“Pitagora, Marx e i filosofi rossi. L’effetto di sdoppiamento nella filosofia occidentale”. La Prefazione 3/3

Raffaello, La Scuola di Atene
Raffaello, La Scuola di Atene

Di ROBERTO SIDOLI, DANIELE BURGIO e LORENZO LEONI

Prosegue dalla parte seconda.

 …Questo è il mio punto di vista sulla fonte ontologica di ciò che noi chiamiamo valore. Dalla contrapposizione di valore e disvalore sorge ora una categoria del tutto nuova, che si riferisce a ciò che nella vita sociale è stata una vita significativa o senza significato”.[1]

Dalla praxis sociale giunsero inoltre via via tutta una serie di domande e risposte sull’inevitabilità della morte individuale, circa 100.000 anni fa, con le prime sepolture rituali e le prime domande/risposte sull’esistenza presenza di spiriti benigni/maligni (con i sogni, anche sui defunti); giunsero in seguito le domande e risposte sull’esistenza della prima divinità, la “Dea Madre” del paleolitico di 30.000 anni orsono, oltre che sul senso della vita e l’origine delle cose.

Grazie alla praxis sociale, in primo luogo lavorativa ma non solo limitata ad essa, l’uomo sociale pertanto scoprì mano a mano la “meraviglia” e lo stupore proto-filosofico di fronte al mondo e a sè stesso, a sua volta il vero brodo di cultura primordiale, alla “Blade Runner”, per la successiva genesi e il salto di qualità filosofico propriamente detto, da Talete in poi.[2]

Anche solo intesa genericamente, come ricerca della verità con l’utilizzo dell’esperienza e/o della ragione, la filosofia greca delle origini, sorse e si sviluppò come un grande processo di interrogazione e autoriflessione, intessuta di meraviglia, sulla verità del mondo preso nella sua globalità, trovando in forme diverse tale una prima chiave di risposte nella particolare materia prima da cui tutto derivava ed era composto. Come ha notato giustamente il filosofo sovietico A. Spirkin, “il pensiero filosofico si è tradizionalmente distinto per il suo orientamento teso a comprendere le fondamenta dell’esistenza entro i limiti dei nostri poteri mentali, i meccanismi dell’attività cognitiva umana, l’essenza non solo dei fenomeni della natura ma anche della vita sociale, dell’uomo e della cultura. Tutto ciò ha avuto un grande significato sia pratico che teorico: è infatti essenziale per il processo di comprensione del significato e degli obiettivi della vita”.[3]

La protofilosofia può essere pertanto intesa in qualità di domande sociali rispetto alle fondamenta dell’esistenza (naturale e umana) ed ai temi importanti che la scienza non può/non può ancora risolvere. Secondo Aristotele, “tutti gli uomini per natura desiderano conoscere” e sono curiosi: e se “conoscere”, apprendere in effetti risulta un presupposto decisivo per qualunque esistenza umana, come insegna ogni esperienza umana dell’Homo sapiens fin dal processo (anche cognitivo, oltre che produttivo) di raccolta/caccia del paleolitico, a maggior ragione diventa centrale “conoscere” (anche attraverso l’opera dei filosofi veri e propri) una “risposta” veritiera alle domande fondamentali dell’uomo, agli enigmi nascosti in quel particolare “monolito nero” (Kubrik) costituito dall’universo.[4]

Siamo pertanto in presenza di un bisogno sociale profondo, anche se a volte rimosso, in una sorta di carsica “sete” di filosofia all’interno del processo di sviluppo della coscienza collettiva umana che è sorta con molti millenni di anticipo, rispetto alla teoria cinese dei “Cinque Elementi” e a Talete. Come ha notato giustamente S. Hawkins, “la specie umana è una specie curiosa. Ci facciamo domande, cerchiamo delle risposte. Vivendo in questo mondo sconfinato che può essere ora amichevole ora crudele, e volgendo lo sguardo ai cieli immensi che ci sovrastano, gli uomini si sono sempre posti una moltitudine di interrogativi. Come possiamo comprendere il mondo in cui ci troviamo? Come si comporta l’universo? Quale è la natura della realtà? Che origine ha tutto ciò? L’universo ha avuto bisogno di un creatore? La maggior parte di noi non dedica troppo tempo a preoccuparsi di simili questioni, ma quasi tutti di tanto in tanto ci pensiamo”.[5]

Come minimo dal 100.000 a.C., il genere umano aveva sommato alla dote (acquisita, e certo non-innata) dell’autocoscienza, alias della capacità di riconoscersi in  uno specchio/acqua, anche la coscienza della propria mortalità, che lo portò sia ad elaborare i primi riti sepolcrali (cospargendo i cadaveri con ocra rossa) sia a stabilire la prima relazione “sacrale” con gli stessi defunti, considerati come ancora vivi perché, argomento razionale e utilizzato dalle tribù primitive di cacciatori/raccoglitori con cui l’uomo “civilizzato” è entrato in contatto negli ultimi due secoli, essi apparivano a volte nei loro sogni: oltre a ciò, sorsero via via tra i clan paleolitici i variegati miti cosmogonici sulla genesi dell’universo, diffusi sotto vesti proteiforme in tutti i gruppi di cacciatori-raccoglitori delle varie arre del globo terrestre.[6]

Si trattò sicuramente di concezioni del mondo mitiche, ovviamente, ma che contenevano in embrione alcune delle “domande fondamentali” della filosofia: siamo già in zona “Blade Runner” e molto vicino alle tematiche affrontate nello splendido film di fantascienza di Ridley Scott.

La terz’ultima precisazione riguarda la definizione di verità, categoria che sta alla base della pratica filosofica assieme alla “ragione” e alle “questioni fondamentali”, agli enigmi/domande” via via sorte all’interno del genere umano.

La “Verità” non è altro che il processo dialettico di corrispondenza del pensiero umano (collettivo/individuale) rispetto alla realtà e al suo processo di sviluppo, correlazione accertata principalmente attraverso la praxis: corrispondenza con le “cose” che esiste/non esiste indipendentemente dalla sua utilità (è vero che tutti noi uomini dobbiamo morire, ma questa verità innegabile non ci è certo… utile di per sè), dalle credenze collettive della maggioranza degli uomini (fino al 1600 la gran parte degli occidentali credeva che fosse il Sole a girare attorno alla nostra Terra, ma il consenso allora quasi unanime rispetto a tale visione/concezione non la rese certo una verità) o dalla “coerenza” delle teorie errate e non-veritiere le teorie tolemaiche sul Sole che gira attorno alla Terra risultavano infatti coerenti e eleganti, ma completamente errate.

Da tale definizione di verità discendono alcune conseguenze interessanti, anche e specialmente sul piano filosofico.

La verità non si decide a maggioranza/minoranza, né tantomeno per il suo grado di utilità diretta, come aveva intuito il geniale Eraclito più di due millenni fa: ne tantomeno la verità risulta “pluralista” e dipendente dal contesto storico (Feyerabend), in modo tale che ogni interprete di essa abbia ragione o almeno nell’ambito della propria formazione e condizioni culturali.

In secondo luogo la “corrispondenza” in via d’esame risulta il frutto ed il sottoprodotto della praxis (multiforme) umana, rappresentando uno dei risultati della (multiforme) attività umana: per dirla con il notevole filosofo Mao Zedong, le “idee giuste”/verità non cadono certo dal cielo.

In terza battuta, il fatto che la verità significhi un processo di corrispondenza con il reale del nostro pensiero indica allo stesso tempo che il “reale” non siamo solo noi umani, che esiste una realtà autonoma ed esterna al nostro pensiero e che essa non viene assolutamente creata, generata e riprodotta dalla nostra coscienza umana, individuale e collettiva, o dalla nostra stessa pratica.

Infine la verità risulta un elemento riproducibile da altre specie intelligenti: l’uomo infatti produce “Verità” solo se trova criteri che superino il soggettivismo e che siano riproducibili anche da un’altra (per ora ipotetica) specie intelligente e capace di produrre strumenti, seppur forse con altri organi sensoriali e/o criteri di valore.

I raggi ultravioletti e gli ultrasuoni, ad esempio, rappresentano realtà oggettive indiscutibili ma non percepibili dai sensi degli uomini: tuttavia la nostra specie ha creato tutta una serie di strumenti mater con cui conosciamo la loro esistenza e che potrebbero essere ricreati, riformati e riprodotti da un’altra specie intelligente, preferibilmente più altruista della nostra.

Risulta anche utile un accenno fugace alla questione della dialettica costante tra permanenza e trasformazione delle questioni filosofiche, che attraversa tutta la storia della filosofia occidentale.

Le “questioni fondamentali” della filosofia occidentale non furono delineate interamente già dagli inizi e con Talete, venendo invece poste e fatte risaltare via via dai vari filosofi greci attraverso il lungo processo, a volte tortuoso, della dinamica di trasformazione/ampliamento della filosofia: ma, allo stesso tempo, con Platone e Aristotele ormai le “domande fondamentali” dell’analisi filosofica risultavano quasi tutte presentate ed elaborate, con l’eccezione della questione dell’esistenza/inesistenza del mondo esterno all’uomo (ci penseranno Cartesio e Calderon de la Barca, 1900 anni dopo). Pertanto si è sviluppato, dal 300 a.C. e dall’opera di Aristotele, anche un simultaneo processo di conservazione e continuità all’interno di una parte importante del processo di produzione della filosofia, per cui dopo Platone/Aristotele “le questioni erano sempre le stesse” (Engels): che struttura ha il mondo? Esiste dio (le divinità)? Come fa l’uomo a pensare? Qual’è il suo ruolo e posizione nell’universo? Da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo? E non solo le domande, ma anche le principali “risposte”, nelle loro linee fondamentali, rimasero in gran parte simili a partire dal 400/300 a.C. Ad esempio Engels fece giustamente notare che la lotta antica fra materialismo e idealismo, poli dialettici in quel periodo incarnati principalmente da Platone e Democrito/Epicuro, era continuata seppur sotto forma e livelli di elaborazione diversi anche durante l’epoca tardo-medievale, per arrivare poi all’Ottocento in cui operarono Marx ed il suo compagno di lotta e, in seguito, ai nostri tempi.

Non tutte le “questioni fondamentali” (e risposte fondamentali…) della filosofia, tuttavia, hanno subito un tale processo di conservazione e di “eterna” giovinezza: almeno due di esse sono state risolte definitivamente dallo sviluppo scientifico, e cioè il problema “dell’archè” e del rapporto mente/corpo.

Attraverso la scoperta degli atomi prima, degli elettroni/protoni/neutroni in seguito, e dei quark negli ultimi decenni, la scienza moderna ha risolto proprio il problema del “mattone fondamentale” dell’universo, che aveva tanto tormentato i filosofi occidentali da Talete fino a Eraclito e Democrito, dando ragione, una volta per sempre, a Leucippo, Democrito e gli altri esponenti (materialisti) che teorizzavano in modo geniale l’esistenza degli atomi,  fin da quasi tre millenni fa: sorte analoga ha avuto anche la questione della relazione tra pensiero e corpo, dato che il progressivo sviluppo della scienza neurobiologica ha dimostrato ormai senza alcuna possibilità  ogni dubbio (ragionevole) sul fatto che il pensiero umano sia il prodotto dell’attività del cervello umano e dei suoi magnifici, innumerevoli neuroni e sinapsi, come sostenevano (correttamente) la scuola materialista in campo filosofico fin dai primi secoli a.C., anche in modo embrionale e primitivo.

Anche la dialettica tra scienza e filosofia si è via via trasformata e a vantaggio ovviamente della prima, visti gli eccezionali ritmi di accumulazione di conoscenza raggiunti dal complesso scienza/tecnologia, dall’inizio del Seicento e dai tempi di Galileo fino all’inizio del terzo millennio.

La filosofia, come si è già notato attraverso il suo processo di definizione per via “negativa”, agisce e opera ormai solo nei (grandi) spazi di riflessione su cui la scienza non può agire o non agisce ancora con successo, nei quali quest’ultima non può produrre (oppure non produce ancora…) conoscenza consolidate e sicure, seppur sempre suscettibili di un processo ulteriore di approfondimento e di arricchimento sul piano teorico-pratico, attraverso il criterio principale di verità: la praxis umana e la derivata, difficile “comprensione” (per via razionale e attraverso l’esperienza, mediante il metodo filosofico e/o scientifico) “di questa attività pratica” (Marx).

Fin dal 1845, Marx giustamente notò nella seconda delle sue geniali Tesi su Feuerbach che “la questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. È nell’attività pratica come l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica”.[7]

E all’ottava tesi, il grande filosofo-rivoluzionario tedesco ribadì che “la vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nell’attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica”.[8]

In alcuni campi del pensiero/pratica umana, la riflessione filosofica rimane ancora oggi lo strumento principale per risolvere “gli enigmi” e le “questioni fondamentali” che assillano l’uomo, ma in altri settori ha già ceduto lo scettro e l’egemonia alla pratica scientifica…

Infine va espressa una definizione precisa di idealismo e materialismo, sempre in campo filosofico.

Il primo utilizzo del termine “idealismo” all’interno dell’elaborazione teorica è dovuto al filosofo (idealista) W. Leibnitz, che lo impiegò già dalla fine del Seicento per definire e inquadrare la concezione del mondo elaborata da Platone, basata sul primato delle “idee” nella genesi e riproduzione del mondo reale: prima dei cavalli reali e concreti, per Platone veniva infatti l’idea della “cavallinità”, come giustamente gli rimproverò il lucido filosofo (cinico) Antistene.

Per tutte le variegate tendenze idealiste, la realtà che percepiamo come uomini viene generata e fondata sull’“idea”, intesa volta per volta come pensiero, o dio, o idee iperuraniche, o spirito assoluto, mentre esse negano alla radice, in modo esplicito o implicito, che l’essere, il mondo, le realtà esistano innanzitutto e dal principio come realtà materiale; una variante dell’idealismo, l’idealismo soggettivistico (Berkeley, Fichte, ecc.), ritiene inoltre che gli oggetti del mondo diversi dall’uomo non sussistano realmente al di fuori del pensiero umano. Infatti per il più grande  filosofo idealista-soggettivo, W. Fichte, tutta la filosofia precedente a lui, Kant compreso, risultò “dogmatica”, in quanto aveva creduto nella teoria dell’esistenza di una cosa in sè, di un mondo, di una realtà di per sè stante e capace di riprodursi indipendente dal soggetto umano: invece le “cose” e il mondo naturale non esistono per Fichte senza il pensiero/attività dell’uomo, non esiste una “cosa in se” indipendentemente dal pensiero e praxis umana. Nel suo scritto del 1797, “Prima introduzione della “Dottrina della scienza”, Fichte distinse l’idealismo dal “dogmatismo/materialismo”, rilevando che per la filosofia idealista “il principio del dogmatico, la cosa in sé,  non è nulla. La cosa in sé diventa una chimera bella e buona; non c’è più ragione d’ammetterla”. […]

 Per l’idealismo soggettivista, la “cosa in sé” e l’esistenza delle cose (Sole, altre stelle, galassie, ecc.) indipendentemente dall’uomo/pensiero umano costituiscono solo “una chimera bella e buona”, mentre per il materialismo invece siamo in presenza di una verità confermata dalla pratica: ad esempio la stessa pratica scientifica umana dimostra che il Sole, le altre stelle e le circa 140 miliardi di galassie finora scoperte nell’Universo esistevano ben prima dell’uomo, ed esisteranno anche in un futuro ipotetico contraddistinto dall’estinzione dell’uomo. Almeno dai tempi di Copernico, proprio la praxis scientifica si è spesso rivelata sul piano filosofico… anti-antropocentrica: la Terra non risulta infatti al centro del sistema solare, ecc.

Effettuate queste doverose premesse e precisazioni, si può finalmente immergersi nel vasto oceano della filosofia occidentale e, più precisamente, nella sua sezione che si interessa alla sfera politico-sociale: sacrificando in gran parte, per ovvie ragioni di spazio, il processo di analisi sulla produzione ontologica-logica via via effettuate dai diversi pensatori, oltre che riducendo al minimo la contestualizzazione storica della loro opera e pensiero teorico.

Su di essa basta rilevare che la filosofia occidentale, da Talete fino ai primi due decenni del nostro terzo millennio, si è sviluppata in un ambiente socioproduttivo (e politico-sociale) contraddistinto purtroppo dall’egemonia salda della “linea nera” e dei rapporti sociali di produzione classisti, che si possono distinguere in:

  • schiavistici (sesto secolo a.C./quinto secolo d.C.), dominati prima nell’area greca e poi in quella mediterraneo-europea;
  • feudali: egemone nell’Europa centro-occidentale dal sesto secolo d.C. (con la forma di transizione del colonato) fino al tredicesimo secolo;
  • nella coesistenza in Europa di rapporti di produzione protocapitalistici e semifeudali, dal 1300 fino al 1700;
  • capitalistici: modo di produzione sociale divenuto egemone all’interno dell’Inghilterra a partire dal 1588/1649, e il cui dominio si è esteso via via al resto del mondo occidentale (America e Oceania comprese) nel corso degli ultimi quattro secoli.

Riflettendo a modo suo i conflitti sociopolitici sviluppatisi in questi millenni, anche alla filosofia, apparentemente astratta e pacifica, si è rivelata spesso aspra lotta e scontro feroce tra tendenze opposte, in conflitto irreconciliabile: già Platone aveva parlato della lotta incessante tra “gli Amici delle Forme” e “gli Amici della Terra”, e cioè tra idealisti e materialisti, mentre a sua volta il calmo e pacifico Kant aveva descritto la galassia filosofica come una specie particolare di “Kampfplatz”, un terreno di lotta e scontri più o meno corretti. Di questa galassia, il segmento politico-filosofico risulta a nostro avviso quello più appassionante, anche grazie al salto di qualità epocale apportato ad esso dal marxismo, dall’unica filosofia che sia riuscita ad assumere, dopo il 1917/45, un respiro universale e una dimensione planetaria, dal Venezuela fino alla Cina. [9]

Concetti teorici e categorie filosofiche quali il realismo gnoseologico basato sulla pratica, il collegamento epocale tra materialismo e dialettica, la polarità inscindibile di opposti e di tendenze contrastanti, la praxis trasformatrice e intesa anche come criteri principale di verità, i salti di qualità, la perenne trasformazione dei fenomeni e – a determinate condizioni – il loro mutamento in un processo opposto, le contraddizioni principali e secondarie, l’interconnessione e collegamento universale tra tutti i processi/cose rappresentano solo alcuni dei “tesori” e dei contributi via via forniti al patrimonio comune della filosofia dal marxismo, che ha saputo inventare negli ultimi decenni anche una sorta di “ponte” e di anello di congiunzione tra la cultura occidentale e quella orientale, in special modo cinese e taoista.[10] 

Il materialismo dialettico si è già mostrato almeno in parte come una concreta filosofia della praxis: del resto già nel 1894 G. V. Plekhanov aveva sottolineato che il pensiero, “la ragione umana non potrebbe essere il demiurgo della storia poiché ne è essa stessa il prodotto. Ma una volta apparso, questo prodotto non deve, ne per sua natura non può, inchinarsi di fronte alla realtà che la storia gli assegna: esso si sforza necessariamente di ricrearla a propria immagine, di farla più ragionevole… Il materialismo dialettico è una filosofia dell’azione”.[11]

Ma passiamo all’oggetto principale di questo libro, partendo dalla matrice originale delle tre tendenze alternative operanti da più di due millenni nell’ambito della praxis filosofica occidentale.

 FINE

[1] G. Lukacs, “Ontologia dell’essere sociale”, vol. primo, p. 132, ed Pigreco

[2] W. Abendroth, H. H. Holz, L. Kopfer, “Conversazioni con Lukacs”, p. 32, ed. Punto Rosso

[3] A. Spirkin, op. cit., cap. primo

[4] Aristotele, “Metafisica”, I, 1, p. 181, ed. Utet

[5] S. Hawkins, “Il Grande disegno”, p. 5, ed. Mondadori

[6] R. Sidoli, M. Leoni e D. Burgio, “Ratzinger o fra Dolcino? L’effetto di sdoppiamento nelle religioni occidentali”, cap. primo, ed. Aurora

[7] K. Marx, “Tesi su Feuerbach”, in http://www.marxists.org

[8] Op. cit.

[9] L. Althusser, “Lenin”, op. cit., p. 20

[10] V. Arena, op. cit., p. 311

[11] G. V. Plekhanov, Opere scelte, p. 11 e 269-270, ed. Progress

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