“Lord Cardigan”: un racconto inedito di Giovanni Ceccanti 1/4

Di GIOVANNI CECCANTI

L’aria frizzante del Northamptonshire fischiava tra orecchio e bavero scuotendo altrove i coerenti e ben tagliati bossi dalle fondamenta. Il verde così abbacinante del giardino e delle brughiere in sottofondo addomesticava in qualche strana maniera il grigio fitto e asfissiante del cielo d’Inghilterra. Intanto, coi loro becchi adunchi e lunghi come scannini, un gruppo di corvi lacerava spietato i vermi che per non annegare uscivano lesti dai cunicoli delle loro tane.

Fuori dal giardino, oltre il cancello, regnava una pace irreale e inconsueta. Pur allungando le orecchie e cercando con gli occhi un oggetto dal quale potesse partire un rumore – così si arrangiava oramai – Brudenell non sentiva una carrozza passare o un cavaliere solitario – non uno zoccolo sentiva – e come se non bastasse non scorgeva neppure in lontananza le due damigelle che a quell’ora della mattina erano solite attraversare in coppia il fondovalle e poi, di seguito, il pendio dove sorgeva la residenza di famiglia.

Brudenell passeggiava.

Sicuro d’esser guardato a vista da una delle finestre del palazzo, rallentava il suo incedere di una gamba rispetto ad un’altra e si strascicava in un modo ostentato e trito. Intirizziva infatti la gamba destra in maniera esagerata, prostrando tutto il corpo a questo gesto fittizio e compiendo una semirotazione della testa e del collo come per sottolineare lo sforzo di far seguire all’alzata dell’arto colpito anche la sua grave discesa a terra. Si sentiva un po’ uno scafato e vecchio attore che calca di nuovo e dopo lunghi anni di lontananza, instancabile, il palco del teatro della sua compagnia. Ogni gesto di questa sua recita era diventato man mano un gesto della vita, naturale come mangiare del fagiano arrosto con tartufo o assopirsi quando venivano spente le candele. Non doveva mai tradirsi, tutto dipendeva da quello. E gli occhi che lo spiavano da dietro non aspettavano altro che un cedimento, una mossa troppo svelta, uno zompo per evitare una pozza, lo sdilinquirsi dell’articolazione irrigidita.

Perché avesse scelto di fingere un malanno del genere non lo sapeva proprio nessuno. Ovvero, come mai tenere la gamba proprio così e non altrimenti. Avrebbe potuto, a pensarci, semplicemente zoppicare, trattenendosi un momento di più su una delle gambe, oppure avrebbe potuto fingere informicolamenti o indolenzimenti repentini, causati magari dal troppo camminare. Di reduci della guerra ne aveva visti a palate – gambe e arti amputati, per lo più – e non era il caso di provarci. Aveva visto certi suoi soldati partire dritti su cosce robuste e tornare ritorti su sedie con le ruote, due moncherini dritti verso il cielo al posto delle gambe.

E poi ci fu quel giorno, dopo il suo celebrato ritorno, dopo l’osanna generale e l’incontro dalla regina e la pompa magna, quel giorno in cui le accuse si fecero più gravi e indiscrete, non tanto perché si aggiunsero testimoni ai già molti presenti, quanto per l’allusione che esse comportavano. Non era più soltanto una questione aperta con l’esercito, una diatriba per così dire tecnica, che comprendeva le sue mansioni e il suo ruolo nella battaglia – un condottiero deve poter render conto delle sue azioni, a maggior ragione se in fede egli sa d’aver fatto il suo dovere – al contrario qua si ponevano sul banco oggetti ben più affilati e sottili. La bilancia dove si soppesavano le colpe e le mancanze aveva lasciato spazio ad un telescopio per le anime. Si era messo da parte il soldato per la persona. Il problema di certe accuse è che non le si sbolognano affrontando il carcere a testa alta. Il problema di certe accuse è che le si portano dietro per sempre.

Brudenell all’inizio aveva cercato di non dare peso alle voci che si stavano mettendo in moto. Le sentiva, giungevano occasionalmente anche al suo orecchio stanco, ma cercava ciecamente di riportarle alle buone vecchie dicerie sul suo conto, sulla guerra, sulla battaglia, sui suoi uomini. Su quanto successe laggiù. Cercava in un certo senso di dare ad esse una dimensione solida. Ma dopo un tempo piccolo, quanto bastò alle dicerie per rendersi cosa vera, reale nel fastidio che gli creavano, capì da solo che si era generato un mostro. Quelle allusioni bruciavano nel suo intimo molto di più dell’invettiva pro-patria di un avvocato arzillo o dell’animoso dibattere fra teorici sulle lacune prettamente tecniche di un presunto uomo di guerra. A queste era preparato, tutta la vita in fondo era stato inviso alla maggioranza degli inglesi; la verità era che l’intera sua terra natia fin da subito non l’aveva visto di buon occhio. Uno strano inglese questo Brudenell, con quella sua giacca di lana e i suoi costosissimi battelli. Non che questo gli impedì mai di avere quanto gli spettasse, sia chiaro, né lo implicò in scomodità più elevate di quelle di un qualunque straniero ben accolto in una terra nuova; c’erano però sempre le occhiate, i bisbigli, gli sbuffi, lo sgranchirsi forzato delle gole, le mani portate in alto e i respiri profondi a mandar giù il fastidio ad accompagnarlo come un cane fedele per i salotti della gente perbene. Il parlamento, quello fu davvero umiliante. E non era ancora niente. A forza di scazzottate e di situazioni affrontate di petto la sua arroganza prese piede laddove avrebbe potuto attecchire l’indifferenza. Il problema di un tale animo d’altronde è che richiede sempre il pretesto, la scintilla, l’opporsi del male. Quanto doveva fronteggiare adesso sembrava invece bruciargli direttamente nelle sue profondità più recondite, nel cuore stesso della sua arroganza, lontano da ogni possibile controffensiva. Non era insomma preparato alla volatilità delle allusioni.

Dopo quel terribile giorno, complice forse anche la stanchezza, una vecchiaia da dover in qualche modo avvalorare, Brudenell attuò allora uno sghembo quanto ridicolo piano di riserva per far fronte al nemico sconosciuto che lo aveva attaccato di sorpresa. Anziché ritirarsi proseguì nell’avanzata; infarcì la sua arroganza di un vittimismo esasperato sperando che questo mitigasse quello che si stava delineando come il Brudenell che sarebbe passato alla storia: il vigliacco Brudenell. In questo modo, mostrandosi storpio come i suoi racconti volevano e come i testimoni negavano dover essere, egli sperava forse di provocar ripensamenti nelle persone inesistenti che avevano messo in giro la voce della sua vigliaccheria. (Dico inesistenti perché si sa, e sia detto tra i denti, che le voci nascono e muoiono da sole: non hanno bisogno cioè né di levatrici né di boia.)

Era un pomeriggio grigio, quale novità, quando al cospetto della sua seconda moglie, l’adorabile e giovane Adeline de Horsey, ignaro forse del fatto che lei lo avesse visto fino a quel punto camminare normalmente, si esibì nella sua prima prova d’attore. Un esordio alquanto sciapo a dire il vero, un’accoglienza tiepida da critica e pubblico. Semplicemente si alzò dalla tavola con una gamba inteccherita, come se qualcuno gliel’avesse steccata all’altezza del ginocchio nel mentre che mangiava, e si avviò tutto mesto e concentrato in camera da letto. Adeline, che certo non aveva bisogno di simili scuse per non fare del sesso con lui, un vecchio più vecchio di lei di trent’anni, sposato solo per facilità nobiliari e per la ricchezza che la fama e i vitalizi gli avevano fruttato, lo guardò con tanto di occhi e passò a salutarlo soltanto la mattina dopo, trascorsa che ebbe la notte con i suoi amanti e stavolta senza neppure il minimo rimorso.

Era iniziato da allora il suo tour teatrale. Ovunque andasse portava sul suo corpo i segni che la guerra pretendeva d’avergli lasciato. Un eroe, un sopravvissuto, una vittima. Commedia dall’esito agrodolce. E nonostante lo sgranchirsi forzato delle gole si facesse ancora più evidente nelle stanze in cui entrava e nei salotti che continuava ostinatamente a frequentare, nonostante fosse palese a tutti quanto ridicolo riuscisse il suo tentativo, egli trovava in questa pantomima la forza che gli era mancata dall’inizio di quelle voci sulla sua vigliaccheria. Profondamente Brudenell si era convinto che nessuno, neppure il più senza ritegno dei ruffiani, neppure il più privo di pudore e di vergogna, la più incatalogabile delle facce di bronzo o il più meschino dei bugiardi avrebbe mai messo in atto una recita così assiduamente e fedelmente da abituarsi a farla anche quando si trovava da solo di fronte al camino o mentre camminava inosservato per le vie di campagna. Nessuno tranne lui, è evidente. Questa era la chiave. Perciò dovevano dargli credito.

Col tempo aveva persino creduto di sentire del vero dolore alla gamba, la sua “spalla” nella commedia, e più se ne convinceva e più ne traeva la forza per continuare la sua battaglia, e più ne traeva la forza più il dolore si faceva reale, pungente, come una fitta all’altezza del ginocchio. Fu impagabile la sensazione che provò quando Adeline, la dolce Adeline, la sconsiderata puttana Adeline, vedendolo caracollare nel tentativo di raccoglierle un fiore di campo, gesto quanto mai amorevole da parte sua, si precipitò ad aiutarlo e se lo raccolse tra le braccia, carezzandogli con affetto la gamba dolente e sorreggendolo mentre provava a rialzarsi, felice come una pasqua nel suo intimo bruciante. E adesso che conduceva il suo meritato riposo come lo avrebbe condotto un vero reduce della guerra, poiché non c’era differenza alcuna tra il suo passeggiare ed il passeggiare di un vero ferito, e ogni lapsus o pensiero di divergenza fra il falso e l’originale era accortamente stato fatto sfumare dalla sua testa, per cui ogni santo giorno che Dio metteva in Terra era divenuto e doveva essere paziente sofferenza e tetra attesa della morte, negli incubi continui che il suo passato ovviamente gli causava, non godeva neppure più dei benefici a lui tanto cari di questa sudatissima finzione.

Capitava, ciononostante, che qualche spaesato viandante passasse da quella campagna e, inerpicatosi per il pendio dove sorgeva la tenuta di famiglia, s’imbattesse proprio nel conte Brudenell, o in quello che ne rimaneva dopo gli aspri scontri guerreschi, intento per lo più a tenersi saldo al suo bastone di radica, e finisse con lui per parlare diffusamente delle sue gesta passate, trattenendo a fatica lo sdegno verso la condizione umana che sempre si ha quando si parla con un menomato, con uno meno fortunato di noi. Dopo il primo quarto d’ora di un fugace rendiconto biografico il viandante allora iniziava a ricordare qualcosa di vago finché la pomposa prosopopea del conte non iniziava a tornargli a galla come un grosso tronco marcio tra i suoi pensieri bucolici e perfettamente domenicali. Le ipotesi a quel punto erano due: o si trattava di qualcuno poco interessato ai fatti della vita mondana ed ai pettegolezzi che essa scatena, una dinamica presente soprattutto nella medio-alta borghesia, oltre che ovviamente nella nobiltà, e dunque non erano giunte a lui compiute le voci sulla sua vigliaccheria avendo solo sentito planare di bocca in bocca questo nome di Brudenell fino a pensare che dovesse essere uno famoso – senza contare che i giornali avevano pubblicato le foto in posa del condottiero quando ritornò e quando si fece ricevere dalla regina – oppure si trattava di un vicino di casa, per così dire, o di un vicino di “casta”, ancor peggio, perfettamente quindi al corrente di tutte le dicerie possibili – avrebbe saputo anche che neppure la sua seconda moglie era stata in grado di dargli dei figli, e che dunque forse era lui il vero “bloccato” della cosa – e altrettanto pronto e abile nello sbeffeggiamento e nel declassamento morale, sostenuto dall’assenza totale di empatia tipica degli inglesi e trattenuto a stento dall’età anagrafica del sedicente eroe. In entrambi i casi quest’ultimo avrebbe recitato il suo copione, ma soltanto in uno avrebbe certamente concesso anche il bis.

 [Continua]

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