Paolo Polvani intervista Sonia Caporossi su Versante Ripido n. 8/Settembre 2014

Sonia Caporossi, "Autoritratto scimmiesco", 2013
Sonia Caporossi, “Autoritratto scimmiesco”, 2013

Riproponiamo su Critica Impura l’intervista a Sonia Caporossi a cura di Paolo Polvani apparsa su Versante Ripido n. 8, 09/2014, in cui si dibatte di metodologia della critica letteraria e dell’importanza dell’estetica filosofica. 

P. P. Tu scrivi:  -….la necessaria significanza ermeneutica della parola critica di contro a tanta che non significa null’altro se non “mi piace” o “non mi piace” è un altro discorso urgente…

È un discorso che rientra all’interno della questione chiave della preparazione culturale del critico. Oggi il critico letterario si sente sufficientemente preparato nel momento in cui possiede studi di storia della letteratura, di filologia, letterature comparate e teoria e critica della letteratura, studi che normalmente si compiono presso le facoltà di Lettere, laddove a mio parere, questo bagaglio pur necessario e consistente si riduce a mero nozionismo se non avallato da solide fondamenta filosofiche, nella fattispecie estetiche, ermeneutiche e del linguaggio. Un critico dovrebbe sempre esplicitare al lettore la propria impostazione estetica e, quindi, metodologica ed ermeneutica, a patto di possederne una, sia essa fenomenologica, oppure analitica di impostazione americana, storico-artistica di impostazione europea, neuroestetica, percettologica o “filosofica non speciale” (come per esempio proponeva Emilio Garroni partendo da basi semiotiche per poi superarle). Altrimenti, viene a mancare non già il “che cosa”, ma il “come” e il “perché” del giudizio di gusto e si rimane nel mero “de gustibus”, ovvero nel “mi piace” o “non mi piace”, giudizi completamente de-epistemologizzati che lasciano ovunque il tempo che trovano, affidandosi a semplici impressioni personali edulcorate dalla capacità di farcitura ornamentale del linguaggio scrittorio da parte del recensore. E questa, se permetti, non è critica, ma qualcos’altro.

S. C. A me piace molto una frase di Borges: “Ogni volta che mi sono immerso nei testi di estetica, ho avuto la sgradevole impressione di leggere le opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle. Voglio dire che si trattava di scritti sulla poesia come se la poesia fosse un dovere, e non quello che  in realtà è: una passione e una gioia”.

Borges forse qui si autoschernisce, in quanto non c’è autore più estetico ed ermeneutico nonché filosofico di lui. Borges è un metafisico, Borges è un borgesiano! Probabilmente con quella frase ce l’aveva contro i normatori della prosa e del verso, contro i legificatori della letteratura, contro coloro che pretendono di stabilire la legittimità normativa di un textus in base alle regole e ai canoni (e tutti sanno quanto io possa aborrire i canoni e le classificazioni di genere relativamente alla letteratura!). L’estetica non è questo: l’estetica è un’indagine perpetuamente in fieri circa la natura intrinseca del senso delle cose, per il tramite della percezione umana della loro bellezza e della loro bruttezza; è una ricerca speleologica su come noi elaboriamo questa percezione in senso prima individuale, poi sociale e poi addirittura etico, giacché, come diceva Kant, il sentimento del bello artistico o naturale non può essere altro, in modo decisamente contraddittorio e paradossale, che “universalmente soggettivo” (come! Se è universale, non dovrebbe essere soggettivo e viceversa, e allora che vuol dire?). Vuol dire che di fronte, per esempio, a una poesia, proviamo un sentimento di gusto quale che sia, e a fronte di quel sentimento di gusto quale che sia, pretendiamo (Kant diceva proprio così!) che tutti gli altri siano d’accordo con noi e col nostro giudizio, e quando ciò non succede, ci rimaniamo male, percepiamo come una stortura nell’organizzazione intrinseca persino morale dell’Universo. Questo sentimento estetico universale e soggettivo insieme merita ancor oggi di essere indagato e preso in considerazione nel momento in cui proponiamo a nostra volta dei giudizi di gusto elaborati come quelli della critica letteraria. Oggi poi, laddove qualsiasi classicismo pare morto e l’arte dopo le avanguardie storiche del Novecento è diventata soggiacente ad un’estetica precipua del brutto come denuncia delle storture della nostra vilipesa società, una resa artistica in forma di exemplum della deformazione grottesca e delle atrocità che ovunque abbiamo vissuto e viviamo nel perenne guerreggiare storico della nostra Decadenza, lo studio dell’estetica nel senso delle modificazioni del gusto e della fruizione dell’arte diventa ancor più fondamentale. Ecco, l’estetica studia cose come queste, è la branca più complessa della filosofia, da un certo punto di vista, perché indaga l’indagabile. 

P. P. Confesso: sono un recensore della domenica, in un certo senso un impostore, mi piace raccontare le suggestioni che la scrittura poetica suscita in me. In tutta sincerità, mi consigli di smettere? oppure hai suggerimenti da darmi?

S. C. Non ti consiglio di smettere (l’impostura è ben altra: è intortare un giudizio a fini tutt’altro che critici, bensì di interesse!); ti consiglio di metterti a studiare estetica, non potrà essere che un arricchimento!

P. P. Qual è la funzione della critica? non credo orientare il pubblico, visto che spesso disorienta, a volte viene il sospetto che serva piuttosto a orientare il mercato.

S. C. Quanto dici in un certo senso è corretto. Oggi la critica somiglia più a un ufficio stampa, orienta il mercato e il gusto del lettore, ha un ché di intrinsecamente pubblicitario, nel senso sociologico che intendeva Baudrillard. Questa sorta di decriticizzazione e mercificazione della critica è un problema che prende origine, secondo me, da quanto ho esposto nella risposta alla tua prima domanda. La critica diventa disorientante nella misura in cui cade nel “de gustibus”, appunto, perché su una stessa opera possono prodursi giudizi critici completamente diversi, persino opposti: quindi, non indagando il fondamento del giudizio di gusto relativamente all’opera di volta in volta presa in esame, non andando ad esplicitare “perché” e “come” quell’opera susciti in noi approvazione o riprovazione e in base a quale visione e impostazione, o forma mentis, noi esprimiamo un giudizio di valore critico, non potremo che cadere nel dopolavorismo di cui oggigiorno la rete dei lit-blog è ricolma fino allo sfinimento. Non che ci sia niente di male, se il dopolavorismo è consapevole ed esplicitato, per carità. Neanch’io del resto sono un critico professionista, ma, se posso permettermi, solo nel senso che faccio un altro mestiere per vivere; al contrario di certi che fanno, per così dire,  un’altra vita per farlo di mestiere.

P. P. Ci sono testi e / o autori che consiglieresti a chi abbia intenzione di approfondire il discorso sulla critica?

S. C. No! Semplicemente perché ognuno deve forgiarsi i propri maestri da sé! Questo principio è valido sia in critica che nella produzione letteraria. Ad esempio, quando scrivo racconti o poesie, quando mi dedico all’arte, insomma, e non al suo stato, durante il lavoro scrittorio io non leggo niente e nessuno, per evitare il rischio di farmi influenzare dalla forma o dal contenuto di qualcun altro; ma tutti sanno che ad esempio in prosa adoro la sacra Trimurti Gadda-Morselli-Manganelli, con derivazioni forti verso Savinio, Landolfi e Volponi; e le proprie influenze letterarie sono sempre abbastanza scoperte, alla fine vengono fuori giocoforza; ciò si capisce bene dal mio ultimo libro non di critica, il primo di una serie letteraria spero feconda, Opus Metachronicum uscito a maggio per Corrimano Edizioni. Se vuoi posso citare anche i miei maestri di critica, ma non potrei mai spudoratamente consigliarli agli altri come canonici! Potrei citare Debenedetti, Friedrich, Starobinski, Brooks e molti altri. Garroni l’ho già nominato quanto all’estetica, di cui è stato il massimo rappresentante in Italia nel secondo Novecento. Ognuno poi faccia per sé, per la propria idea, adotti i propri maestri in base ad una vivida impressione estetica di ciò che l’arte sia, non di ciò che l’arte dovrebbe essere a rischio di cadere nell’utopia. I ferri del mestiere, in definitiva, esistono per essere usati all’uopo, a seconda del caso, non stanno lì come oggetti contemplativi da conservare nella teca dell’intelletto per farsene belli: la critica è un mezzo, non un fine. Ecco, forse è questo il significato recondito di quella frase di Borges che mi citavi.

Per leggere l’intervista su Versante Ripido clicca qui.

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