrebbe anche accadere (e difatti è accaduto parecchie volte, e si pensi al caso eclatante del Pet Sounds [1967] dei Beach Boys) che un disco commercialmente trascurato al momento della sua uscita riesca a ottenere successo dopo diversi mesi, a volte dopo anni. La musica contenuta in quel disco passerebbe allora da uno status di non-popular ad uno status di popular?

2Molti studiosi prediligono i termini “musica d’arte” o “musica colta” allo scientificamente meno preciso “musica classica”, sostenendo che la musica classica riguardi solo un periodo della musica colta, ovvero quello che andrebbe più o meno da Monteverdi a Mozart, e che poi lasciò spazio alla musica romantica (si veda a tal proposito: Surian 2002). In effetti “musica classica” conterrebbe un anacronismo, soprattutto quando si parla di “musica classica contemporanea”, poiché quel che è contemporaneo non può essere classico. Il sottoscritto aborre però i termini “musica colta” e “musica d’arte” poiché questi denoterebbero una superiorità artistica o culturale di una determinata tradizione musicale su tutte le altre, escludendo quindi che il jazz, il rock o il folk possano produrre opere artistiche o colte e dando per scontato che qualsiasi composizione faccia parte di quella tradizione sia in effetti opera d’arte od opera colta (e sinceramente mi riesce difficile pensare a un Giovanni Allevi, per citare un compositore molto conosciuto, come a un musicista colto, figuriamoci un artista). Si preferisce per questo, in mancanza d’altro, il termine “musica classica”, anche a testimoniare come i suoi compositori contemporanei si situino comunque nel solco di quella tradizione occidentale.

3Cosa che può accadere anche tra generi popular e generi altri, come le decise incursioni nel jazz dei Soft Machine e le ancor più decise incursioni nella musica classica di Klaus Schulze.

4È pur vero che a partire dagli anni ’50 compositori classici come Karlheinz Stockhausen, Luciano Berio e John Cage hanno registrato su nastro magnetico i loro lavori o parte di essi, ma è difficile negare l’influenza che ha avuto la popular music su questi esperimenti.

5Il saggio è del 2002, quindi fa riferimento all’inizio degli anni Ottanta.

[Continua]

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