Dieci poesie di Antonio Bux dall’inedito “Un luogo neutrale”

 

Antonio Bux
Antonio Bux

Di ANTONIO BUX

10 poesie di Antonio Bux dall’inedito “Un luogo neutrale”, silloge che raccoglie le poesie da due lavori distinti: “La triade mente”e “La singolarità dominante”.

 

Da “La triande mente”
 
 
*
“La via d’entrata
è riconoscersi pietra,
e cedere alla metà
dell’acqua pensante
il cuore e farlo giara
incline nel tempo
per chi vorrà bere
Così simile l’amore
percorre il corpo,
cresce umido dentro,
e di noi lo alimenta
fino a bruciare nel nucleo.
Poi resta la pietra, resta a metà
l’entrata e bagnata la fuga”
Bisognerebbe ricrescere nell’amore
ogni volta che qualcosa lì si spegne
e cercare di strappare poi le ali
alle farfalle prima che si involino
via dallo stomaco; e non invece
lasciarle intatte e ferme su ogni
volto di donna o di uomo
che nasconde in un suo bacio
il verme fingendo nella mela
quel bisogno reciproco di stare
come torsoli nudi e senza semi
nella bocca e nel volto di quell’altro
ignorando il retrogusto della buccia
che protegge nel suo frutto la paura.

 

*
 
“Ho visto una foto ieri
di me in un passato
lontano osservando
nella foto una foto
di un nuovo me
più vicino invecchiato
seduto accanto
ancora ad una foto
di un altro me bambino
tenendo in mano una foto
qui di me come ieri
in un futuro lì al lato
stringendo tra le mani
una foto più grande
dove appaiono tre me,
il vecchio, il bambino
e il me d’ora strappando
la foto di una foto
dove altro non c’è
che una foto di loro
e di un me più assente
come domani rimasto
nella foto all’infinito”
 
 
Perché noi così troppo, se non vivrà
niente dopo. Si potrebbe essere delle foto:
la luce digitale ci rifletterebbe più a lungo.
Essendo statica, capace di un immutabile
perdono, perfettamente in linea col futuro
quella didascalia stringerebbe l’umanità
in una camera oscura, e rispunterebbe poi tagliata
a metà, forse un’invisibile figura di pace.
Così fosse, attraverseremmo il cielo da fermi
tutti fissi in un buio, aspettando quel sorriso
fragile, dall’altra parte concedere ancora
uno scatto, col paesaggio scaduto;
allora monterebbe una nuova sagoma
sulle facce un altro colore, e non più
il grigio ritardo, mentre flashati i rimasti
fuori campo, cliccando tra le mani ombre.

 

 

*
“Prende fuoco
se vi si sta troppo stretti
una sedia, la vampa
le risucchia l’anima
dalle gambe. È una tecnica
certo inconscia la ragione,
genera dalla combustione
una pirolisi mentale.
E nonostante tu sappia
quanto fa male la guardi,
osservi la sedia bruciare
fino a sentirne il fumo
negli occhi; allora cedi alla polvere,
rogo abituale che ti rischiara
in cambio di due tizzoni di storia”
Come trappola usavamo
un libro smangiucchiato
di un certo Emilio Villa;
mio nonno diceva fosse
un poeta, e spesso ripeteva:
è uno di quelli già morti
in vita, che scrivono sui sassi
con il becco. Io non capivo,
a volte però provavo a leggere
certe pagine di quel libro,
non capivo ma non riuscivo
a distogliere lo sguardo.
Si parlava di cose senza senso,
ma molto simili alla nostra vita.
(In fondo il senso, mi dicevo,
non è forse il cercarne
sempre di altri, facendo finta
di saperne di vecchi? E poi ricominciare
a chiedersene fino al prossimo
fastidio mentale).
Ma le cose sono
come i buoni libri,
all’improvviso cambiano.
Una volta la casa, infatti
era piena di queste parole diverse,
di questi libri pieni zeppi di giallo.
Ora era rimasto solo quello
e lo usavamo per catturare
le blatte per farne un’ottima
croccante grigliata mista.

 

*
“Ho capito di essere povero
quando ho provato ad usare
la mia memoria come stampante,
ma non ha funzionato perché
di me non ricordo niente, se non
il fatto di essere così povero che
finanche il tasto stampa mi manca”
Tornavo da scuola
sempre molto tardi;
mi fermavo ad osservare
le vetrine dei negozi
cinesi; non capivo come
potessero stare insieme
dietro al vetro un ventaglio
ed un profumo francese,
però poi vedevo lo stesso
a casa nel bagno: un intruglio
come shampoo per lavarsi,
e poi quello anche in bocca
quando il nonno voleva un bicchiere.
Perciò ho creduto d’esser cinese
anch’io, quando ho visto il nonno esposto
dentro una bara con accanto un profumo
quasi francese in una bottiglia di shampoo.

 

*
 
“La stanchezza abita le persiane
mentre i muri prendono misura
dell’uomo che se ne resta in disparte
a scrivere memorie sui soffitti, traducendo
il corridoio del salone fino al bagno;
lui vorrebbe annegare nel water o impalarsi
nella doccia al ritmo di un’acqua spenta,
e invece torna a sedersi nel buio del sofà,
a infilare le dita nel telecomando, a rompere
un pezzo di pane sbuffando, mentre con l’altra mano
a fare scorrimento del palinsesto, di ciò che resta
da guardare di sé, nello specchio della memoria:
quell’ultima scoria di tempo fargli eco da dentro”

 

È successo all’improvviso
che praticamente è morto
il vicino mentre mangiava;
beato lui – pensò mio nonno –
almeno se l’è goduta (ed io pensavo
cosa, la mela o la vita?); invece
lui, il vecchio, se ne sta seduto
in panciolle col bicchiere in mano
quasi fosse un mappamondo,
e a scelta ogni sorso è un viaggio
diverso da quello precedente; basta
puntare la lingua come un dito
e scegliere la meta alcolica preferita,
e ricomincia un altro tempo, un altro luogo
dove non conta il treno in ritardo,
il cielo diverso, un universo più profondo,
ma solo un fondo chiuso nella bottiglia.
Poi è successo un giorno che mio nonno
è morto mentre sceglieva con la lingua
di andare verso un altro continente,
una regione, mi pare, piuttosto bianca
e strana, fatta di pillole ed effervescenze;
è partito alzando il mento, e schiumando bava:
l’ultima cosa che ricordo di lui fu il suo sorriso
mentre con gli occhi sognava l’Antartide,
coi suoi tranquilli occhi color di bicchiere.
 
 
da “La singolarità dominante”
 

 

 
*
 
“C’è da dire che un vetro protegge la visione
quando questa si mantiene a fuoco lento
(cioè che non brucia nel calore dell’oggetto
che si guarda, bensì raffredda la rarefazione,
la tiene in caldo per l’ombra in divenire); perciò
insegna lo specchio la giusta distanza, l’intervallo
nella figura tiepida che divampa, di sua evanescenza”
 
 
Ho trovato l’Africa del mondo
giù nel parapetto dietro casa.
C’era di tutto: il deserto, l’odore profondo,
delle cose messe in giro come a caso.
Più di ogni altra una signora, con la schiena
a forma di testuggine: in ogni quadrante della pelle
una durezza nell’arrendersi
all’errore del domani.
Di queste razze ne fabbricano
ben poche, quelle da disperdere
invece, chi non è stato figlio, di queste
mutazioni a ingessare,
figlio della voglia di volere
altro cielo, oppure terra
da spartire con nessuno?
Proprio io mi sento schiavo
del bisogno: ogni giorno mi ricaccio
un dente dalla bocca del mio
stare in fondo. Non so dare
se non l’ultimo pane: quella briciola
di sguardo caduta inerme
nel gran ventre della gente.
Ma poi la fame ricompare. E allora, cosa fare?
Si ritorna tutti in Africa. Dove c’è un tizio
con una bestia chiusa in gola – tipo
lucertola color pietra –
lì conficcata per bruciare la sete, dove l’acqua
andrebbe non più aderente
ma lavando ogni vano ciancicare, nell’assorbimento
totale della nuova dimensione.
Dunque quel signore, poiché tanto
vuole dissentire dal volere, perché prova la goccia
dentro il cuore, perché preme la rabbia
così male, chi mai potrà sapere il suo dolore?
Ci stiamo un poco tutti, in questa
cartina malridotta, cercando la vera
posizione neutra, la banchina da conquistare,
 in mezzo a tutto questo mare
di persone, su di una boa maldestra,
tutti al centro, nel movimento a onda,
e nessuna spiaggia alla deriva,
ma solo un fondo da prosciugare;
ci stiamo tutti un po’ a pressione, in questa baia
di dissenso, chi nel vuoto o nel rimpianto,
chi nel vento o nel mattone, con dentro
l’Africa nel cuore, ognuno bimbo abominevole.

 

*
 
“Hanno sparato al clima
e quello si è aperto
di un colore nostalgia.
 
Per questo se ne piove via
dal degrado del cielo
ammalato verso l’incompiuto”
Cade un fiore già nascendo,
come vittima del seme
in quel rovescio d’altrove;
e muore lì col suo segreto,
cede alla terra nell’inversione.

 

*
 
“Il pensiero a un certo punto
diventa insopportabile,
si gonfia di solitudine, fino
ad esplodere: e dei suoi resti rimane
la condivisione instabile, la parola inutile”
Ho sognato che nuotavamo
in una lavatrice. Poi, dopo la centrifuga,
una grande mano cliccare sulla maniglia
e noi di nuovo fuori stesi, appesi al sole.
Mentre prosciugavamo tu mi hai detto
testuali parole: la senti anche tu questa specie
di molletta nel cervello? Quest’emicrania al pensiero?
Preso com’ero dalla corda, ho preferito soprassedere
e virare nel vento verso il balcone, con la tua ombra
invece rimasta su in terrazza. A seccatura terminata,
le macchie erano ancora lì; non siamo andati via.
E ci hanno ributtato, stavolta però tra quei panni
sporchi definitivi. Il sogno è finito pressapoco
così: e al mio risveglio solo un colore negli occhi,
e tutt’intorno un ricordo sapor di marsiglia.

 

*
“Le mani sopraggiungono cretine
sanno fare dei respiri oltre carezze

ritorcendo dentro un corpo più interiore
l’ombra sola come un buio smarrimento

ché mai davvero invece sposta la bilancia
al mutare della sponda sua tristezza

dove si piegano in bilico alla statura
quelle mani della morte sulla linea”

Chi ruota la testa
osserva da solo.

Non un bilico perenne
bensì lo sporgersi

trasparente invano.

Dal basso della parola
al cielo di un’immagine.

Tramutando in caduta
il progresso della visione.

Fracassa sempre per ultima
in quella dolorosa significanza

del non resistere
lasciando aderente il vuoto.

Ché restano gli altri
piuttosto invisibili,
un muro davanti.

Ma si crepa comunque
se la si osserva di sbieco

la promessa umana
quando si scavalca

in punta di sangue
la cinta della coscienza.

È una parabola del sogno
che converte il tempo

dando all’essere futuro
una tasca e per sempre.

Eppure non dovrebbe
saperlo questo

il mentitore universale,
ma potrebbe cedere

comunque la sua mite spalla
per il coraggio del volitivo.

E invece camuffa l’entrata
al sapere intrinseco.

Capisce d’essere osservato
e si rinchiude nella memoria.

Lì si può raggiungere: dove offre

sempre di schiena
il male peggiore

che dopo averlo girato tutto
lo fa perimetro della sua mente.

 

 

*

 

“Quanto opprime il ritorno al naturale
se tornando non si esprime dal suo limite
ma solo sforza all’infinito la sopportazione
in tutto ciò che si dice ma mai come utile
producendo di striscio o con velocità transumana
l’alterazione di un movimento chiamato d’assenza”
 
 
Agita il pianto, l’esempio
di come il mondo sia
un ciarlatano predisposto
alla tua lettera d’addio;

in ogni momento cessa
la sua conversazione, e mutalo
in conversione dove si mura
alla corrispondenza terrestre.

Sul piatto offerto del cielo insegnando
i laghi artificiali, e le dighe postume
oltre gli occhi, mentre dalle televisioni
scomparire i volti altrui e farsi
unico schermo il grandangolo
genere umano frastornato
con la lingua del semplice;

tu ripetilo, lettera dopo lettera
alla sordità contraffatta
dell’orizzonte che ogni giorno
prospetta alternative celesti;

ripeti la lenta coagulazione

logorando l’occasione che si fa
divinità prospettica composta
da una base superficiale d’intenti.

E segna infine l’ulteriore variazione
del nostro codice generale unito
sotto la solitudine di una condivisione
offerta da un parapetto comune, dove gli altri
quelli che aspettano una vita, si annideranno
in disordine, ma precisi, concentrati
in questo vuoto come mossi in volo
da un’ulteriore chiarezza;

tu aspettali materialmente indisposto

come un pane increato morso solo dalla fine.

 

 

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