Di GIOVANNI CECCANTI

Mentre Adeline si stava preparando in bagno, qualcosa di meraviglioso successe. Quella sensazione era tornata a vivere. L’anticamera! Quell’aspettativa dorata che le due sorelle avevano umiliato e prostrato con un unico sguardo di disapprovazione stava adesso prendendo le sembianze sperate, ma inaspettate, di un’infantile notte di Natale. Sembianze diverse, oramai credute disperatamente ignote, ma riconoscibili e certe per essere quello di cui aveva bisogno. Prese allora a ballettare da un’ala all’altra del palazzo come un cucciolo in vista della sua ciotola ricolma. Il corpo, come per un’abitudine dura a morire, continuava però a tenere rigida e sbilenca la gamba da ritenersi offesa; poteva, con questo, divertirsi a sdilinquirla a piacimento, come una dimenticanza, soltanto accennando una sua piegatura improvvisa, o, fermatosi in un angolo, alzandola lentamente all’altezza dei fianchi, gesto recondito nella sua memoria, mentre un sorriso commosso gli affossava lo sguardo nelle sue palpebre incredule. Dovevate vederlo! Dovevate vedere come si divertiva a scivolare sui pavimenti lisci offrendosi spettacolo di quel cielo tanto odiato e grigio e di quelle mura così tetre!

Correva. Potevate vederlo correre. E questo suo allenamento – si allenava per l’imminente missione! – lo portò, di nuovo modesto, un poco piegato, ma molto meno arcigno, alla sua camera nuziale, laddove era arduo, ma si doveva fare, aspettare ancora l’adorata Adeline.

«Ady fai presto!» le gridò quasi involontariamente e in falsetto rivolto alla porta socchiusa del boudoir. Rispose un mascherato consenso, che voleva forse, nelle sue intenzioni, ridimensionare quella gioia fanciullesca, ridicola e troppo improvvisa, come ridicole erano state in passato tutte le sue rappresaglie alla vita. Anche adesso, il conte, si stava comportando secondo lo stesso istinto frustrato. Voleva tarpare un poco quelle goffe ali, questo cercava di fare Adeline con la sua flebile risposta. Non c’era nulla, nella sua carne, che dava riprova del cambiamento avvenuto nella sua testa. Come si poteva essere sicuri che sarebbe durato? Così, dalla gioia che come in uno specchio si era insinuata in lei alla vista di un tale risultato dei suoi buoni propositi, adesso quell’eccesso di adrenalina le stava iniziando a dare sui nervi.

Poco prima che lei uscisse – si stava lavando, come sempre faceva dopo mangiato, e dopo avrebbe indossato la biancheria adatta alla cavalcata e i vestiti d’uopo – Brudenell si accovacciò sul letto dalla parte di lei, la destra, per sostare il suo cuore pulsante e contemplare quella che forse – restiamo nel dubbio, è meglio – poteva essere una rivelazione.

Si distese. Affondò la testa nel cuscino profumato e rosa. Tese per bene le gambe e auscultò tutti i suoi muscoli indolenziti. La pratica in sé non lo preoccupava affatto, o almeno solo un poco. Fissò intontito il soffitto a cassettoni; poi, quando si voltò ansimante assieme al suo corpaccione indurito, scorse, senza farci troppo caso, la costola di un libro sul comodino di Adeline. Stava per chiederle cosa stesse leggendo ma si trattenne. Allungò invece la mano e afferrò l’oggetto. Era una nuova vita questa, una vita d’indipendenza! Lesse su. La sua espressione, da ebete che era, diventò d’un tratto rabbuiata. Le sue folte ciglia ebbero un sussulto e a caduta il resto dei suoi lineamenti. Sulla copertina aveva letto il titolo del libro: Letters from a staff officer in the Crimea. L’autore, ahimè, lo conosceva fin troppo bene: Somerset Calthorpe. Una vecchia conoscenza. Il genere di nomi che si spera non udire mai più per il resto dei nostri giorni. Non gli ci volle molto per fare due più due. Tutto divenne presto molto più chiaro. Le due sorelle, quella mattina… Ah! Non poteva immaginarselo. Eppure era anche la più semplice e ovvia delle soluzioni. E Adeline… Perciò forse questa concessione, questa sorta di grazia al moribondo; doveva essere come un’estrema unzione, dal suo punto di vista, un contentino rasserenante al povero vecchio. Lui ama i cavalli, poverino, e diamogli i cavalli. Lasciamo che ignori ciò che tutti adesso sanno. Che coltellata che lei l’avesse comprato! Un momento… E la sua battaglia… Perduta? Buttata via per una squallida tentazione? Atroce questione. Si era comportato davvero come un bambino. Solo adesso lo capiva. Come aveva potuto pensare in un modo così semplice e facilone? La vita non è semplice! si convinse. E quel libro… Quel libro, in quel momento, significava solamente porre una garanzia e un timbro su tutte le allusioni e le voci che erano montate in tutti quegli anni. Di Calthorpe la gente si sarebbe fidata. A Calthorpe – il vero eroe, un vero soldato, un autentico inglese – avrebbero costruito statue d’oro. Sì, perché lui sapeva. Avrebbero intitolato le città a lui! Sarebbe andato lui adesso dalla regina! E il conte? Cosa sarebbe capitato al conte? Nessuna recita avrebbe più potuto arginare tanta presunzione – la presunzione di un popolo intero! – nessuna messinscena avrebbe più convinto nessuno, né del resto gli avrebbe più restituito la forza necessaria; ognuno sarebbe stato giudice e carnefice, e ben contento di esserlo! Sarebbe stato un massacro, un processo continuo. Soluzioni? Un abisso si aprì sotto il povero Brudenell. Mai tanta gioia fu più effimera. Sfumò tutta nel panico più nero.

«Arrivo!» disse in fretta Adeline. Quindi uscì che già era pronta per montare a cavallo: le mancavano solo gli stivali.

«Beh? – urlò – Ancora lì stai? Avanti! James, alzati e cammina!» disse poi con un tono volutamente impostato; e si mise a ridere di gusto, felice della sua battuta e del teatrino che aveva, involontariamente, rimesso in piedi. Brudenell non diede ad intendere la sua recente, straziante scoperta. Si limitò ad alzarsi e a seguire sua moglie fuori dalla residenza, verso le scuderie.

Tutto era bianco, neppure le praterie sembravano esistere più. La nebbia si era inghiottita tutto. Strigliarono e sellarono due cavalli, Adeline si prese Harmony e Brudenell Wildfire, il suo vecchio ma ancora prestante stallone con cui ogni sabato mattina era solito andare a caccia. Un tempo aveva montato tutte le cavalle in loro possesso. Una bestia da monta e da galoppo, un purosangue scozzese costato un occhio della testa. L’avrebbero dato via da tempo se non fosse stato per l’affetto che, nascostamente, Brudenell continuò a instillare in lui, goccia dopo goccia.

Gli altri cavalli strepitarono e scalpicciarono a lungo, stanchi delle loro stalle e infreddoliti dai portoni aperti. Quando furono finalmente fuori Adeline tenne fermo Wildfire mentre Brudenell si aiutava con un panchetto a salirci sopra. Non era mai salito così sopra un cavallo. Dopo vari e vani tentativi riuscì, tenendosi alla folta e ispida criniera, a montare in groppa a quel gigante. Gli mancò il respiro, e non solo per la fatica. La scottatura di poco fa lo teneva imbambolato sul trespolo scomodo delle sue domande. Sua moglie Adeline era in un estatico fermento che alternava momenti di calda soddisfazione ad altri di malcelato fastidio, quasi si sentisse una madre che cede alle bizze di un figlio. Ella gli apparve per la prima volta quanto mai splendida e fatale, nella sua posizione tenuta come da manuale, l’adorabile schiena ben dritta e le sottili cosce strette contro l’irsuto torace, mentre Harmony soffiava e nitriva di gioia. Aveva deciso di indossare il suo cap sui biondi capelli sciolti, che le cadevano serici sulle spalle magre e ricoperte di velluto nero.

Wildfire invece era stranamente contenuto; il carattere da eterno ribelle di cui Brudenell aveva conservato memoria si era adesso striminzito in un passivo acclimatarsi. Non si lamentò neppure quando il suo vecchio cavaliere, un po’ a disagio nel ricoprire così senza preavviso la sua antica, antichissima veste, gli ripiombò sulla schiena e con tutte le sue ossa per assestarsi meglio in sella. In un attimo, al contrario, egli vuotò i suoi intestini con aria indifferente, in una fumante colata che inebriò l’atmosfera. Col senno di poi si potrebbe dire che avesse avuto un presentimento.

Uscirono dal retro della cancellata, quindi presero il sentiero dei convogli e delle carrozze. Andavano al passo, un passo letargico e sommesso, Adeline subito dietro ad un pensieroso e stravolto Brudenell. Questi cercava, a dispetto delle sue cigolanti vertebre, di mantenere stabilità e fermezza come aveva fatto per anni sui campi della tattica e dell’addestramento ancor prima che in quelli della battaglia. Dei fastidiosi brividi gli percorrevano tutto il corpo, dai capelli alle punte dei piedi, come se la continua attività cerebrale si trasmettesse adesso anche sulla sua pelle. A ben vedere sembrava che i suoi cupi pensieri non riuscissero più a contenersi e cercassero una via per uscire. O forse era solo il freddo a farlo tremare.

Adeline aumentò il passo con un colpo deciso dei suoi tacchi e lo superò con un delizioso trotto, punzecchiandolo sulla rarità di quell’esperienza, sul fatto che avrebbe dovuto godersela con tutto se stesso e che se avesse voluto avrebbero potuto ripeterla ogni giorno. Sembrava che questo suo improvviso attaccamento e adesione alla causa non potesse non nascondere un qualche piano malefico. Chissà che proprio da quel libro, da quell’antologia non autorizzata di deliranti delazioni – perché l’aveva comprato?! – non avesse tratto la sua cura miracolosa. Chissà che non avesse letto proprio lì quanto incredibilmente abile fosse stato come cavallerizzo il prode James. Altro che Napoleone. Una forza della natura che tutti, tutti quanti, nelle rare pause dal loro spirito da quattro soldi e dalle loro feroci infamate avevano dovuto sottoscrivere. E alla fine, ironia della sorte, fu proprio questa sua abilità a essere messa sul banco degli imputati: solo un cavaliere nato poteva infatti uscire com’era entrato dalla valle della morte. Un cul-de-sac che divenne la tomba per centosette dei suoi uomini, condotti per errore o per follia lì dentro da lui, l’unico uomo al mondo in grado poi di uscirne. Almeno in così poco tempo: vuole spiegarci infatti come mai fu visto galoppare in direzione opposta alla carica, schivando le pallottole fischianti dei russi, quando era scontato, per un ufficiale del suo rango, essere petto in fuori sulla prima linea? Vuole dirci dove stava andando, ufficiale Brudenell?

Vuole dircelo? Non siamo forse certi della risposta? Ma tutto questo grande tendone ha più netti i suoi contorni se lo si vede su uno sfondo chiaro, nel contesto esatto. Un ufficiale senza merito, un nobile calato nell’esercito dall’alto con una carriera già scritta, non poteva che essere preso di mira. Un tale che per di più non aveva neanche voglia di apprendere le basi della strategia militare. Nessuno aveva davvero interesse nel perseguire così scientificamente l’umiliazione massima per un soldato: l’accusa di vigliaccheria. Quello che da subito, però, si era cercato di ottenere, era di porre sotto i riflettori questa lampante ingiustizia. Di isolarlo, di metterlo in qualche modo alla berlina, come si fa sempre, per un istinto sociale di equità, quando si è alle prese con un raccomandato. Il posto l’hai ottenuto ma devi comunque lavorare con noi, e adesso te la facciamo scontare tutta in nome di quelli che il posto se lo sono dovuti guadagnare. Ma vogliamo del resto colpevolizzare un uomo per aver perseguito con tutti i mezzi a disposizione la sua passione? È appurato che non c’è una definizione di “passione” che ci unisca tutti. Alcuni amano una cosa, altri ne amano un’altra. Ma ciò che davvero ci unisce è che tutti passeremmo sul cadavere di un altro pur di esaudire i nostri più segreti desideri. Brudenell era figlio di un conte e amava i cavalli. Questa è la sua storia. E il figlio di un conte che ama i cavalli, che è così ingenuo da amare tutta la vita i cavalli, solo i cavalli e sempre i cavalli, davvero come un bambino o come solo una mente particolarmente ingenua può fare, non finisce certo nelle stalle a pulire il letame e a rastrellare il fieno. Casomai potrà entrare nell’esercito. E se suo padre, d’altronde, non è riuscito a farlo diventare il politico di grido che voleva e che sperava, perché il personaggio in questione anziché farsi baluardo d’un ideale continuava sempre e comunque, anche tra i seggi parlamentari, a pensare ai suoi stramaledettissimi cavalli, allora si faccia sì che almeno ottenga il comando di un battaglione, che dia lustro al nome della famiglia con una stelletta e un grado di più di quelli che si meriterebbe. Una storia già sentita: un altro scemo nato in una culla d’oro. E vogliamo crocifiggerlo per questo? Brudenell vedeva un popolo intero pronto a farlo. Un popolo che non aspettava altro. Un popolo fatto di passanti spaesati, di damigelle strette per mano, di dottori incompetenti, di ex ufficiali dalla penna facile, di mogli fedifraghe e complottiste. Un popolo che in ultima analisi coincideva esattamente col suo pubblico, quello che aspetta ancora trepidante la battuta finale.

Ma perché mai ripensare a questa sporca storia? Perché avvincersi proprio adesso alla realtà? Brudenell si sentì venir meno. Non voleva più cavalcare. Odiava cavalcare, l’aveva sempre odiato! Lasciò le briglie e si piegò sull’amato Wildfire. Lo abbracciò. Sembrava non potesse fare altro che carezzare quei muscoli tesi del collo e della testa, in un misto di terrore e ammirazione, come un principiante messo su un cavallo da corsa. Diamine, lasciate che scenda! Cercò di chiamare Adeline che lo aiutasse, ma oramai l’aveva distanziato d’una decina di metri e non faceva più caso a lui. Andate a prendere quel panchetto! Voleva dirle di tornare a casa. Voleva dirle tante cose ma lei non lo sentiva. O era la sua voce a non uscire più come prima, non ne aveva più il controllo. Un fischio, gli uscì soltanto un fischio. Forse… Forse era per via della gamba… Ma certo, l’aveva detto che con questa gamba non poteva cavalcare! Aveva ripreso a dolergli, lo sentiva benissimo! Si tirò su d’improvviso scosso da una volontà cieca di ritornare come prima, di fare un salto indietro nel tempo e fingere che nessuno di questi cambiamenti fosse mai avvenuto. Voleva di nuovo tornare a quella mattina nel giardino di casa sua, quando passeggiando placidamente guidato dalla sua fedele radica… Si tirò su aiutato soltanto dalla mano gracile e scattante della disperazione. Di nuovo quell’adorato dolore! A questo soltanto credeva e poteva fare affidamento. Ma seguite il caso: in quel momento una lepre, un vispo e segaligno leprottino, uscì di corsa da un cespuglio e passò proprio tra gli zoccoli del cavallo, che subito si impennò quasi non avesse nessuno sopra. Seicento chili di zuccheri e combustione si levarono in cielo nitrendo e strillando di rabbia. Adeline si voltò con il timore stampato negli occhi. Brudenell allora, un attimo prima d’esser scagliato a terra, sentì come una fitta all’altezza del ginocchio, poi la gamba irrigidirsi fino alla staffa e restarvi agganciata, e poi il buio.

 [FINE]

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