“Sophia”, un inedito di Fabio Vergine

Alberto Savinio, "La morte di Re Salomone", 1930 (olio su tela)
Alberto Savinio, “La morte di Re Salomone”, 1930 (olio su tela)

Di FABIO VERGINE

Quando l’essenziale travolge gli occhi, quando la sostanza diventa polvere, quando la materia si incenerisce, quando le orme sulla sabbia svaniscono ad ogni passo, quando ci si ostina a chiamare vita la dinamica di eventi dissimili e pur sempre necessari, quando ad ogni respiro non coincide mai un sussulto del mondo, quando la spontaneità è perduta per sempre, dimenticata negli angoli impervi del controllo di ogni gesto: allora, il mondo si fa un po’ più lontano.

Sentire che la naturalezza delle azioni è venuta inesorabilmente a mancare, avvertire la flebile distanza che separa l’intenzione dalla volontà, giocare ad essere liberi ed amaramente soli.
Soli in molti e non per questo meno abbandonati.    

La linea dell’orizzonte si stagliava lungo le increspature delle onde che, in quel crepuscolo, erano dannatamente evidenti. Le si poteva scorgere mentre giungevano da lontano e, cercando di fare il vuoto dentro di sé per assimilarsi al movimento, si riusciva a seguirle perfettamente, come figure che, approssimandosi sempre di più, giungevano a riva in cerca di un abbraccio fin troppo umano.
Me ne stavo abbarbicato su uno dei piccoli scogli naturali che affioravano appena dall’acqua; ogni tanto un’onda un po’ più forte si infrangeva sulla parete esposta della roccia e gli schizzi raggiungevano i miei pantaloni, che erano ormai completamente fradici. Osservavo, cercando di cogliere le dinamiche che regolavano i ruoli di quei pochi protagonisti presenti sulla scena, ma mi sfuggiva il senso di ogni presenza: il palcoscenico della natura, sorretto dal vuoto, scaricava le proprie energie nell’acqua salmastra e me le gettava addosso tentando di individuare in me il capolinea di ogni evento; tutto, però, mi travolgeva e perseverava nella sua corsa infinita, all’eterna ed angosciosa ricerca di una fine.      

Il sole stava esaurendo il suo compito quotidiano e si quietava all’idea di un breve letargo notturno che gli avrebbe permesso di raggranellare nuove forze per il giorno successivo; così facendo, infondeva armonia tra quei pochi elementi che si offrivano spontaneamente alla mia vista. Lo percepivo perfettamente, quel pallone ardente di una fiamma ormai stremata fingeva di disegnarsi sullo sfondo impalpabile del dipinto della natura e, schernendo il mio senso della prospettiva, provocava la mia ragione, così maldestra nel voler a tutti i costi differire il limite ultimo dell’orizzonte.

Tutto era ancora talmente incompiuto che la perfezione degli istanti che si accumulavano in quel tramonto circonfondeva l’inettitudine di un estremo bisogno di conoscenza ancora dolorosamente inevaso.          
In quell’angolo di eterea instabilità, ordine e caos convivevano sotto un unico tetto ed invitavano gli astanti a prendere parte al loro grottesco banchetto serale; tutto doveva essere terminato quella sera,   in quell’istante non ancora passato che faceva da preludio ad un futuro ancora da venire; nulla poteva essere rinviato ad un incerto domani.            
Non so precisamente cosa mi avesse spinto ad ottemperare alle prescrizioni della natura, che quella sera si stavano manifestando con inaudita violenza. Ero così sicuro di non poter essere deluso che mi arrestai di fronte a quel tramonto sul mare proprio per poter meglio soffrire del contrario.

Cercavo, cercavo da solo, ma in buona compagnia. Cercavo in piena solitudine accompagnato da quella di ogni altra creatura. Inconsapevole.   
Cercavo perché non c’era altro da fare ed ero follemente convinto che non ci fosse mai stato altro da fare in tutta la vita del mondo. Cercavo malgrado mi estenuassi nell’attribuire un limite invalicabile ad ogni relazione con le cose. Cercavo affinché, ogni volta che avessi avuto ragione, potessi sempre dimostrare di avere sbagliato.     
            Non fu, quella, l’unica volta in cui cercai qualcosa che mi sfuggiva dalle mani, dal cuore.
Ricordo quando, istupidito dalle mille citazioni dei professori usate solo per avvallare improbabili tesi sull’origine del cosmo, decisi di avventurarmi davvero tra i polverosi scaffali di una vecchia biblioteca, per attingere direttamente alla fonte di quella sapienza tanto magnificata e così amaramente stagnante innanzi alla mia capacità di comprensione. Un silenzio religioso pervadeva l’atmosfera: solo in lontananza, dislocando l’udito lungo i secoli, leggere nell’aria, si potevano cogliere alcune note veleggiare nelle corti, nei palazzi, o in piccole topaie nelle quali si diffondeva il lume di una lucerna che risplendeva su un foglio di carta ingiallita; erano note accademiche, incatenate da rigidi vincoli che intricavano l’ispirazione autentica nelle algebriche maglie di un’autorità indiscussa da secoli.           

I libri erano dolorosamente schietti, mi scagliavano in faccia tutte le idee che il mondo non aveva mai avuto il coraggio di partorire per non offendere le proprie leggi inviolate. I libri non temevano giudizi perché sapevano che la voce del mondo non si sarebbe mai pronunciata; i libri si garantivano, così, la propria incolumità perché ogni disputa avrebbe avuto un carattere malinconicamente umano. Umano e niente di più.      
Chiarivo sempre di più a me stesso ciò che apparentemente avrebbe dovuto essere sempre più intricato; tutti quei dissidi, quelle controversie, quelle contese, altro non erano che l’inizio di un gioco senza fine e che in quanto tale, avrebbe stancato molto presto l’umanità cosciente, l’umanità che cerca qualcosa che tutti i versi di una biblioteca potrebbero non riuscire a pagare mai. Era il gioco della ragione, un gioco nel quale tutti, congiunti l’uno all’altro come in una cordata di montagna, avrebbero perso l’equilibrio e ad uno ad uno, sganciandosi dalla fune, avrebbero cominciato a fluttuare in un mare di pazzie, senza giungere mai all’agognato schianto contro la verità.
Si poteva parlare di tutto, lì dentro, si poteva affermare tutto e negare tutto. Ma per nulla al mondo, gli uomini avrebbero potuto piangere le ingiurie perpetrate alla natura per mezzo dei loro vaniloqui. Mai essi avrebbero visto le profonde ferite alle misteriose dinamiche del dominio mondano. Mai essi avrebbero provato pietà, certi che un dio non si sarebbe scomodato per rettificare le velleità dei loro intelletti.         

Già, perché mai Dio doveva porsi a garanzia di ciò che aveva creato? Forse anche Dio era stato creato e forse lui stesso era una delle regole insondabili offese nel profondo da semplici parole in libertà. Ma forse Dio non è nemmeno mai esistito. Certo, se esistesse, nelle sue giornate più nere bestemmierebbe la sua stessa indolenza.  
E continuavo a cercare, a volte perdevo me stesso tra le pagine dei libri. Cercavo la chiave, quel nome che mi avrebbe permesso di tirare un sospiro di sollievo, quel nome al cui sussurro avrei potuto abbracciare l’umanità intera e consolarla della nostra univoca ed impietosa solitudine. Ma erano solo parole in libertà. Solo parole in libertà.

Non ero solito frequentare luoghi in cui, sotto la stretta dogmatica di precetti invocati dall’alto, si pretendeva di attribuire una forma all’informe, un nome all’innominabile, una voce al silenzio. Avvertii presto, però, l’intimo desiderio di capire quale fosse l’energia mistica che invogliava ogni giorno numerose anime a gettarsi tra le mura di una chiesa; volevo a tutti i costi carpire il segreto che vi si racchiudeva, tentare di accaparrarmi ogni minima goccia di mistero, se mai ve ne fosse stata alcuna.       

Mi affacciai timidamente all’interno di una chiesa, trattenendo la porta con la mano destra mentre con la sinistra cercavo un appiglio, quasi come se, nell’imbarazzo di una decisione che mi avrebbe sfiorato per poi voltarmi le spalle, non sapessi ancora cosa mi stesse attendendo. I banchi, dalle ultime file sino alle prime, erano colmi di corpi, dei quali spiccavano solo i crani, alcuni nudi ed esposti, altri, presumibilmente femminili, protetti da bizzarri copricapi.
Il prete, da un piccolo gradino sul pulpito, predicava sommessamente, ma non senza una certa dose di abilità persuasiva. A dir la verità non ci feci molto caso, ma mi sconvolse l’apparente unità che avvolgeva, in un abbraccio tenero e grottesco allo stesso tempo, l’assemblea di fedeli ed il sacerdote sull’altare. In realtà, non trascorse molto tempo e la mia ragione riuscì ben presto a declinare quel groviglio umano in un agglomerato di pieni e vuoti, attraverso i quali il filo della comprensione umana si spezzava formando intervalli irregolari tra le coscienze: nessuna connessione, la parola incontrava il vuoto e nel vuoto costruiva un’idea che restava impunemente inespressa, senza alcuna possibilità di redenzione. Tutti così soli, uniti e distanti, alla ricerca di un’idea.
Come potevano cercare ciò che ancora non ha nome? Come potevano invocarlo? Come poteva il silenzio corroborare il richiamo dell’ineffabile? Come avrebbe potuto quel nome rispondere ad un appello di vuoti silenzi che non si sarebbero mai incontrati?

Da sempre nutrivo un tremendo timore per le parole, le parole che sublimano la tela ancora vergine che nessun artista avrebbe mai potuto inoculare nella nostra mente, ma che in essa vi ha trovato spontaneamente dimora, quelle stesse parole che, tentando di penetrare la pelle per andare a risiedere nel concetto, organicamente falliscono e si perdono in un etereo vuoto.
Così, in quella chiesa, la solitudine umana diventava organo e materia, perché non avrebbe potuto essere altrimenti. L’uomo aveva a che fare solo con l’uomo e nella diffidenza della comprensione altrui librava la propria preghiera nell’atmosfera: “Dio, donaci la fiducia”.
Già, perché la fede vera e propria terminava il proprio cammino laddove la guerra degli uomini incedeva e, togliendo il respiro, lasciava spazio alla sola fiducia, piccola ancella terrena che, ansante, cercava di rinfrancare la vuota distanza tra gli individui soli.
Era un piccolo passo verso la fine, ma non era la fine.         

Ero profondamente deluso, perché non avrei trovato quel nome assoluto che avrebbe rimescolato le carte per poi ordinarle nuovamente, come un demiurgo del quale si decantavano le lodi in un’omelia, senza accorgersi che, probabilmente lui stesso stava beffandosi di noi, schernendo a buon titolo ogni nostro delirio d’onnipotenza.    

Il crepuscolo era ormai svanito, il sole aveva inaugurato la nuova notte muovendo gli ultimi raggi per emettere ancora una volta un saluto. La fine era tutto ciò di cui avevo strenuamente bisogno.
Avvertivo come, nel buio, tutto fosse un po’ più distante, l’acqua, le onde, lo scoglio, me stesso. Nella mia difficoltà di capire le leggi che dominavano quel trambusto che ora si avviava verso una pacifica acquiescenza, la solitudine si costruiva sulle note di una voce che, tentando di descrivere le immagini impresse nella mente, falliva con miseria nel suo intento.

Nessun nome aveva raddolcito le sensazioni, nessun creatore e nessuna creatura aveva contribuito ad una più docile spiegazione. Solo l’essere necessario delle cose si manifestava nel buio e infondeva la sua paura tra gli uomini, distanziandoli ancor più di quanto già non lo fossero secondo la spontaneità del mondo.

Nutrivo un amore profondissimo per quel processo insondabile che mi aveva abbandonato e  privato di ogni volontà. Nutrivo un amore estenuante per quell’incessante ricerca che mi aveva lasciato nel vuoto, stremato sul fondo scabro e scivoloso di uno scoglio. E continuavo a cercare per paura di raggiungere troppo presto un solido risultato.           
Cercavo Sophia, il mio amore infinito, il mio amore che mi invogliava a non trovare mai.
Cercavo Sophia perchè non c’era altro da fare.

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