Sonia Caporossi, "Riflessi di cristallo sui bastioni della Terra", 2011
Sonia Caporossi, “Riflessi di cristallo sui bastioni della Terra”, 2011

Di GIOVANNI AGNOLONI

Il movimento connettivista (si vedano Il Connettivismo come sensibilità sottile e archetipica del sé: un’intervista impura con Giovanni Agnoloni su Critica Impura e I connettivisti: l’avanguardia italiana su Rai News Poesia) ha nel tema del Profondo e delle sue viscerali implicazioni una delle sue colonne portanti. Proprio esplorando questi sentieri è possibili rendersi conto di come la sua abituale caratterizzazione come espressione “fantascientifica”, ben lungi dall’essere inesatta, sia in effetti riduttiva, perché è proprio qui che si manifestano numerose consonanze e interazioni con voci importantissime della letteratura internazionale anche non “di genere”. È per questo che ho voluto svolgere queste considerazioni, che, insieme a quelle pubblicate su Post Populi (Il connettivismo e l’altro secondo Giovanni De Matteo), costituiscono parte di un mio più ampio saggio sul Connettivismo in fase di elaborazione.

Nel punto 3 del Manifesto del Connettivismo leggiamo:

Noi vogliamo scavare a fondo nelle carni dell’universo, penetrare sotto l’epidermide del mondo e raggiungerne il midollo pulsante. La parola, l’immagine e l’equazione sono i virus che trasportano la nostra infezione.

Il riferimento alle «carni dell’universo» non è solo un richiamo ai misteri più nascosti del cosmo. È soprattutto un collegamento con la sua parte più viva e (potenzialmente) lacerata o “lacerabile”: la vita, e in particolare l’uomo. «Penetrare sotto l’epidermide del mondo e raggiungerne il midollo pulsante» allude proprio a scendere nel Profondo, ovvero la parte più intima e viscerale della natura umana. E il successivo accostamento dei termini parola, immagine ed equazione – che peraltro costituisce un’altra conferma della conciliazione, nel Connettivismo, di cultura letteraria, artistica e scientifica – al concetto di virus rafforza ulteriormente l’impressione iniziale: pone infatti l’accento non solo su una delle forme di vita più primitive, ma anche sull’intrusività e la capacità di sondare perfino i recessi minimi dell’essere (nell’outer space come nell’inner space) utilizzando strumenti di indagine propriamente umani.

La vocazione a questo tipo di indagine, da parte degli autori del movimento, è un tratto strettamente legato ai suoi ascendenti letterari, ma anche filosofici, psicologici e umanistici in senso lato. Mentre sui primi tornerò tra poco, voglio un attimo riferirmi ai secondi, e in particolare a uno, il padre della psicologia analitica, Carl Gustav Jung. Uno dei punti centrali dell’impostazione di ricerca di Jung è il tema dell’individuazione, ovvero del processo di graduale avvicinamento dell’individuo al Sé, la radice della propria identità, liberandosi dalle catene dell’Io prigioniero dell’Ombra, il grande archetipo-proiezione delle maschere apportate dalla famiglia e dall’ambiente sociale, e lasciandosi guidare da altri potenti archetipi quali l’Animus/Anima (il maschile e il femminile, da intendersi come “luogo” delle dinamiche psichiche dell’inconscio che innescano il processo stesso di scoperta del Sé) e il Vecchio Saggio (la “sede” del miglior potenziale da sviluppare e della “visione” del Sé, ormai maturo per la propria realizzazione)[1]. Tutto questo processo si basa sulla discesa – spesso difficile – nelle parti più nascoste della psiche, e si articola appunto attraverso una successione di incontri, tanto nel mondo interiore quanto in quello esterno (mediante le risonanze tra i due evidenziate dalle sincronicità[2]), che hanno una radice archetipica. E gli archetipi, modelli psichici universali e impersonali, formano l’“universo” dell’inconscio collettivo. Come Jung scrive in La psicologia dei processi inconsci,

L’inconscio collettivo è il precipitato di tutte le esperienze mondiali di ogni epoca, è quindi un’immagine del mondo che si è venuta formando nel corso di eoni. In questa immagine si sono delineati nel corso del tempo determinati tratti, i cosiddetti dominanti. Questi dominanti rappresentano i dominatori, gli dèi, sono cioè immagini di leggi e principi dominanti, i quali si ripresentano con regolarità media nei fluire delle immagini che il cervello ha assorbito dal fluire dei processi secolari.[3]

La discesa nel Profondo, dunque, mette inevitabilmente di fronte a una dimensione grande quanto l’intera umanità e l’intera storia, perché gli archetipi dell’inconscio collettivo esistono da sempre, e animano – turbandolo e guidandolo – il percorso attraverso l’inconscio individuale e in direzione del Sé, sia pur potendo assumere, nel corso della storia e da una regione all’altra del mondo, forme diverse.

Ora, la discesa nel Profondo come strumento di conoscenza dell’Io, ma – alla luce di quanto si è visto – anche dell’universo, è al centro di numerose opere di connettivisti. Nel racconto Il sentiero della spirale, Sandro Battisti descrive un percorso di morte-rinascita spirituale sullo sfondo di uno scenario di spazio profondo:

Il momento della rinascita mi riempie di dolore, poco dal lato fisico e infinitamente tanto dalla parte psichica. Devo essere trapassato nel momento di massima estensione della visione, e devo aver attraversato la bolla assieme alla nave stellare. Ora mi sento strappare di nuovo dal flusso della Corrente dove fluttuavo leggero, pieno, sentendomi in sinestesia con le oscure radiazioni del cosmo. Comprendo di essere nuovamente limitato, compresso dentro un’entità finita; sono un corpo di natura generica che mi costringe a percepire l’attimo mortale, il senso della decadenza che si perpetua, senza soluzione di continuità, negli incanti di una solitudine così tagliente da morirne per il solo pianto che suscita.[4]

L’allusione alle dinamiche del processo di individuazione, benché implicita, è chiara. La sofferenza del percorso di presa di contatto con l’anima, l’approcciarsi a quella “bolla”, che sembra essere una metafora delle maschere che spesso ingabbiano l’identità, impedendo l’accesso al Sé, che poi, quando avviene, segna il passo di una transizione che è anche una palingenesi, perché innesca la conclusione di un’esistenza “finita”, per aprire la strada alla percezione di un oltre che è comunicazione aperta tra i mondi interiori e gli echi e le risonanze dell’intero cosmo. Ma tale processo suscita pianto, e in quel pianto è compressa tutta la sostanza di umanità palpitante al centro della poetica del movimento connettivista, che dunque si dimostra tutt’altro che distaccato e “intellettuale”. Al contrario, l’umanità che vi si può percepire è ancor più viscerale proprio perché colta nel momento del passaggio dalla carnalità all’immaterialità di un orizzonte postumano. È l’umanità che resta nonostante la progressiva smaterializzazione del supporto, e dunque un’umanità profondamente energetica, carica di misticismo. Mi viene allora in mente un’osservazione del poeta polacco Premio Nobel Czesław Miłosz, che nella sua introduzione a La terra desolata e ai Quattro quartetti di Thomas Stearns Eliot, scrisse:

L’uomo del Rinascimento si lamentava del caos che lo circondava e che si annidava fin dentro di lui; ma fu proprio ciò a causare la grandezza di Marlowe e di Shakespeare. Trasportato lontano attraverso il movimento che inizia con il Rinascimento, Eliot guardava a sua volta nostalgicamente a Dante e al suo tempo, quando l’immaginazione religiosa formava il cosmo senza trovare ostacoli da parte del pensiero discorsivo, anzi sostenuta dal pensiero di San Tommaso d’Aquino. L’opera di Eliot è un tentativo di dimostrare che l’immaginazione, e quindi la poesia religiosa, possono riconquistare i loro privilegi. Impresa pressoché disperata: costruire qualcosa dall’impossibilità, dalla mancanza, dalle rovine. Ma se in qualche misura egli fosse riuscito nel suo intento, ciò significherebbe che la gente del ventesimo secolo non dovrebbe sentirsi troppo pessimista circa la propria potenza.[5]

Non ho citato a caso l’opinione di Miłosz su Eliot. Due, in particolare, sono qui gli elementi degni di nota. Il primo, il fatto che il poeta polacco parli di “costruire qualcosa dall’impossibilità, dalla mancanza, dalle rovine”, affermazione che s’intona perfettamente con quanto sottolineavo poco sopra circa il valore essenziale dell’umanità residuale, ovvero quella che resta dopo che tutto si è dissolto. Certo, nelle parole dell’introduzione all’opera di Eliot si parla anche di “poesia religiosa” – cosa che non si può certo dire delle opere connettiviste, nonostante la loro carica mistica – e si fa riferimento a grandiosi ascendenti, che il movimento non pretende di “far suoi”, come Shakespeare e lo stesso Dante. Fondata, però, sarebbe una riflessione imperniata sulla ricerca di un ordine,  o meglio di una Fonte ispiratrice, dietro il caos che lo stesso uomo rinascimentale, con la sua tensione verso un modello “geometrico” della realtà – insomma, verso il Logos – rivelava, e che l’uomo medievale, espresso in forma altissima da Dante e dalla sua Commedia, aveva esemplificato con il suo pellegrinaggio nei regni ultraterreni. Questi ascendenti, benché non rivendicati, incidono eccome sul Connettivismo, che cerca appunto di dar voce, tanto nei suoi scenari cosmici quanto in quelli terrestri, al dolore dell’uomo che scende dentro di sé, affondando nella nube della conoscenza (cfr. J.R.R. Tolkien: la nascita, la morte e la contemplazione su Post Populi) e proteso nella ricerca della propria identità e della propria Fonte. Eliot stesso, del resto, è stato esplicitamente scelto dal critico connettivista Alex Tonelli come “padre” del movimento in un suo articolo uscito sulla rivista ufficiale del Connettivismo NeXT[6]. Particolarmente significativa, e direi sulle stesse frequenze del frammento di Battisti citato in precedenza, è la parte de La terra desolata intitolata Morte per acqua, in cui leggiamo:

Phlebas il Fenicio, morto da quindici giorni

dimenticò il grido dei gabbiani, e il gorgo profondo del mare,

e il guadagno e la perdita.

Una corrente sottomarina

spolpò le sue ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava

attraversò gli stadi della maturità e della gioventù

sprofondando nel vortice.

Gentile o Giudeo

o tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento

pensa a Phlebas che un tempo era bello, e alto, al pari di te.[7]

La discesa nell’acqua di Phlebas è carica di risonanze archetipiche, perché il mare è un elemento simbolico di grande potenza, alludendo appunto alla profondità dell’inconscio. In questo “gorgo profondo”, in questo “vortice”, una “corrente sottomarina” riduce la componente carnale della persona[8], riducendola letteralmente all’osso, e lasciando così progressivamente emergere l’identità, in un percorso regressivo che – particolare interessante – segue la morte. In altre parole, sembra qui alludersi al fatto che il passaggio-trasformazione-rinascita non avviene alla fine del processo di individuazione, bensì (fin d)all’inizio e oltre il limite della stessa carnalità (dunque, in una prospettiva autenticamente postumana). E questo messaggio risuona ancora nel vento, che pare evocare, al passaggio del navigatore, Phlebas nel suo corpo fisico, colto nella nuda manifestazione della sua energia vitale. Non diversamente da quanto il Manifesto del Connettivismo afferma al suo punto 6:

Ci abbandoniamo al riflusso pronti a catturare l’onda irrequieta del tempo. Sulle spiagge del futuro ascoltiamo la voce dei morti e la musica che emerge da tutte le cose del mondo: il nostro sogno è un rituale di negromanzia quantistica.

Il riferimento al “riflusso” è perfettamente consonante con il “vortice” eliotiano, come del resto “l’onda irrequieta” che segue. Inoltre, emerge qui l’ascolto verso “la musica che emerge da tutte le cose del mondo”, che consente di percepire esistenze passate – sul piano diacronico – ma ancora (com)presenti a noi su quello energetico-spirituale. In tutto questo non vi è niente di esoterico o di “New Age”. Si tratta piuttosto dell’intuizione – in una prospettiva religiosa assolutamente non dichiarata né necessaria – di una “Comunione dei Santi”, che abbraccia gli spiriti dei viventi e quelli dei trapassati, ovvero, in senso psicologico, di un’intuizione della natura olistica del cosmo, che racchiude in sé, nel “contenitore aperto” dell’inconscio collettivo, individualità appartenenti a diversi piani esistenziali, come peraltro anche il mondo stesso e i suoi segnali sincronicistici. In un racconto di Giovanni De Matteo, Effetto neve, viene affrontato con grande delicatezza un tema controverso, quello degli EVP, gli Electronic Voice Phenomena, ovvero quei messaggi apparentemente privi di senso (e di mittente) che pervengono attraverso strumenti elettronici come TV, radio e altri ancora, e che secondo alcuni potrebbero attribuirsi ai defunti. E in questo racconto c’è una persona che è venuta a mancare, Marco. Scrive De Matteo:

Dalla casa arriva intanto un rumore. La musica di una stazione radio. Una canzone che Tiziano non tarda a riconoscere, mentre stringe a sé Ilaria. Una melodia che è stata familiare anche per lei e per Marco. Parla di giochi proibiti, ma non sembra trattare di una trasgressione, adesso. E mentre la pioggia muta in neve, sotto un cielo che non mostra segni di compassione, Tiziano continua a stringere a sé il corpo della ragazza che annega tra le lacrime. La culla nel canto del suo pianto, pregando perché gli parli rompendo il fantasma di parole sconnesse codificato nel suo lamento. Ma tutto quello che capta dalle profondità del suo incubo privato è la traccia residuale di un legame svanito per sempre, perduto in un sogno bianco.[9]

Il senso di sottile inquietudine che queste righe trasmettono è una sorta di introduzione alla condizione perturbante della discesa nel Profondo. È il Profondo stesso, anzi, che chiama – l’autore parla delle «profondità del suo incubo privato» – avvalendosi, come strumento, di una «traccia residuale». Ancora il tema della residualità, dell’umanità che resta, come bava di ragno che ci può collegare a un recupero del contatto con la nostra identità, là dove si può anche concepire, in un attimo di lancinante fusione di intuito e razionalità, un contatto con l’oltre-morte, ovvero un passo al di là della morte, o per lo meno delle morti, quelle che segnano i passaggi esistenziali più importanti, cioè le tappe del processo di individuazione.

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[1]    V. anche Giovanni Agnoloni,  Tolkien e Bach. Dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori (Galaad Edizioni, 2011).

[2]    V. Robert H. Hoepcke, Nulla succede per caso. Le coincidenze che cambiano la nostra vita (Mondadori, 2003).

[3]    Carl Gustav Jung, La psicologia dei processi inconsci, in La psicologia dell’incoscio (Newton Compton; trad. Marco Cucchiarelli e Celso Balducci, 1997), pag. 80.

[4]    Sandro Battisti, Il Sentiero della spirale su fantascienza.com.

[5]    Czesław Miłosz, Pensieri su T.S. Eliot, Introduzione a La terra desolata – Quattro quartetti, Feltrinelli 2010 (trad. dal polacco di Vera Verdiani).

[6]    Alex Tonelli, “Le paternità letterarie del Connettivismo: T.S. Eliot e la Terra desolata” (in NeXT n° 12).

[7]    Thomas Stearns Eliot, La terra desolata, in La terra desolata – Quattro quartetti (ed. cit., trad. Angelo Tonelli, pag. 55).

[8]    Non a caso uso questa parola, che in latino significa appunto “maschera”. Jung vi fa riferimento come all’immagine “sociale” dell’individuo, in altre parole il modo in cui viene visto dagli altri.

[9]    Giovanni De Matteo, Effetto neve, in A.F.O. – Avanguardie Futuro Oscuro (Edizioni Diversa Sintonia, 2009, e Kipple Officina Libraria, 2010), pag. 137.