La pseudo-omerologia in “Omero nel Baltico” di Felice Vinci

Felice Vinci, Omero nel Baltico, Palombi, Quinta ed. 2008
Felice Vinci, Omero nel Baltico, Palombi, Quinta ed. 2008

Di DANIELE VENTRE

L’ipotesi che Felice Vinci presenta nel suo Omero nel Baltico [1] in base alla quale l’ambientazione dell’Iliade e dell’Odissea sarebbe da rintracciare non nel Mar Mediterraneo orientale, come si è sempre creduto, ma nei pressi del Mar Baltico e dell’Atlantico settentrionale, è un tipico esempio di spazzatura pseudostorica con illustri sponsor (Rosa Calzecchi Onesti) e un orientamento ideologico acquisito a posteriori. Come elementi a rincalzo della sua destituzione di fondamento cito in questa sede una serie di dati in ordine sparso.

In primo luogo, tutti i nomi degli eroi troiani principali hanno precisi corrispondenti circostanziati, foneticamente compatibili, nei documenti dell’impero anatolico degli Ittiti della tarda età del bronzo. Due esempi: Paride-Alessandro = Alaksandu (re greco-anatolico di Ilio nel 1280 a.C.); Sharpadduni = Sarpedone. Quanto ai nomi greci, la rispondenza è così capillare che si trovano consonanze fra i documenti diplomatici di Hattushas e le tradizioni minori dei miti eroici: così Tawaklawa figlio di Antrawa è l’adattamento ittita del nome dell’eroe Etewokléwes (Eteocle) figlio di Andrèus (Andreo), presente in una saga minore beotica di Orcomeno, secondo Pausania (a parte la concomitanza con l’Eteocle del mito di Edipo). Inoltre, nei documenti micenei (dunque greci) della tarda età del bronzo troviamo i seguenti nomi e derivati: Etewoklewijos (Eteocleo = di Eteocle) -cfr. l’espressione iliadica, bie Eteokleeie, forza di Eteocle, con vocalismo relitto miceneo- Akhileus, Aias, Nausikles, Nausithoos. Sempre in tema di interessanti nomi ellenici in testi anatolici, in un documento ittita si parla di un Aga(ka)mun degli Ahhijawa che conquista l’isola di Lazpas (ittita-luvico per Lesbo) in vista di un assedio a Ilio (Wilusha, in egizio Wiriy, in miceneo Wilion): nell’Iliade si parla della conquista di Lesbo da parte di Agamennone, hegemon (comandante in capo) degli Akhaiwoi (Achei). Ancora sul versante miceneo, si potrebbero ricordare poi i nomi di certe località poste al confine della Messenia, nominate nell’archivio amministrativo del palazzo di Pilo, che fanno pensare al nome di Achille, ed effettivamente un passo del libro IX dell’Iliade collega Achille a una zona di confine fra Sparta, Micene e Pilo, e in particolare a un’area dove si trovano sette fortezze che Agamennone vuole donare all’eroe se torna a combattere. Il nome di Odisseo, come recentemente analizzato da un mio collega, Mauro Agosto, che ha poi pubblicato l’articolo su Aion, è collegato con un dialetto semitico nordoccidentale (sirofenicio), ed è collegabile al nome semitico di Didone, Elissa (Ulisse ed Elissa significano rispettivamente, in ugaritico, “dio sposo” e “dea sposa”, in un contesto di paredri e mogli di re sacri semitici e mediterranei). Quanto ai luoghi, non ci sarebbe quasi bisogno di parlarne. Basti pensare che sulle tracce di Omero si sono trovati due nuovi palazzi micenei: quello di Sparta e quello di Itaca -sì, proprio il palazzo di un re che, per quel che ne sappiamo, poteva chiamarsi anche Odisseo, in omaggio all’eroe- divinità minore, di cui parlavamo prima, e che fu importato nel mito ellenico dal mondo semitico attraverso Creta. In una parola, i dati oggettivi e incontrovertibili che sul piano archeologico, linguistico, materiale, legano i poemi omerici al mondo mediterraneo sono assolutamente irrefutabili.

Altro è il sodalizio culturale fra l’epica greca e l’epica indoaria, che risale a una epica comune tardo-indoeuropea, che condivideva anche il mito del poeta mago raccoglitore di parole (significato dei nomi Vyasa e Omero) che presenzia alle feste (significato del nome Omero, che potrebbe essersi sovrapposto con un termine semitico come omuro, che in siriaco significa “dicitore”, come ipoteticamente nota Martin L. West e argomenta ancora Mauro Agosto). Più che di Omero sul Baltico, si dovrebbe parlare di bardi protoindoeuropei ibridati con declamatori semitico-mediterranei: Omeri sulla costa del Mar Nero nel 5000 a.C, incrociati con l’omuro semitico.

Che gli Omeri danubiani primitivi non siano nemmeno sufficienti a spiegare tutto, lo mostra un altro dato evidente: l’epos omerico non sarebbe quel che è senza il colossale influsso dell’epica mesopotamica. Un esempio per tutti: l’esordio dell’Odissea (“l’uomo… che vide città di molti uomini e ne conobbe la mente, e patì molti dolori sul mare”; I, vv. 4 s.), con il dettaglio del nome dell’eroe (il divino Odisseo) fatto solo al v. 21, collima con le tarde redazioni del poema di Gilgamesh al punto tale che possiamo fare nome e cognome e data di nascita approssimativa dello scriba mesopotamico alla cui redazione del poema di Gilgamesh risale il format dell’esordio del secondo poema omerico: Sin-lequi Unninni (1300 a.C. ca). L’Odissea si spiega anche come una riduzione a moduli micenei e protoarcaici della tradizione di Gilgamesh secondo la redazione di Sin-lequi Unninni. Altro che Baltico! L’ipotesi (poi assorbita nell’esoterismo pseudostorico neo-fascista) di Vinci è assolutamente insostenibile: mera fandonia nutrita di dati imprecisi e letture improprie. Non bastano un paio di nevicate a bassa quota (che in certi momenti sono possibili anche nel Mediterraneo) per dimenticarsi del locus amoenus (tipicamente centromediterraneo) di Calipso, o la reggia dei Feaci. Non si possono opporre due paretimologie finlandesi all’imponente massa di dati etnolinguistici che gridano a chiare lettere come i poemi omerici siano nati nel melting pot greco-anatolico e greco-semitico del mediterraneo orientale.

[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Omero_nel_Baltico

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38 pensieri riguardo “La pseudo-omerologia in “Omero nel Baltico” di Felice Vinci

    1. Di incontrovertibile e sicuro è che definire spazzatura un lavoro come quello fatto da Felice Vinci equivale a dimostrare una non rara forma di chiusura mentale e di attaccamento alle nozioni acquisite. Un terzo esempio, che Daniele Ventre non ha fatto – e al quale avrei risposto direttamente se vi fosse l’opzione “rispondi” sotto al suo articolo – è quello di Piyamaradu, il principe ittita alleato degli Achei ostile al gran re di Hattusha Muwatalli, dal quale Piyamaradu pare sia derivato il greco nome Priamo, re di Troia\Wilusa. Alaksandu, che fu suo contemporaneo, figura tra i partecipanti alla battaglia di Kadesh (1275 a.C.). E’ chiaro che le vicende storicamente provate della cosiddetta guerra di Troia coinvolsero da una parte gli Akhaiwoi, con la confederazione eterogenea dei Popoli del Mare, e dall’altra l’impero Hatthi, in un annoso conflitto comprendente più generazioni e culminante con la caduta dell’impero di cui sopra. Nelle cronache ittite si fa curiosamente riferimento ad un sogno premonitore avuto da Muwatalli in cui questi vedeva bruciare la sua città (così come la regina Ecuba sognò che Troia bruciava mentre era incinta di Paride), motivo per il quale il re ittita fece spostare la capitale a Tarhuntassa. La città di Hattusha finì effettivamente preda di un incendio, ma circa un secolo più tardi, in circostanze mai chiarite, quando l’impero ittita si sgretolò definitivamente. Hattusha si trovava a circa 1100 metri sopra il livello del mare ed era praticamente inespugnabile, allo stesso modo di quanto raccontarono poi gli aedi riguardo alla città di Troia. Ergo, nei racconti degli Achei vincitori e poi in quelli dei Dori, gli aedi tramandarono la vicenda facendovi partecipare in contemporanea dei personaggi storici che non erano presenti sulla scena quando Wilusa venne data alle fiamme.
      In tutto ciò, da ciò che dice Vinci si evince una sovrapposizione fra due eventi, un fenomeno alquanto frequente nelle saghe: una guerra-lampo effettuata per riportare a casa una donna rapita, successivamente adattata ad un altro contesto geografico.
      Come spesso accade quando si entra a contatto con il messaggio di un mito, una cosa non esclude l’altra.

      L’epopea di Gilgamesh era nota nell’antichità sin dal 2000 a.C., con molte stesure, e sicuramente anche i Greci vi hanno attinto.
      Ulisse ed Esarra in ugaritico significano “dio sposo” e “dea sposa”? Ottimo, fa sempre bene sapere cose nuove.
      C’era una divinità minore ittita chiamata Uliliyassis. Qualcuno sa cosa significasse?

  1. Articolo molto carente sotto il profilo scientifico (già, proprio quello), perché ad una (giusta) introduzione dove si ricordano quei punti di contatto col mondo vicino-orientale che se accolti porterebbero ad una seria incompatibilità del quadro con le tesi di Vinci, segue il tentativo di liquidare quest’ultime (senza trattare minimamente i dati e i ragionamenti dell’autore) con un paragrafetto finale dove vengono ripresi giusto quei due o tre elementi che fanno gioco al discorso (“le nevicate erano possibili anche nel Mediterraneo”; “le etimologie di Vinci sono paretimologie senza fondamento”). Ma è una risposta seria questa?

    E uno si chiede se l’autore dell’articolo abbia effettivamente letto anche solo un capitolo del libro che pretenderebbe di “smontare” con queste quattro parole.

    Poi due note:
    1) su associazioni ciclo di Gilgamesh-Omero (specie se basate *solo* su ipotetici assorbimenti di stilemi orientali) io sarei molto più cauto. Sul lato biblico le dipendenze sono molte e certe, ma su questo no (e dire altrimenti secondo me ostenta una sicurezza ascientifica ben più grave delle entusiastiche – e se vogliamo a volte anche un po’ naïf – presentazioni dell’ing. Vinci, il quale cerca sempre di mantenere un profilo piuttosto “umile” riguardo la validità conclusiva delle sue teorie);
    2) forse si fa allusione ad una fonetica storica di fasi del greco anteriori al periodo antico, ma per i Greci che ascoltavano Omero o per quelli che ne leggevano i poemi una volta trascritti direi che “Achei” è ed è sempre stato “akhaioi”, e non “akhaiwoi” come inserito nell’articolo.

    Se quella di Vinci fosse tutta mera pseudostoria come la si vuol far passare nell’articolo (e nel suo pessimo incipit) probabilmente non staremmo neanche qui a discuterne (come infatti accade per tante altre “teorie” del genere). E invece di punti (e spunti) interessanti nel suo libro ce ne sono eccome, e non è certo un utente di forum come me a doverlo dire o ricordare.

    1. Questo è intanto l’ultimo commento che qui viene pubblicato senza firma completa né accompagnato da mail riconoscibile, com’è richiesto nella policy del blog. Ciò perché è bene che le critiche provengano da interlocutore riconoscibile. A volte si grida alla censura quando si tratta di semplice moderazione, quando invece le critiche anonime non creano altro che un clima da caccia alle streghe.
      L’autore risponderà alle critiche se vorrà. Qui aggiungo solo che questo è un blog, non una rivista scientifica: richiedere l’apparato accademico ad un articolo di blog è cosa abbastanza fuori luogo, nonostante capiti qui sopra anche abbastanza spesso di pubblicare veri e propri saggi di validità scientifica con apparato bibliografico, note ecc. Per quanto riguarda le tesi non discusse del Vinci, essendo l’articoletto rivolto a persone edotte, esse si danno per note: come note sono a Lei che è qui venuto con passione a difenderle.
      Sonia Caporossi

  2. Per i collegamenti fra Gilgamesh e Omero, abbiamo una vasta bibliografia.

    Cominciamo col citare, anzitutto, Martin Litchfield West, “The East Face of Helico – West Asiatic Element in Greek Poetry and Myth”, Clarendon Univ. Press, London, 1997, pp. 334-336 (Achilles e Gilgamesh), 338 ss. (Tetide e Nimsun); per l’Odissea, Odisseo e Gilgamesh (pp. 402 ss.) Circe Calispo e Siduri, pag 404.

    Le osservazioni di West sono sistematiche e puntuali. Si tratta di fonte ben nota, con ampio corpus bibliografico a sostegno e ricognizioni dello stesso autore. Non è il caso di ritornarci qui. La connessione fra alcuni mitemi del Gilgamesh e Omero è di evidenza palmare, ed è nota da decenni.

    Per l’etimologia semitica di Ulisse, e di tutte le forme epigrafiche del nome, si veda Mauro Agosto, Homeros il dicitore- sull’etimologia del nome omero, ΑΙΩΝ (sez. linguistica), 32, 2012, pp. 77-128 (in particolare le pp. 113 ss.). Per un incrocio fra l’etimo semitico e un etimo indoeuropeo di natura totemica di Ulisse, (legato al PIE *Wlkw- lukw-* nome tabuico del lupo dalla rad. *leuk, louk, luk, “emettere luce” mi permetto di rimandare alle pp. 341-343 della mia postfazione alla mia traduzione dell’Odissea (Omero, Odissea, trad. di Daniele Ventre, pref. di Vincenzo Pirrotta, Mesogea, Messina, 2014). Per la connessione fra Ulisse e Creta, si veda Jahn Puhvel, Helladic Kingship and Gods, in Minoica, Festschriften zum 80 Geburtstag con J Sundvall, herausg. Ernst Grumach, Berlin, Akademie Verlag, 1958, pp 327-333.

    Quanto ad Akhaiwoi, si dimentica che la questione dell’origine dell’epos e della sua tradizione è appunto questione di fasi protostoriche del greco, per esempio fasi attinenti al greco miceneo, per cui la presenza di un epos, e di un epos di forma proto-esametrica (di esametri isosillabici simili a quelli attestati dalla lirica eolica, problema quest’ultimo per cui rimando a Gregory Nagy, Comparative Studies in Greek and Indic Meters, Harvad Univ. Press, Cambridge-Massachussets, 1974), è ampiamente dimostrata dalla sporadica attestazione in alcune tavolette micenee di Cnosso (dunque in Lineare B, perché risalenti alla conquista achea dell’isola) di membri ritmici di andamento esametrico in relazione ad allusioni a formule di ambito cerimoniale: quindi un epos miceneo con Akhaiwoi in coda esisteva ampiamente.l’attestazione Ahhiyawa = Akhaiwoi/Akhaiwija è ampiamente confermata. In ogni caso, appellarsi a fasi recenziori per avallare una teoria sulle origini è metodologicamente risibile.

    Quanto alle paretimologie vinciane, basti per tutti l’esempio del nome di Ilio e Troia.

    Il nome di Ilio, attestato presso gli egizi come Wiriy e in ittita come Wilusha, compare nel verso di un epos anatolico che sembra riecheggiare il tema dell’attacco a Ilio, ma dalla parte dei vinti. Il verso in questione, attestato nel frammentario canto cerimoniale luvio di Ishtanuwa, recita “ahatata alati awienta wilushati” (quando vennero da Ilio impervia) e in una sua variante formulare “alati-ta ahha zitis awiti wilushati” (quando quell’uomo venne da Ilio impervia), in cui il nome Ilio = Wilusha è accompagnato da un epiteto formulaico che ritroviamo in Omero: Ἴλιον αἰπύ “Ilio impervia”. Se ne deduce una contaminazione stilistica fra epos luvio ed epos miceneo alla fine dell’età del bronzo, e fra tradizioni greche e anatoliche, in virtù dell’attività di cantori bilingui greco-anatolici la cui azione è da supporsi continua per tutta la dark-age seguita al collasso dell’età del bronzo in area egeo-anatolica e la cui esistenza è attestata sporadicamente anche da fonti decisamente “tarde” come l’inno pseudo-omerico ad Apollo Delio. Per la problematica in merito al canto di Ishtanuwa e alla sua continguità con i contenuti dell’epos omerico, v. Calvert Watkins, Reconstructing Formulaic Sequences, in Recostructing Languages, edd. Edgar Polomé, Werner Winters, De Gruyter, Berlin, 1992, pp. 410 ss.

    Il nome di Troia, riferito non a una città ma a un territorio (Ilio è la sacra fortezza di Troia, cioè la città fortificata che domina il territorio), è attestato direttamente nelle fonti ittite come Tarwuisa/Truisa, cioè terra del dio Tahrunt (cfr. norreno Thorr, aat. Tyr), il “Tonante” dio delle tempeste indoeuropeo. Inoltre è attestato indirettamente, come etnonimo in una tavoletta micenea di Pilo, nell’aggettivo To-ro-ja, da leggersi Trojàs (schiava troade, troiana). Non è da considerarsi sofistica l’asserzione che se ci sono schiave troiane a Pilo, queste saranno state prese a Troia. La derivazione Toia (finlandia) < Troia è una vera e propria ineptia.

    Questo è quanto. Tutto ciò si è detto a beneficio dell'eventuale lettore neutrale. Non credo che il nostro Antonio, venuto a fare il difensore d'ufficio, si convincerà. Rimarranno sempre per lui spazi di dubbio, visto che io non ho la pazienza di postare duemila pagine di bibliografia e dizionari etimologici. Né ho la voglia di convincere nessuno.

    1. Non è un teorema matematico… avere una vasta bibliografia alle spalle (fatta da vecchi rintanati, e piena a sua volta di scettici con ipotesi ancora più strampalate. ..) non significa niente.
      Almeno il Vinci con umiltà si ricollega a discipline veramente scientifiche quali la climatologia, grologia e dendrocronologia.
      Sarà perché ho fatto materie scientifiche anziché puramente classiche all’università, ma sinceramente sembrate vecchi petulanti arroccati sulle posizioni perché sennò si scopre che fino ad oggi hanno “rubato” lo stipendio… oppure una casta di sacerdoti che non vuole che oddio l’odiata scienza dica qualcosa, ohhh!

      1. Certo,non basta mica una bibliografia storica,uno studio della letteratura e dell’architettura del tempo e della lingua(Troia che rimane uguale in finladese dopo 2000 e passa anni ma dai) no no no, meglio un’ingegnere (quindi uno che di questo campo capisce poco) che ci racconta la “vera” storia basata su teorie farlocche della metà del 1800..

      2. Vorrei chiedere solo una cosa all’appassionato difensore della teoria vinciana. Come si spiega che tutti i poemi omerici descrivono un ambiente caratterizzato da una flora ed una fauna esclusivamente mediterranea, nel quale dominano la vite, l’olivo e campi di grano (in un passo addirittura viene citata la palma)?
        Le ricerche scientifiche più approfondite effettuate con metodi moderni escludono che nei paesi baltici sia stata mai coltivata la vite e tantomeno l’olivo.E la coltivazione del grano e dell’orzo è iniziata in epoca molto posteriore al periodo in cui secondo Vinci si sarebbero svolte le vicende dei poemi omerici. Gli animali menzionati sono solo quelli esistenti nei paesi mediterranei. Non vengono menzionate renne ed alci ed altri animali propri dei paesi nordici che pure figurano invece rappresentati nelle sculture preistoriche della Scandinavia. Nello scudo di Achille vengono descritti i leoni animali del tutto sconosciuti a quelle latitudini. Vi sono tante altre cose poco convincenti nella teoria di Vinci,,ma queste mi sembrano quelle più evidenti.La tesi dell’optimum climatico non è sufficiente a spiegare queste contraddizioni..

      3. Purtroppo anche in quei campi ,più prettamente scientifici( secondo ILIC78), la teoria di Vinci ha delle carenze enormi.

  3. Entro in questa discussione (che m’interessa molto) solo per far presente un dato importante che conosco meglio di altri e di cui ho titoli per parlare, essendo io un biologo.

    Al tempo di Omero, diciamo una decina di secoli prima del generale Pausania, il clima dell’ area mediterranea era profondamente diverso da quello attuale. Era così diverso da risultarci quasi inimmaginabile, e così erano pure la sua flora e la sua fauna.

    Il Mediterraneo a quel tempo era verdissimo, umido, e boscoso, su entrambe le sponde (eurasiatica e africana). Una gran parte di esso era coperto da vegetazione vergine *impenetrabile*, e nessuna parte di esso era arida (cosa che oggi può sembrare incredibile). Anzi, innumerevoli sue zone erano piovose e spesso nebbiose, fino al livello del mare. Erano ancora poche le sue aree adatte a piante xerofile, come gli olivi o i lecci.

    Alcune tracce di tale diverso clima si trovano, a saperle riconoscere, nell’ Iliade e nell’ Odissea, per esempio nel passo in cui Omero accenna a gru e cigni che fuggono *dall’ inverno* volando verso sud (anzichè fuggire dall’ estate volando verso nord, come fanno oggi in numeri esigui). Le gru e i cigni erano uccelli ancora comunissimi, a quel tempo, e cacciati.

    Insomma, il clima mediterraneo di allora era tutto mezze stagioni, e in ogni caso era nettamente più perturbato, umido, e fresco di quanto lo sia oggi. Lo dicono in modo inequivocabile i fossili animali e vegetali e le testimonianze storiche delle epoche successive. Dunque non c’è bisogno di immaginare scenarï baltici per spiegare il clima temperato e a volte fresco che pervade sia l’Iliade, sia l’Odissea.

    1. Scusa ma era più caldo e quindi più fresco?! Non si capisce…
      Quindi a nord era più fresco e quindi più caldo?! Ma un minimo di logica no? E poi scusa casomai l’esempio delle gru supporterebbe la tesi del Vinci, no? L’hai detto tu stesso, nel poema volano a sud proprio perché è ambientato a nord…

  4. Sono onestamente ignorante in materia, la mia conoscenza di Omero è scolastica. Certo la teoria del ing. Vinci sembra affascinante, ma anche io ho pensato che le evidenze “mediterranee” e vicino-orientali dei poemi siano schiaccianti. Per chi come me segue con difficoltà le argomentazioni accademiche che chiamano, giustamente, in causa le fondamentali etimologie dei protagonisti omerici, confrontandole con paralleli presenti in altre culture, la testimonianza del dottor Longo sul clima del Mediterraneo omerico è forse la più convincente. Smonta in un colpo solo la delocalizzazione delle avventure di Odisseo & co., consegnandoci un quadro climatico molto più inquietante di quello odierno. Molto più omerico.
    Comunque discussione di alto livello.

  5. magari lo legga bene Vinci. Tutte le sue confutazioni, assai poco valide in verità rispetto alla concordanza e coerenza dei due poemi nel descrivere geograficamente, climatologicamente, naturalisticamente, luoghi baltici, trovano una spiegazione logica nel complesso sistema che Vinci ricostruisce: anche i popoli mesopotamici, egizi, indiani hanno origini nord europee. Ancora oggi a “Samo”, dove Menelao si rifuggiò lasciando Ilio, è a pochissima distanza dalla foce del Nilo-Vistola. Per non parlare di Itaca, e delle isole che mancano nell’Egeo, ovvero della diversa disposizione geografica delle città ed aree deografiche egee rispetto alle concordanti, precise, descrizioni dei due poemi. Altro che nazismo, legga un po’ meglio.

  6. Quando si vuole screditare qualcuno o qualcosa la si butta SEMPRE sul fascismo nazismo perché evidentemente non si dispone di argomenti efficaci il Vinci ha esposto la sua idea non ha lanciato una guerra antiprogressista,ma da una certa parte si risponde sempre in maniera settaria quando qualcuno si mostra intelligente per paura di perdere il primato dell’INTELLIGHENZIA tranquilli nessuno ve porta via
    Saluti gozzo!

  7. Chi fosse Omero non è dato sapere. Non è dato sapere se Iliade e Odissea fossero scritte dalla stessa persona. Forse canti raccolti da diverse memorie e tramandati solo oralmente, vennero abbelliti con la scrittura, e adattati a eventi successivi alla loro nascita. Forse. Da ciò nasce incertezza di conclusioni sulle fonti. C’è però la certezza che la lingua greca sia ben conosciuta, come la storia e i miti di quella cultura. Quindi sappiamo la filologia e l’importanza di una lingua e di una letteratura, ma non che quell’opera, scritta con quella lingua, parli di quella Troia: troppi forse per diradare la nebbia da quest’ultimo punto, e troppe certezze per negare il primo. Non vi pare, perciò, che mettiate eccessivo accanimento nel sostenere o nel negare?

  8. La teoria di Vinci è talmente antiscientifica che (attenzione!) lo storico greco Plutarco raccontava che l’isola Ogigia, dove venne tenuto prigioniero Ulisse dalla ninfa Calipso, si trovava “a cinque giorni di navigazione dall’isola Britannia, in direzione occidente”.
    E seguendo l’indicazione, si può facilmente collocare l’isola nell’arcipelago delle Faroe, dove poi scopriamo che si trova il monte Hogoyggj (l’assonanza con Ogigia è evidente).

    1. Plutarco è un riflesso fantasma di Francesco Petrarca nato circa 150 anni dopo la sua presunta morte del 1374! Lo stesso dicasi per Sant’Agostino. Il nostro grande umanista fingeva di non conoscere il “codice” greco proprio per non farsi scoprire!

      Che garbuglio hanno fatto gli “umanisti”! Erano alle dipendenze del Vaticano che voleva disfarsi delle sue origini [slave(russe) => latine e ottomane(turche) => greche].

      Dopo la distruzione di Czar Grad sul Bosforo ci fu la spedizione punitiva (crociata) baltico-russa (Ulisse) che ritiratosi in patria, l’ attuale danimarca, non riuscì a trovare la strada di casa. L’odissea era l’ode di questo viaggio forse scritta in slavo o soltanto cantata.

      Si era agli albori della lingua scritta(sanscrito =>slavo) e senza vocali (XII secolo).

      Prima, il buio della Storia è totale.

      Cordialità.

  9. La teoria di Vinci è talmente antiscientifica che (attenzione!) lo storico greco Plutarco raccontava che l’isola Ogigia, dove venne tenuto prigioniero Ulisse dalla ninfa Calipso, si trovava “a cinque giorni di navigazione dall’isola Britannia, in direzione occidente”. Seguendo l’indicazione, si può facilmente collocare l’isola nell’arcipelago delle Faroe, dove poi troviamo il monte Hogoyggj (l’assonanza con Ogigia è evidente).

      1. sono pienamente d’accordo con la sua ultima affermazione ed in totale disaccordo con il suo articolo.
        Studiosi ben più qualificati di lei hanno accolto le tesi del Vinci con maggior senso critico e minor acrimonia..una per tutte Eva Cantarella.
        Il nome di Wegener non le suggerisce nulla ?

  10. Ho letto tutta la pagina dirett. online : ci sono contrapposizioni molto interessanti, ma di fondo nessuna che annulli la possibilità del contesto baltico per gli eventi, tantomeno la componente di riscontro geografico-toponomastico della ricerca criticata, ovvero nessuna che possa confutare che il trasmesso dei due testi contenga anche elementi di tale provenienza settentrionale, per non dire che essi riportino la vera e propria radice di quelle vicende narrate poi riflessesi in più modi nello scenario mediterraneo. “En passant” : il Bronzo scandinavo non è – dice “Wikipedia” – più tardo dell’inizio del II secondo millennio “p.e.c.”, come invece viene detto che sia nell’articolo “Omero nel Baltico” – di “Wikipedia”.

    In questa Recensione, ancora una volta salta in vista immediatamente che la ferratezza specialistica può occludere la visione, e che stato corporeo, postura e vestiario quali sono quelli mostrati dallo scrivente (persona che si diletta di “fantasy” para-omerico – che però non ho ancora letto) non son certo di una qualità dinamico-armonica che concorra a scagionare i toni di an-informata critica e di ansia da insoddisfazione celati con il . . . “classico” espediente della saccenza “scolastica”, ovvero dell’autorità d’istituto didattico governativo citante sé stesso “a circuito chiuso”. Penso che dei vari “Umberto Eco” splendidi, davvero piacevoli, “re-digitori” di alte opere d’inventio narrativa però arroganti negatori della a loro sconosciuta realtà, la ricostruzione della storia reale non abbia di ché farsene . . .
    Caro fratello Daniele : hai un volto elegante e luminoso di animicità iranico-arabica nobile, penso che ti sarebbe di grande aiuto cercare le radici della VERITÀ Vivente al fondo di esso ; poiché : ciò che è stato in verità, dovrà un giorno tornare in luce di consapevolezza, frantumando la crosta delle anche più dotte costruzioni spiegatorie razionalizzanti, e . . . in quanto alle origini nordeuropee della cultura europea pre-mediorientale, questo ritorno : sta lentamente già avvenendo. Non sono comunque le tecnologie umane in sé stesse a definire il senso e la direzione di una cultura antropologica, bensì il comportamento − che neppure la genetica, figurarsi la cosiddetta lingua di parola, può determinare da esso solo. Scegli il Tuo, e poi sii fedele a quel Direzionarti, anche qualora, a un certo punto, la sua verità ti privi di un . . . privilegio che ti eri comperato con la coscienza precedente a tale Scelta. Non è un consiglio : è un “concilio”.
    ..00 : 35 rev. ..01 : 15 12 10 16
    Raffaelemaria concilio

    1. Prima di dilettarmi di “fantasy” para-omerico, poi defedato dall’editore, mi sono dilettato, con un editore molto più serio, della traduzione di entrambi i poemi omerici. Puntualizzo a beneficio di terzi.

  11. Cronologia: inizio dell’età del bronzo in Grecia (Antico Elladico I): 2800 a. C; inizio dell’età del bronzo in Scandinavia: mille anno dopo (1800 a. C.). Ingresso dei protogreci in Ellade dall’Epiro, 1900 a. C.: (canto anni prima dell’inizio del bronzo antico scandinavo); antico regno ittita e città stato anatoliche, 1900 a. C. (cento anni prima dell’inizio del bronzo antico scandinavo).

      1. Solo perché c’è la paura di sembrare razzisti… la scienza di questo se ne dovrebbe fregare altamente in un verso, o nell’altro. Pieno di bigotti questa discussione.

  12. Vorrei dire anch’io qualcosa sull’argomento se mi è permesso. Il fatto che nell’area Egeo-Anatolica all’incirca nel periodo che va dal 1300 a.C. si ritrovino, in vari documenti, i nomi degli eroi dei due poemi omerici, non significa altro che a quell’epoca erano nomi comuni che potevano essere portati da gente del popolo e da principi. Ricordo che quando ero bambino, negli anni cinquanta, avevo compagni di gioco che si chiamavano Achille, Enea , Paride Ettore etc. Nomi comuni anche allora e poi caduti parzialmente in disuso negli anni seguenti (ma non del tutto). Per esempio è noto che un famoso re ittita si chiamava Muwatallis, nome che sembra l’analogo del Metellus latino. Questo che cosa dovrebbe significare, che i latini frequentavano l’Anatolia nel 1300 a. C.? O più semplicemente che sono nomi che si rifanno ad una comune radice indoeuropea? Oltre tutto il ritrovare i suddetti nomi di eroi omerici (ma anche di gente comune) non è in contrasto con la presenza Micenea e quindi Achea già da svariati secoli, se è vero che popolazioni achee erano immigrate in Grecia almeno dal 1600 a. C. Lo stesso dicasi per i nomi di città, sono stati importati da immigrati Achei vari secoli prima e non mi sembra che tutto ciò infici la teoria del Vinci ( anzi sembra quasi un argomento a favore). Quanto poi alle ipotesi sui nomi di Ulisse, Didone Omero etc. mi sembrano alquanto opinabili e comunque non certo sufficienti a distruggere una teoria che si basa su ben altri fatti. L’incipit del poema di Gilgamesh che sarebbe uguale a quello dell’odissea è sicuramente interessante ma bisognerebbe stabilire se questa redazione del poema di Gilgamesh, che lei stesso asserisce esser tarda, non sia stata copiata dall’Odissea, che in quei tempi sicuramente già circolava, forse scritta, ma sicuramente cantata, nell’area suddetta.
    La questione è che, nonostante si dia per scontato che le tesi del Vinci siano note a chi discute, rilevo invece come si dimentichi che la teoria si basa principalmente sulla rispondenza geografica dell’area baltico scandinava alla descrizione omerica , come afferma l’autore. Passo a ricordarne brevemente i punti salienti.
    1) La zona del maelstrom
    Basta anche solo collegarsi a google map per verificare la perfetta corrispondenza della geografia locale e topografia del posto alla descrizione omerica. Ciò è tanto più stringente in quanto non nel mediterraneo, tanto meno nello stretto di Messina, ne in alcun altro posto del pianeta si rileva una corrispondenza simile. Tanto è vero che prima del Vinci molti studiosi, almeno sin dal primo medioevo, hanno notato questo fatto. Questo è un punto fermo non contestabile.
    2) L’arcipelago d’Itaca
    Che l’arcipelago del sud Fionja individuato dal Vinci corrisponda in tutto e per tutto alla descrizione omerica è facilmente verificabile anche senza recarsi sul posto. Oltre ai due toponimi, su cui si può discutere quanto si vuole ma che comunque sono lì e non si possono eliminare (Langeland – Dulichio e Tasinge – Zakinthos), si rileva una corrispondenza nella posizione reciproca, nel numero delle isole e nelle caratteristiche topografiche. Oltretutto il Vinci presenta un vero e proprio argomento “quantitativo”, nella quinta edizione del saggio. La superficie di ognuna delle 4 isole, infatti, è direttamente proporzionale al numero delle navi inviate da ciascuna alla guerra di Troia e al numero dei pretendenti alla mano di Penelope provenienti dalle 4 isole. Si noti che i due dati provengono da due poemi diversi, redatti molto probabilmente da due autori diversi, e quindi costituiscono in certo modo una sorta di controllo a doppio cieco. Tale sorprendente corrispondenza è dovuta al fatto che la superficie delle isole è omogenea e pianeggiante tanto che anche la popolazione attuale è direttamente proporzionale alla superficie, come probabilmente accadeva già ai tempi di Omero.
    3) L’area di Toija – Troja
    Anche in questo caso le corrispondenze geografiche e topografiche con la descrizione omerica sono secondo me incontestabili. La posizione del pianoro sopraelevato con al lato la collina Batiea, facilmente individuata dal Vinci, i due fiumi che scorrono paralleli fino a impantanarsi nell’attuale lago, profondo al massimo un metro e mezzo, che costituisce la “pianura allagata” descritta nell’Iliade, evidentemente già soggetta a questo fenomeno, allora temporaneo ed oggi permanente, l’antica linea di costa che è possibile determinare, stavolta si, grazie all’aiuto di un toponimo determinante, Aijala, che però sembra difficilmente contestabile perché giuntoci praticamente inalterato dal greco Aigialos. Questo toponimo non è l’unico significativo della regione ma fa parte di un gran numero di toponimi significativi relativi tutti alla vicenda di Troia e ai miti connessi. In ogni caso anche volendo scartare i toponimi la corrispondenza geografica rimane e si estende per di più anche al sistema di alture retrostanti al sito di Toija. Per dire, avrebbe potuto esserci una pianura senza fine e allora qualcosa sarebbe mancato. Invece no, la geografia quadra perfettamente.
    Anche senza continuare l’elenco dei siti la cui conformazione si attaglia perfettamente alla descrizione omerica, possiamo passare a trarre delle riflessioni. Ragionando per assurdo ammettiamo che le corrispondenze geografiche siano tutte un abbaglio causato dalla volontà di trovare per forza una fantasiosa congruenza. Come ha obbiettato qualcuno, allora, tali corrispondenze rilevate dal Vinci sarebbe possibile trovarle in un qualsiasi contesto geografico del pianeta. A parte il fatto che a tutt’oggi quest’esperimento non lo ha fatto nessuno, o se l’ha fatto non ha avuto esito, si arriverebbe ad una conclusione paradossale: la geografia omerica è ricostruibile dappertutto tranne che nel Mediterraneo, che sarebbe il luogo deputato alla bisogna. Fino a prova contraria dunque non si può negare che l’unico posto conosciuto al mondo dove la geografia descritta da Omero funziona è l’area baltico-scandinava.
    Ma torniamo adesso ai tanto bistrattati toponimi, che sono comunque un argomento accessorio e non fondamentale. L’evoluzione Troia > nel finnico Toija non è corretta e proponibile? Benissimo. Io osserverei che se le regole fonetiche valgono per le parole normali, per un toponimo forse queste regole possono subire un’eccezione in quanto i toponimi, come si sa, sono i relitti linguistici più duri a morire e tendono ad essere conservati nella loro forma originaria. In ogni caso il toponimo in questione, che guarda caso si trova al posto giusto secondo la teoria vinciana, e non, per dire, nel sud Fionia o in Norvegia, è attorniato da moltissimi altri toponimi che sembrano significativi. Per esempio, come già detto, Aijala che sembra giunto a noi praticamente intatto, ma anche Tantala (Tantalo), Sipila (il monte Sipilo), Askainen ( Ascanio), Reso (Reso), Karjaa (Carii), Nàsti (Naste, capo dei Carii), Lyòkki (Lici), Tenala (Tenedo), Kiila (Cilla), Kiikoinen (Ciconi). Inoltre troviamo una Padva, anche questo toponimo giunto fino a noi senza modifiche (latino: Padua). Viene citata anche una località vicina al supposto sito di Troia – Toija, Kavasto che, come riferisce l’autore, in finlandese non significa nulla ma in greco può voler dire “città bruciata”. Si potrebbe continuare per le altre zone nominando l’isola di Faro che sta alla giusta distanza dalla costa meridionale del baltico, anche questo toponimo sembra giunto praticamente intatto fino a noi, l’isola di Mon che l’autore, in base a considerazioni geografiche, identifica con la Cranae omerica e che, guarda caso, presenta un toponimo Craneled traducibile con Capo Crane, anche questo giunto praticamente intatto fino a noi, l’isola di Bornholm, identificata con la Naxos omerica, che guarda caso presenta il toponimo Nexso, praticamente intatto come sopra, la cittadina di Jolka nella Finlandia del nord, situata nel punto giusto dove l’autore ipotizza la regione dei Lapiti e Centauri e che, guarda caso, richiama la Jolco omerica. Il fatto è che tutti questi toponimi e tanti altri non sono distribuiti a casaccio nell’area baltico – scandinava ma si trovano proprio lì dove, secondo le indicazioni della geografia omerica, ci si aspetterebbe di trovarle. L’elenco è lungo e io non sostengo che tutti i toponimi vadano presi per oro colato, però mi sembra veramente miope rifiutarsi di vedere certe macroscopiche evidenze. Ora io dico questo, la teoria delle variazioni glottologiche nelle lingue indoeuropee e non indoeuropee, nonostante tutto, è pur sempre una teoria per cui, di fronte a “fatti” come quelli sopra citati, bisognerebbe prendere in considerazione la possibilità di trovare altre regole aggiuntive che modifichino la teoria, in modo che sia adatta a descrivere fenomeni che altrimenti non spiega. Non si può ignorare dei fatti come quelli che enumera il Vinci, che pure esistono, perché la teoria dice che non sono possibili in quanto non congruenti con quanto previsto dalla teoria stessa. Come affermava Archimede, bisogna “salvare i fenomeni”.
    Quanto poi all’assorbimento “nell’esoterismo pseudostorico neo-fascista” ed, aggiungerei io, anche nazista, purtroppo è vero e questo èra accaduto già prima che il Vinci esponesse la sua teoria. Molte di queste osservazioni girano da parecchio tempo nella cultura europea ad opera di vari autori, alcuni dei quali purtroppo simpatizzanti di queste ideologie o supposti simpatizzanti. Ma questo però non c’entra nulla con il Vinci che in più di un’occasione manifesta chiaramente le sue idee europeiste e umanitarie. Inoltre non sembra certo una buona ragione per non discutere di certe teorie solo perché alcuni gruppi impresentabili se ne appropriano indebitamente, anzi casomai non bisogna lasciargliene il monopolio. In caso contrario che facciamo, evitiamo di studiare la filosofia di Heidegger o la fisica di altri scienziati che ebbero simpatie naziste? Tagliamo via dalla cultura e dalla storia la conquista della luna perché ad essa partecipò Verner Von Braun, noto scienziato “nazista”, inventore delle V2 e poi cooptato dagli americani? E Konrad Lorenz? …..Tempo fa lessi sul giornale che da un’organizzazione internazionale, facente capo all’ONU, era stata inviata all’India una esortazione ad abolire la raffigurazione della svastica perchè simbolo negativo di grandi sciagure. Naturalmente l’India rispose che non aveva alcuna intenzione di abolire un simbolo che usavano da millenni come simbolo di pace.

  13. … il problema immenso è la cronologia che noi tutti accettiamo come vera e quindi intoccabile (sacra)!!! ….. ma la matematica ci viene in aiuto e grazie a A.T. Fomenko, matematico russo e alla sua equipe dell’Università di Mosca, …. la verità non si potrà mai conoscere ma la si può “calcolare”!!! Basta!!! Diamo un’occhiata alla “Chronologia.org”, diamo un’ultima spintarella alla falsa cultura “gesuitico-papalina”, traduciamo tutta l’opera di Fomenko, portiamola nelle scuole come nuova materia di insegnamento affiancata alle buone letture come il libro dell’ing. Vinci e avremo nuova luce. A presto.

    1. Ahahah Fomenko, uno che pensa che la Storia sia matematica! Perché se due re sono morti allo stesso modo devono per forza essere la stessa persona,non può essere che sia un veleno molto usato per la sua efficacia….AHAHA

      1. Non c’è nulla da ridere.

        Tutte le opere “classiche” sono elaborazioni medievali, umaniste e rinascimentali e poi rielaborate in epoca barocca fino alla fine del “settecento”, scritte nel codice detto “latino” , lingua mai parlata e tratta da 3500 parole slave (XI-XIII secolo), tutto sotto la super visione del Vaticano (Batu Khan=Ivan Kalita) dalla sua fondazione laziale (fine XIII secolo).

        Accettare questo, nulla toglierebbe al valore culturale e poetico delle opere, anzi, a mio parere, le stesse apparirebbero sotto nuova luce e splendore e soprattutto validissime per capire la nostra storia.

        Precisamente: chi siamo e da dove veniamo?

        Cordialità.

  14. Per quanto riguarda l’identificazione con la Troia omerica della varie Wilusa e Taruisa dei documenti ittiti, nonchè tutte le altre etimologie che vengono proposte, esse non sono per niente pacifiche e tantomeno accettate da tutti gli studiosi ma anzi spesso non hanno nulla da invidiare, quanto ad attendibilità, alle etimologie proposte dal Vinci. Di converso non sono supportate dalle corrispondenze geografiche. Vi posto di seguito un capitoletto tratto dal libro “TROIA” del prof. Dieter Hertel, che insegna archeologia classica all’università di Tubinga ma, soprattutto, ha preso parte a diverse campagne di scavo preso il sito della cosiddetta Troia anatolica (Hissarlik e dintorni) pubblicando numerosi studi al riguardo. Come vedete egli stronca in maniera definitiva le suddette identificazioni come prive di fondamento:

    “Troia e le fonti ittite
    Vi sono fonti scritte contemporanee agli eventi dalle quali risulti che Troia VI o la città che le succedette, Troia Vlla, fu veramente conquistata e distrutta da greci micenei? Vi è davvero almeno un riferimento allo svolgersi di una guerra intorno a una delle due città, così come essa è descritta da Omero? A questo proposito dobbiamo discutere un’ipotesi, più volte sostenuta in tempi recenti, secondo la quale Troia sarebbe da identificare con la città o lo stato luvio di Wilusa/Wilusiya (nelle pagine che seguiranno utilizzeremo, per ragioni di sem¬plicità, il nome Wilusa)1.
    Fin dai tempi di Omero per definire Troia venne usato anche un altro nome, quello di Ilios, anche nella sua forma più recente Ilion, che già si incontra nell’Iliade, sebbene in una sola occasione. Da questo nome si è postulata l’esistenza di una forma più antica, Filios, in cui la F era pronunciata come W; questa forma verrà impiegata anche nelle pagine seguenti.
    1 II luvio è una lingua strettamente imparentata aU’ittita e appartenen¬te al ceppo indoeuropeo; era parlata nell’Asia Minore meridionale e sud-occidentale.

    Alcuni studiosi della civiltà ittita, a motivo dell’assonanza tra i due nomi, hanno voluto identificare Troia/Filios con la Wilusa che appare in alcuni testi giunti fino a noi, in parte in condizioni assai frammentarie. Tali studiosi hanno cercato di rafforzare l’identificazione richiamandosi alla geo¬grafia dell’Asia Minore nell’età ittita, ma molte delle localizzazioni che rivestono importanza in rapporto al problema sono solo congetturali. Da tali deduzioni, peraltro non prive di difficoltà, essi sono giunti alla conclusione che Wilusa sia da collocare nella regione della Troade e sia da identificare con la Troia di Omero. Dal punto di vista linguistico l’identità dei nomi Wilusa e Filios non può essere del tutto esclusa, ma certo non è verosimile. Per quanto concerne la geografia dell’Asia Minore nel periodo ittita, si deve ancora una volta sottolineare con forza che le fonti scritte relative al tema sono del tutto frammentarie, che la traduzione di alcune parole o passaggi chiave è ancora dibattuta e che in parte di questi testi ritroviamo solo scarni e vaghi riferimenti, in particolare per quanto riguarda Wilusa. Gli stati, le regioni e le città che possono essere localizzati in Asia Minore nel periodo che va dalla fine del XIV agli inizi del XII secolo sono i seguenti: il cuore del regno ittita, la regione di Hatti (Anatolia centrale), con le «terre alte» e le «terre basse» e il territorio di Kaska, posto a nord di Hatti; più distanti le regioni di Pedassa (a sud-ovest di Hatti) e Walma (a ovest o a sud-ovest di Pedassa), Karkemis (lungo entrambi i versanti dell’odierna frontiera fra Turchia e Siria), Kizzuwatna (Cilicia); e inoltre Tarhuntassa (Panfilia), che si estendeva fino a Kastaraja/Kestrios, Lukka, che corrispondeva all’incirca alla regione più tardi nota come Licia e includeva una serie di città che sono state identificate nel corso del tempo; infine le località di Arzawa-Mira e Kuwaliya, a sud e sud-est di Smirne. Si deve tuttavia sottolineare come l’esatta estensione di questi stati sia del tutto incerta. Le uniche regioni dell’Asia Minore meridionale e sud-occidentale i cui confini possono essere tracciati, seppure in modo approssimativo, sono Tarhuntassa e Lukka. Inoltre si discute ancora sulla localizzazione della città o dello stato di Millawanda: si tratterebbe di Mileto, con il suo territorio o, forse meglio, di Milyas/Milyanda (regione indicata sulla carta con il nome di Caria). La regione del fiume Seha deve essere collocata neipressi di Arzawa-Mira, ma sulla sua esatta localizzazione per il momento non vi è consenso: alcuni studiosi si sono pronunciati per un’identificazione con la valle del fiume Hermos (e forse con quella del Kaikos), altri per quella del Meandro. Infine dobbiamo ricordare la regione di Ahhija/Ahhijava, che certo è un regno stabilito dai micenei sulle coste sud-occidentali dell’Asia Minore e sulle isole antistanti, ma la cui popolazione pare presentare una forte componente non micenea. Wilusa doveva trovarsi nei pressi di Arzawa-Mira, o nei pressi di quest’ultima località e della regione del fiume Seha.
    Per coloro che identificano Wilusa con Troia/Filios vi sono due testi di particolare importanza: il cosiddetto «trattato di Alaksandus» e la lettera di Manapa-Tarhundas. Il primo do¬cumento, databile intorno al 1280, offre fra l’altro, a coloro che sostengono l’equivalenza tra Wilusa e Troia/Filios, il van-taggio che il troiano a causa del quale, secondo la saga, la sventura si abbattè su Troia si chiamava Alessandro (meglio noto come Paride), un nome assonante con Alaksandus. Nel mito, Paride rapì al principe greco Menelao la sposa, di nome Elena; a causa di questo fatto l’esercito degli alleati greci intraprese una spedizione di guerra contro Troia. Vedremo tra breve quanto sia pericoloso identificare nomi appartenenti a lingue diverse per il solo motivo che sono assonanti. Ma prima occupiamoci della lettera di Manapa-Tarhundas, scritta intorno al 1300: essa contiene un passaggio che, con rischiosa interpretazione, è stato ritenuto indizio a favore dell’identificazione di Wilusa con Troia/Filios. Wilusa, peraltro, nel trattato di Alaksandus, viene ricordata in connessione con la regione di Lukka. Uno sguardo alla carta dimostra come sarebbe assai più sensato collocare Wilusa nell’Asia Minore sud-occidentale piuttosto che nella regione di Troia. Ciò nonostante si è sostenuto che Wilusa si trovasse a nord della regione del Seha, identificata con la valle del fiume Hermos e addirittura anche con quella del Kaikos: da ciò si è dedotta una localizzazione di Wilusa assai vicino o addirittura all’interno della Troade. Ma se anche questa localizzazione della regione del Seha fosse corretta ciò non implicherebbe obbligatoriamente un’identità di Wilusa con Troia/Filios.
    La debolezza delle basi sulle quali poggia tali tesi è dimostrata anche dall’interpretazione del già ricordato passo della lettera di Manapa-Tarhundas. In esso si afferma che truppe ittite percorsero la regione del Seha per ritornare a Hatti, nell’Anatolia centrale, attraverso Wilusa: «ritornare» è in effetti il verbo comunemente utilizzato per tradurre la parola ittita impiegata in questo passo. Partendo da tale assunto risulta chiaro come Wilusa non possa essere collocata nella Troade, anche se la regione del Seha corrispondesse alla valle dello Hermos e del Kaikos, poiché il percorso di ritorno verso l’Anatolia centrale difficilmente avrebbe condotto nella Troade. Wilusa dovrebbe piuttosto essere confinante a est con la regione del Seha, ovvero a est delle valli dello Hermos e del Kaikos o della valle del Meandro (entrambe le identificazioni, e in particolare l’ultima, ben si accorderebbero con il cenno che compare nel trattato di Alaksandus). Ma poiché nessuna di queste due localizzazioni si accorda con il quadro della geografia politica dell’Asia Minore tracciato dagli studiosi secondo i quali Wilusa era Troia/Filios, si è proposto di rendere il termine ittita solitamente tradotto con «ritornare» con il verbo «partire per» o ancora (e questa volta a ragione) con l’espressione «attaccare Wilusa». Questo modo di procedere mostra quanto incerta sia l’identificazione di Wilusa con Troia/ Filios.
    Anche la tesi che la città o lo stato luvio di T(a)ruisa, ricordato nelle fonti ittite in connessione con Wilusa, sia uguale a Troia non è convincente, in quanto dubbia dal punto di vista linguistico; inoltre Wilusa e T(a)ruisa sono due entità (stati, regioni o città che fossero) distinte e non due definizioni diverse di una medesima realtà.
    I tentativi di giungere a stabilire l’identità dei nomi Wilusa e Troia/Filios per altra strada, come già si è accennato, non conducono a risultati stringenti: certamente il nome del principe troiano che rapì Elena, Alessandro (Paride), può essere confrontato con il nome luvio del sovrano di Wilusa, Alaksandus, ma Alessandro non deve in alcun modo essere considerato obbligatoriamente la resa in greco di Alaksandus . Quanto al nome Paride, esso potrebbe derivare dal luvio Pariziti, ma potrebbe anche appartenere allo strato linguistico definito come pregreco/microasiatico (che forse non faceva parte del ceppo indoeuropeo) o all’illirico, una lingua indoeuropea parlata dagli abitanti delle odierne Albania e Jugoslavia, una parte dei quali, i Dardani, si era stabilita nella Troade.

    Il medesimo discorso si può fare a proposito del nome di Priamo, il vecchio re di Troia padre di Alessandro (Paride): l’antroponimo potrebbe derivare dal luvio Pariamuwa, ma anche dall’idioma pregreco/microasiatico o dall’illirico. Se si adotta la prima ipotesi si deve comunque tener conto che essa non è affatto scontata e che questo nome è attestato in Cilicia, nell’Asia Minore sud-orientale, ma non nella Troade, ove effettivamente lo si sarebbe voluto incontrare per avere prova della presenza del mitico re omerico nei dintorni di Troia. Per somma disgrazia, il padre del sovrano storico Alaksandus, così come appare nel già menzionato trattato, non si chiamava Priamo o Pariamuwa, ma Kukunni, mentre uno dei suoi discendenti portava il nome di Walmu: antroponimi che dunque nulla hanno a che fare con la saga greca. Comunque si giri la questione, né l’identificazione di Wilusa con Troia/Filios né quella dei personaggi storici della Troade di età ittita con gli eroi omerici possono reggere.
    A risultati ancora più chiari si perviene a proposito del nome del dio Apollo, venerato, secondo l’Iliade, nella Troade e nelle isole antistanti. La divinità è interpretata come forma greca del dio Appaliunas di Wilusa. Tuttavia non si è considerato che nel trattato di Alaksandus, ove il nome è attestato come quello di una delle divinità di Wilusa, del teonimo si conserva solamente la parte finale, […]appaliuna; non è peraltro lecito interpretare un nome lacunoso come se fosse integro. Inoltre non vi è ormai dubbio che Apollo era un dio puramente greco, il cui nome è da connettere con il termine greco apella, apellai, come ha dimostrato in modo convincente il filologo classico e studioso di storia delle religioni Walter Burkert. Apollo sarebbe dunque fuori posto in una città luvia e non può esservi forzatamente trasferito dagli studiosi moderni.
    Del resto è molto più sicuro analizzare dal punto di vista della loro etimologia, piuttosto che gli antroponimi dei troiani ricordati nell’Iliade, i nomi dei corsi d’acqua e delle località della Troade che vi compaiono; e questo perché, se anche i summenzionati antroponimi troiani dovessero realmente essere ricondotti a forme originarie della lingua luvia, ciò non costituirebbe prova del rapporto fra Troia/Filios e Alessandro (Paride) da un lato e Wilusa e Alaksandus dall’altro. Esiste pur sempre la possibilità che i più antichi poeti greci non si riallacciassero a personaggi storici del passato dell’Asia Minore in qualche modo a loro noti, contribuendo così a tenere viva un’antica tradizione, ma semplicemente abbiano ripreso questi nomi perché parevano essere assai antichi e avere un carattere pregreco/microasiatico. L’esperienza insegna invece che gli idronimi e i toponimi rimangono legati al medesimo corso d’acqua o località anche per secoli; per questo motivo essi costituiscono un ricco campo d’indagine per gli studiosi di linguistica, attestando con persistenza quali lingue fossero un tempo parlate in una data regione. Una serie di ricerche linguistiche ha rivelato l’esistenza nella Troade di tre strati linguistici: il più recente, di origine greca, rappresentato da toponimi come Ellesponto, Kallikolone (una collina nei pressi di Troia) o Heptaporos (un fiume che scorre a est della città), un più antico stadio, traco-illirico, che per esempio è attestato da nomi come Kebren e Dardania (località poste a sud di Troia), e infine uno strato pregreco/micrasiatico, che si riconosce fra gli altri in nomi come Ida, Scamandro, Troia, Timbra, Gergis, Pedaso, Lirnesso (l’ultimo toponimo si riferisce alla città posta a sud del monte Ida, cfr. figg. 2 e 3).
    Per chiudere le riflessioni di carattere linguistico sulla possibile identità di Wilusa con Troia/Filios si deve ancora accennare a una singolare circostanza storica: è dimostrabile che il grande re ittita Muwatalli intorno al 1280 si interessò anche dei rapporti con Wilusa, peraltro già in essere da lungo tempo. Egli in effetti insediò il già ricordato Alaksandus come suo vassallo in Wilusa: se quest’ultima località fosse identica con Trois/Filios, il fatto che non vi sia stata rinvenuta alcuna traccia archeologica di stretti rapporti con il regno ittita e i suoi sovrani risulterebbe davvero sorprendente. In effetti questo è precisamente ciò che accade nella regione immediatamente a est di Smirne, che, come è dimostrato, è stata sotto l’influenza ittita: in tale area si trovano gli impressionanti rilievi rupestri con iscrizioni geroglifiche in lingua luvia di Karabel e Akpinar, una località posta a nord di Karabel.
    Nulla di paragonabile si trova nella Troade. Inoltre, il sistema di pozzi scavati nella roccia rivelato a sud-ovest della cittadella già nel corso degli scavi di Schliemann e Dòrpfeld sembra essere stato in uso solo a partire dal III secolo. Secondo le indagini geologiche compiute, i sedimenti dimostrano forse che questi impianti vennero creati già nel III millennio. Questa scoperta non ci dice nulla riguardo al periodo in cui i pozzi furono scavati, poiché nella zona in cui sono accumulati i sedimenti potrebbe essere sgorgata una fonte prima che i pozzi venissero scavati nella roccia. Ma, anche se questa obiezione venisse superata, non vi sarebbero co¬munque motivi convincenti per individuare in questi pozzi un santuario delle acque ittita o luvio di nome Kaskal.Kur; si aggiunga che gli studiosi di ittitologia non sono affatto concordi su cosa fosse esattamente tale santuario. Tantomeno è possibile riconoscere in questi impianti idrici le due sorgenti descritte nell’Iliade, nei pressi delle quali Achille uccise Et¬tore, dal momento che il poema e i dati di scavo sono in com¬pleto contrasto tra di loro.
    Troia/Filios non era dunque Wilusa. Filios è piuttosto un nome chiaramente portato nella regione della Troade dai greci provenienti dal continente, in un periodo assai posteriore. L’identificazione di Troia/Filios deve dunque essere abbandonata, la storicità della guerra di Troia non può essere dimostrata solamente attraverso distorte interpretazioni filologiche.
    A questo proposito vorrei ancora brevemente notare che il nome di città o di regione W3-iw-r-jj-i, cioè W(a)jurija/W(a)ju-lija, attestato in Egitto nell’età del faraone Amenofi III (prima metà del XIV secolo) sicuramente non ha nulla a che vedere con Filios o Wilusa.

    1. Tojia con TROIA non c’entra nulla (le consonanti sono importantissime perché mancavano completamente le vocali.
      Con l’archeologia non si viene a capo di nulla ma si può dire tutto (quattro pietre e tanta polvere sono ovunque).
      Anche la geografia cambiava i suoi nomi (Siria=Russia), (Georgia=Grecia), (Turchia=Tracia=Francia)
      Troia è Czar Grad sulla sponda destra del Bosforo oggi Beykoz Mountain = Golgotha nel XII secolo A.D., sulla riva asiatica del Bosforo. Nelle vicinanze si trovano rovine dell’originale, cioè la Gerusalemme biblica, chiamata anche Yoros. Sulla riva dello stretto, leggermente a sud, si trova la moderna Istanbul.
      A seguito della crocifissione di Andronico Cristo (l’anno 1185 il 20 marzo) da parte del popolino furioso (giudei), Czar Grad=Gerusalemme venne distrutta dai crociati del nord europa (Odisseo è uno di questi), Odessa nell’odierna Ucraina è una città che ce lo ricorda e l’odissea è il canto slavo che ce ne ricorda le sue peregrinazioni, poi trascritto più e più volte dal XV al XVIII da monaci amanuensi al servizio della Chiesa Russa-Ortodossa poi divenuta “Greca” e del suo scisma “cattolico” (Iva Kalita=Batu Khan=Vatu-Can=Vaticano arrivato nel 1360/1380 a Cattolica nei pressi di Rimini e trasferitosi nell’attuale Roma a sud dell’Etruria (Et-Rushji=Goti-Russi) quest’ultima civiltà già nel pieno del suo splendore e del suo decadimento oggi chiamato truffaldinamente “ellenismo” ecc. ecc.
      Per approfondimenti: chronologia.org
      Cordialità.-

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